Roma

Bruner. La mente a più dimensioni e quel genio di Wygotskij

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Le scelte che guidano le nostre azioni non sono meno importanti delle azioni stesse, se non riusciamo ad agire, se i nostri pensieri sono bloccati, è molto probabile che vi siano difficoltà nell’effettuare le scelte.
Senonché, la scelta di proporre l’opera di J. Bruner è collegata all’esperienza che ha suscitato la sua rivisitazione: uscire da tutte quelle situazioni che producono un senso di claustrofilia e di conseguenza aprirsi alla mente degli altri, ponendo in essere il giusto grado di attivazione. Per di più, Bruner, in questo suo lavoro riesce ad esprimere al meglio i nessi che legano l’azione, la riflessione, la condivisione e la cultura.
L’autore parte dal presupposto che “Il comprendersi è connesso con la similarità delle forme di organizzazione mentale che usiamo nelle nostre transazioni. Ma possiamo contare su una continua taratura del linguaggio, che consiste in una serie di piccoli aggiustamenti e ritocchi dei nostri enunciati” (pag. 78)
Gli ostacoli sorgono quando incontriamo persone che non possiedono lo stesso livello di taratura, a tanti sarà capitato di interagire con degli stranieri che si esprimono con un registro linguistico completamente diverso dal nostro, ebbene, in queste circostanze è facile constatare che si possa regredire fino a un livello che sfiori la paranoia.
Nell’osservare i bambini durante il primo anno di vita si coglie che hanno la capacità di additare le cose e la capacità di seguire lo sguardo altrui; tutto ciò suggerisce che essi siano dotati di un supporto biologico, una predisposizione prelinguistica che gli faciliti un’iniziale referenza linguistica, ossia la funzione mediante la quale un segno linguistico rinvia al mondo reale o immaginario.

Studio della correlazione tra produttività e salario nell’area OCSE

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In questo breve articolo si cerca di rendere evidente l’ipotesi che la produttività del lavoro, sia nella dimensione temporale che in quella spaziale, sia aumentata anziché diminuita, come sostengono gli economisti mainstream. Secondo questi ultimi i salari ristagnano o diminuiscono perché non ci sarebbero incrementi di produttività. In base a questa impostazione solo se aumenta la produttività del lavoro, si verifica un aumento dei salari. Questo assunto contraddice la realtà empiricamente osservabile. Tanto per fare un esempio: un operaio della FIAT di Mirafiori, negli anni settanta, produceva 10 macchine  in un anno, mentre con gli attuali ritmi di produzione, se si lavora a tempo pieno e grazie soprattutto alle innovazioni tecnologiche, un operaio di Melfi è in grado di produrne 65 all’anno.
L’analisi dei dati elaborati rende valida l’ipotesi proposta.
Nell’analisi che qui propongo le dimensioni temporali e spaziali vengono rappresentate mediante un modello di regressione lineare a due variabili. L’approccio che viene utilizzato è semplice ma non banale: si cerca di cogliere un nesso importante con un linguaggio matematico fruibile.
I dati mostrano che la produttività del lavoro è più alta della sua remunerazione, quindi il modo di ragionare secondo il quale non ci sarebbero incrementi salariali per via della bassa produttività è fuorviante, e a mio avviso, poggia su un terreno ideologico.