Giovanni Mazzetti: L'eutanasia del percettore di rendita

Nel mese di ottobre è uscito presso Asterios Editore l'ultimo libretto di Giovanni Mazzetti, professore di Politica dello sviluppo economico.
Nel libretto non c'è nulla che il professore non abbia già ampiamente discusso nei suoi libri precedenti, persino in Scarsità e redistribuzione del lavoro, del 1986, a parte qualche considerazione sul governo dei tecnici, sulla moneta, e un decalogo di cose da fare per uscire dalla crisi.
Non sarebbe male se qualche partito di sinistra, anziché copiare i programmi degli altri concorrenti, copiasse i dieci punti, e li incollasse nel proprio - di programma. Farebbe sicuramente la felicità del Prof. Mazzetti.
Per facilitare il compito allo staff di Bersani, di Vendola, di Di Pietro, Di Nencini, di Rutelli, di Rosi Bindi, di Di liberto, Di BeppeGrillo.it, Di Casini, o di Renzi, in coda ad alcune considerazioni sparse, trascriverò integralmente i 10 punti.
Intanto, lasciatemi citare una parte del secondo punto, dove Mazzetti dice quanto segue: "Nei paesi economicamente avanzati, il ruolo delle imprese come elemento propulsore dello sviluppo si è ormai esaurito".
Cosa vuol dir che il ruolo delle imprese si è esaurito? E con cosa si potrà sostituirle, ammesso e non concesso che qualcos'altro debba prendere il loro posto?
La risposta di Mazzetti è molto articolata, ma non credo sia una forzatura riassumerla così. Le imprese ostacolano lo sviluppo delle forze produttive. Ci sarebbero molte cosa da fare, ci sono le risorse, ci sono gli uomini per farle, ma le imprese, per come si sono strutturati i rapporti di produzione, non riescono a farle.
Ci sono macchinari inutilizzati, ci sono materie prime, ci sono intelligenze e progetti pronti, ci sono bisogni e desideri da soddisfare, ma mancano i soldi per mettere in moto tutta la macchina.
E più la sensazione che i soldi mancano si fortifica, più i soldi spariscono dalla circolazione, in una sorta di moltiplicatore negativo che porta alla rovina.
La colpa è del denaro. Ma non del denaro in sé, delle banconote che portiamo in tasca. La colpa è del rapporto che nel denaro si è reificato. Una reificazione spintasi sino al punto che "il potere di agire o non agire per la reciproca soddisfazione dei bisogni è delegato alla cosa", sino al punto, scrive il Professor Mazzetti, che "gli individui possono procedere nell'attività produttiva solo col permesso del denaro, che costituisce l'unico soggetto in grado di generare il processo di soddisfazione dei bisogni".
In una sorta di mondo capovolto il potere appartiene alle cose. E la lamentela che si debba licenziare perché non ci sono soldi appare di una evidenza lapalissiana.
Eppure il denaro doveva servire a mettere in contatto il desiderio con l'oggetto.
Questo contatto oggi non avviene, e i bisogni rimangono insoddisfatti, sino al punto che molte persone rischiano di "precipitare fuori dalla società".
E ciò avviene proprio a causa del denaro.
Perché allora non si lascia il denaro, e ci si incammina su un'altra strada?
Perché il denaro è lo strumento migliore per far parlare soggetti chiusi nei propri recinti privati.
E fintanto che ci si rappresenta la collettività come composta da soggetti isolati, il denaro non può che apparire come lo strumento migliore.
Ma la collettività non è isolata. Nel mondo di oggi nessuno produce per intero ciò che consuma. Persino il più banale degli oggetti quotidiani richiede l'intervento di una massa di individui sparsi per il mondo.
Come comunicano questi individui, come si mettono d'accordo su ciò che bisogna produrre e sulle quantità da produrre?
Lo fanno per mezzo del denaro. Se il denaro affluisce si produce, se il denaro cessa di affluire non si produce più.
Tuttavia, e capita sempre più di frequente, il flusso di denaro non ha molta attinenza con ciò di cui si ha bisogno, e imbocca strade tutte sue, in virtù del potere delegato che gli si riconosce.
Questo fenomeno è sotto gli occhi di tutti, e non va bene.
Cosa propone Mazzetti?
Nel punto Sette propone "l'eutanasia del percettore di rendita", e poi si spinge a dire che occorre "instaurare una cooperazione anticipata per organizzare la produzione".
Fintanto che la persona si rappresenta la soddisfazione dei propri bisogni come un fatto privato, e la soddisfazione dei "bisogni altrui come un fatto che cade al di là dei suoi interessi, e non lo coinvolge se non astrattamente, cioè nel mondo non economico dell'etica", le cose non potranno che continuare a scivolare verso il baratro.
Qui non si risparmia una stoccatina a Tutta la sinistra italiana, la quale ha creduto di poter sostituire Giustizia con Solidarietà. Tale per cui chi perde il lavoro e cade in disgrazia ha bisogno di solidarietà, ha bisogno di affetto e della carità di chi è stato più fortunato, come se il perdere il lavoro fosse una sfiga personale, e non il risultato di un sistema sballato nei rapporti di produzione.

 

Non rimane, per chiudere, che rispondere ad un'ultima domanda.
La cooperazione anticipata può davvero sostituire il denaro? Può davvero risolvere il problema del potere e della reificazione?
Davvero c'è un modo per entrare in possesso di tutto il potere, del potere sovrano, illimitato, trasparente?
Come deve essere l'anticipazione, affinché, in essa, nulla sfugga al potere, e niente si trasmetta alla cosa?
Oppure, viceversa, anche nella struttura dell'anticipazione si producono, e non possono che prodursi, effetti di reificazione?

Ma cos'è l'anticipazione?
L'anticipazione è il valore che si attribuisce ad una cosa che non è presente. Per esempio il bisogno dell'altro. Che questo valore sia misurato con una scala anziché con un'altra, che sia misurato con la scala 1,2,3,..., o con la scala x1,x2,x3,..., o con la scala A,B,C,..., o che gli venga semplicemente attribuito un senso Y, non cambia nulla. Si tratta sempre di valore. Anche quando si dice che un altro avrà bisogno di 1,2,3 X, oppure di 1,2,3 tablet, il riferimento alla cosa non rende l'anticipazione più presente, più alla mano, più sotto controllo.
La mia rappresentazione deve sempre contenere, come elemento imprescindibile, la marca dell'altro. Il mio potere è sempre affettato dal potere dall'altro.
Come scrive Lina Prolissa su questo sito, "il valore o la valuta non sono niente di materiale. Anche se, senza un materiale prodotto, non può darsi alcuna valorizzazione. Una valutazione senza un bene da valutare non ha luogo. La valorizzazione ha bisogno di un logo, e questo luogo è la merce, che perciò si presta a diventare porta-valuta. Il valore non si appiccica alla merce come un cartellino del prezzo, non è frutto di una contrattazione che avviene a cose fatte, come presume la teoria dei bisogni, e con essa tutta la microeconomia. Il valore deriva da uno stato di comparazione preventiva, tale che l'offerta sia già da sempre una domanda."
Nella merce offerta, se è offerta, vi è sempre, preventivamente, la marca della domanda. La marca della merce è il riferimento all'altro nel medesimo, che fa delle cose prodotte il luogo del valore e della valorizzazione.
Se poi la merce appare come una cosa imbrogliatissima, piena di sottigliezza metafisica e di capricci teologici, come una cosa sensibile sovrasensibile, che per soprammercato inizia a ballare, si mette a testa in giù, come se fosse dotata di vita propria, che se ne va in giro rivolgendosi a tutti, tanto a chi l'intende quanto a chi non ha nulla da fare, e non sa a chi gli convenga parlare e chi no, non bisogna stupirsi e richiedere un ritorno all'origine, o pretendere che il padre o il produttore gli venga in aiuto, perché essa da sola non può difendersi né aiutarsi.
Senza un supporto dove possa spazializzarsi, l'anticipazione non può avere luogo, senza reificazione, l'anticipazione non ha luogo. Senza ripetizione non c'è valorizzazione.
L'anticipazione, dunque, non ha nulla di originale o di originario, o di arcaico. Ripete una legge, che non è, e non può essere, una legge empirica, anche se questa legge non può nulla senza inscriversi (reificarsi) in questa o quella cosa, non fass'altro che la tabula mnemonica.
Nella considerazione della struttura dell'anticipazione come valore (o senso) emergente magicamente dai fatti, si manifesta il forte attaccamento del Professor Mazzetti all'empirismo anglosassone.
Un attaccamento ribadito senza riserve quando scrive che "la differenza tra il sapere scientifico e il dogma sta proprio in questo: la credenza nel dogma è sempre a priori, nel senso che non si interroga mai sulla sua fondatezza, mentre il sapere scientifico è sempre a posteriori. E cioè, senza escludere il dubbio, subordina sempre le anticipazioni ad una verifica sperimentale o storica, che ne confermi o confuti la validità".
E' difficile immaginare come si possa sottoporre ad una verifica sperimentale o storica l'enunciato performativo "Vi dichiaro marito e moglie", o l'equazione A+B=C, anche se è impossibile pensare in che modo enunciati del genere possano prodursi al di fuori della storia. A meno che non si creda che il divorzio sia una confutazione del matrimonio.
Se nell'anticipazione cooperante progetto di costruire 3000 automobili, e poi la storia dimostra che queste automobili non erano necessarie, perché nel frattempo è stato inventato il teletrasporto, non significa che la storia o l'esperienza hanno falsificato l'anticipazione, ma solo che il teletrasporto non era contemplato nell'anticipazione, e che all'anticipazione sfugge strutturalmente sempre qualcosa. Un'anticipazione del tipo Produrremo 200 beni x per 200 bisogni y non ha nulla di vero o di falso. Non è falsificabile, è solo possibile o impossibile.
Quell'X fa riferimento a qualcos'altro che non rientra mai completamente nel dominio di chi l'anticipa.
E' così che la crisi e il fallimento diventano l'altra faccia dell'anticipazione.
Per fortuna, aggiungo io. Altrimenti il mondo sarebbe tutto pre-compreso nel pensiero anticipante.
Per chiudere in bellezza non rimane che lasciare la parola a Husserl, il quale, nelle Ricerche logiche, afferma quanto segue: l'induzione a partire da dati di fatto dell'esperienza non può fondare la validità di una legge, "fonda soltanto la più o meno alta probabilità di questa validità, solo la probabilità e non la legge ha una giustificazione apoditticamente evidente" [Husserl, Ricerche logiche, 143]. Una legge siffatta manca del carattere di necessità e di universalità. Pertanto, non è, in senso proprio, una legge.
Tutte le leggi fondate sui fatti "sono soltanto finzioni idealizzanti" [Husserl, Ricerche logiche, 73]

fonte foto wikipedia

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