La macchina da Scrivere di Heidegger

 

La macchina da Scrivere di Heidegger era usata dal fratello Fritz, il quale morì il 26 giugno 1980 e fu sepolto a Messkirk, dove era nato nel 1894 e dove aveva sempre vissuto. Fritz lavorò nella stessa banca per tutta la vita. Era un impiegato. Nel tempo libero trascriveva a macchina i manoscritti vergati dal fratello. Era un mattacchione, ospite fisso alla fastnacht, la festa del paese che si teneva poco prima della Quaresima. Intratteneva i paesani con scherzi e giochi di parole nel dialetto locale. Da-da-dasein, era la sua battuta preferita, con la quale ironizzava sul linguaggio esoterico e sulla balbuzie del fratello.
Martin non scriveva a macchina. Nella scrittura a macchina, disse in un corso su Parmenide tenuto all’Università di Friburgo nel semestre invernale 1942-43, tutti gli uomini sembrano uguali.
La mano, scrive Heidegger, nella sua essenza, custodisce in sé il rapporto reciproco tra l’ente (il cosmo) e l’uomo. Con la scrittura a macchina tutto ciò va perduto.
Se, scrive Heidegger, intendiamo con τα πράγματα (prágmata) la totalità unica e indivisibile del rapporto tra le cose e l’uomo, il modo unitario in cui le cose sono di volta in volta presenti sottomano e a portata di mano, sono cioè riferite alla mano, e di come l’uomo, nel suo comportamento si trova situato nel riferimento a ciò che è presente sottomano, si può capire la co-appartenenza essenziale (dice sempre Heidegger) di mano e parola.
Grammatica viene da graffiare. Il graffio si fa con la mano, anzi, con l’unghia. La relazione tra la mano che graffia e la grammatica è evidente.
In base al verbo γράφειν (gráphein), dice Heidegger, risulta chiaro come la mano, nella misura in cui mostra, e mostrando designa, e designando plasma in forma di segni mostranti, svela qualcosa di velato, e con ciò sia legata a γράμματα (grámmata). Non per niente, ancora oggi, continua Heidegger, la teoria della struttura della lingua si chiama Grammatica. Dunque, nella sua provenienza essenziale la scrittura, dice Heidegger (passando dal greco al tedesco – ma le due lingue, dice Heidegger – Ormai solo un dio ci può salvare – sono entrambe destinate a cogliere l’essenziale), la scrittura è Hand-scrift, scrittura a mano, grafia. Infine, continua Heidegger (ma qui si perdono tutte le assonanze con l’italiano – che non è lingua filosofica), in tedesco leggere si dice lesen, cioè raccogliere (c’è da dire che l’italiano leggere, viene dal latino lĕgĕre, che significa propriamente raccogliere, ed è affine al greco λέγω (raccogliere), come si può leggere sul vocabolario treccani.it). In greco lo svelante accogliere e percepire la parola scritta si dice λέγειν (légein), λόγος (lógos). Ma nel pensiero iniziale (nel pensiero di Parmenide, di Eraclito, di Anassimandro) questa parola è il nome dell’essere stesso.
Si capisce allora la portata del mano-scritto e della mano. E si intuisce quale debba essere, nel destino dell’essere, il passaggio alla scrittura a macchina.
Infatti, qualche riga dopo, Heidegger conclude sostenendo che quando la scrittura viene sottratta alla sua origine essenziale, cioè alla mano, e viene delegata alla macchina, allora è mutato il riferimento dell’essere all’uomo ed è affatto secondario quanti uomini poi utilizzino effettivamente la macchina per scrivere, o se taluni evitino di usarla. Il fatto che l’invenzione della stampa coincida con l’inizio dell’epoca moderna non è un caso. I segni grafici delle parole, continua Heidegger, diventano caratteri tipografici, il tratto della grafia scompare; i caratteri vengono composti, e ciò che è composto viene impresso. Questo meccanismo del comporre, imprimere e stampare è il prototipo della macchina per scrivere. La macchina per scrivere alberga in sé l’irruzione del meccanismo nell’ambito della parola. A sua volta, scrive Heidegger, la macchina per scrivere porta alla macchina compositrice. La stampa diventa rotativa. Nella rotazione viene in luce il trionfo della macchina.
Tradotto per le nostre orecchie, il messaggio dice questo. La macchina azzera ogni differenza.
Nella pagina successiva (164), Heidegger chiarisce che nella macchina per scrivere la macchina, vale a dire la tecnica, appare in un rapporto quasi quotidiano, quindi inavvertito e privo di segni, con la scrittura, ossia con la parola, dunque con il contrassegno essenziale dell’uomo. Tuttavia, una meditazione più penetrante, chiarisce Heidegger, dovrebbe accorgersi qui che la macchina per scrivere non è nemmeno una macchina nel senso stretto della tecnica macchinistica, bensì una cosa intermedia situata tra l’utensile e la macchina, un meccanismo. La sua fabbricazione è condizionata dalla tecnica macchinistica.
Questa macchina [Heidegger pone tra virgolette questa parola, per sottolineare che con essa non ci si riferisce al mero utensile, ma alla tecnica macchinistica], questa macchina che si aggira nella vicinanza più prossima della parola è in uso, anzi si impone all’uso. Anche là dove non viene impiegata essa esige che la si tenga comunque nel massimo riguardo, nel senso che è a essa che si rinuncia, è essa che viene evitata. Tale rapporto si ripete ovunque e costantemente in tutte le relazioni fra l’uomo moderno e la tecnica.
La tecnica – scrive Heidegger - è nella nostra storia.
Questo chiarimento pone in luce due aspetti importanti.
Innanzitutto, 1) la macchina è nella nostra storia, e siccome tutti siamo situati nella storia, e non potrebbe essere altrimenti, dunque dipendiamo in tutto e per tutto da questa storia, che è storia della macchina. Anche quando rifiutiamo la macchina, anche quando distruggiamo la macchina, quando, per esempio, decidiamo di non usare il wordprocessing e torniamo al papiro e alla biro, quando decidiamo di non arrenderci all’ebook, e scegliamo la carta, quando stacchiamo la linea dello smartphone e torniamo ai segnali di fumo oppure ai tam tam o ai tatzebao, quando neghiamo recisamente tutto ciò che è macchinetta e utensile elettrodomestico, neanche allora, scrive Heidegger, ci allontaniamo di un millimetro dalla tecnica macchinista. E tutto ciò 2) per effetto dell’irruzione del meccanismo nell’ambito della parola. La macchina si insinua nella parola stessa. Dunque, ogni parola, anche la parola che nega, è, nella sua intimità, una parola-macchina, una parola dattiloscritta. L’ebook anticipa il libro stampato.
Queste considerazioni possono suonare strane. Ma chi ha orecchie per udire, scrive Heidegger, cioè chi è in grado di vedere i fondamenti e gli abissi metafisici della storia, non ha avuto problemi a rilevare questa irruzione.
Negli anni Cinquanta del XVII secolo, quando era poco più che un fanciullo, Leibniz ebbe la prima intuizione di questa irruzione, e ne inserì incidentalmente una qualche descrizione nel libello sull’Arte combinatoria pubblicato quando era adolescente.
Nel 1672 Leibniz aveva messo a punto addirittura un computer. E negli anni Ottanta poteva scrivere con cognizione di causa “che non si potrà facilmente terminare le controversie, né imporre il silenzio ai settari, se non ricondurremo i ragionamenti complicati a calcoli semplici, i vocaboli di vago e incerto significato a caratteri determinati. Bisogna fare in modo che ogni paralogismo non sia altro che un errore di calcolo e che un sofisma, espresso in questo nuovo tipo di scrittura [Caratteristica], non sia altro in realtà che un solecismo o un barbarismo, facilmente refutabile in base alle stesse leggi di questa grammatica filosofica. Ciò fatto, quando nasceranno controversie, non vi sarà bisogno di disputare tra due filosofi più che tra due contabili: basterà infatti prendere in mano la penna, sedersi davanti all’abaco e (preso con sé, volendo, un amico) dirsi a vicenda: calcoliamo.” [Sull’arte caratteristica, 1685-92].
Questo calcolo non diventa praticabile fintanto che la parola non sia data come parola macchinica. Infatti, precisa Leibniz, “quando il quesito non è determinabile o esprimibile a partire dai dati, allora potremo eseguire l’analisi in due modi: o approssimando all’infinito, oppure, quando bisogna operare con le congetture, determineremo il grado stesso della probabilità, quale si può ricavare dai dati, in base a una ragione quantomeno dimostrativa; e sapremo in che modo le circostanze date si debbano ricondurre alle ragioni e, come in un bilancio, le si debba registrare a somiglianza di entrate e uscite, per scegliere ciò che è più conforme alla ragione. E in questo modo, seppure talvolta ci inganniamo, faremo tutto ciò che la ragione comanda, emulando chi conosce perfettamente i giochi misti di ragione e di azzardo, e perlopiù, al modo dei giocatori abili e fabbri della propria fortuna, tali che otterremo ciò che desideriamo e giudicheremo non soltanto cosa sia più verisimile, ma altresì più sicuro, e quanto convenga acquistarsi la speranza a un certo prezzo o col pericolo. Non si può certo chiedere di più alla ragione umana. E pertanto, tra l’altro, sto lavorando a una sezione della logica, sinora inesplorata, sulla valutazione dei gradi di probabilità, una stadera delle prove, dei presupposti, delle congetture e dei giudizi. Sono anche in grado di mostrare in che modo in questo calcolo generale, non meno che nel calcolo numerico, si possano escogitare degli esami o indici della verità, corrispondenti alla prova del nove e ad altre simili. Proprio al modo in cui quella prova è stata da me estesa dai numeri comuni all’algebra.”
Oggi questo modo di ragionare [approssimare all’infinito, operare congetture, grado di probabilità, ricondurre le circostanze a variabili, scegliere ciò che è numerabile, eccetera] appare scontato. Tutto ciò che esso ha rimpiazzato (in modo del tutto approssimativo e provvisorio) è un elaborato sistema di pensiero teologico. Il rimpiazzo, nonostante si esprima in un linguaggio, per così dire, scientifico, parla ancora la lingua della teologia.
Oggi calcoliamo invece di pensare, e senza farci caso. Calcoliamo anche quando crediamo di pensare. Tutte le dispute dialettiche sui giornali, compresi gli editoriali, o gli interminabili confronti televisivi, le opinioni e le ragioni, le confutazioni, le contraddizioni, l’esposizione delle prove (del 9), l’inchiesta, eccetera; tutte le nostre elucubrazione basate su dati di fatti, su rilevazioni, su misurazioni, su campionatura e telemetrie a tappeto o esplorazioni satellitari; tutta la retorica armata, con il suo sarcasmo e la sua ironia, persino la letteratura, la poesia, l’arte, la musica, la cucina, il sesso, il cibo, il vestiario, il cinema, eccetera; tutto è calcolo e deduzione. Tutti calcolano con la loro stadera, che non è uno strumento, o un utensile, o un computer o uno smartphone, ma è un impianto conficcato nell’anima.
Il calcolo, nei fatti della vita pratica, è una via per approssimare Dio.
Nelle ricerche della storia civile o naturale, nell’arte di esaminare i corpi naturali o le persone intelligenti, scrive Leibniz, e pertanto nella vita comune, nella medicina, nel diritto, nell’arte militare e nel governo dello stato, bisogna sapere che a misura di quanto in tutti questi campi vale la ragione (e vale molto), tanto e molto di più può la Caratteristica, la quale non è altro che una suprema esaltazione e uso compendiosissimo della ragione umana mediante simboli e note.
La Caratteristica sussume Dio.
In che modo?
“Come nei quozienti irrazionali – scrive Leibniz - la risoluzione procede all’infinito e, certo, si giunge comunque a una misura comune e si ottiene una serie, però indeterminata; così le verità contingenti richiedono nel loro sviluppo un’analisi infinita, che solo Dio può percorrere. E perciò possono essere conosciute a priori e con certezza soltanto da lui. Anche se infatti si può sempre rendere ragione di uno stato posteriore con quello anteriore, tuttavia di questo si può a sua volta rendere ragione, e pertanto non si arriva mai all’ultima ragione nella serie. Ma lo stesso progresso all’infinito ha una ragione, che a suo modo potrà sempre essere intesa, fuori della serie, immediatamente dall’inizio, in Dio autore delle cose, dal quale più che da se stessi dipendono gli antecedenti come i conseguenti. Qualunque verità, dunque, che non sia suscettibile di analisi e non possa essere dimostrata da proprie ragioni, ma riceve la propria certezza e ragione ultima dalla sola mente divina, non è necessaria. Sono tali tutte quelle che chiamo verità di fatto. E questa è la radice della contingenza: ignoro se alcuno l’abbia sinora spiegata”.
Per trattare le verità di fatto ci sono due metodi: approssimare l’infinito, oppure operare con le congetture, determinando il grado di probabilità. Teologia computazionale.
Il pensiero non deve affacciarsi sull’abisso. Dio va trattato con approssimazione o congettura, e dosi massicce di dati statistici. La parola Caratteristica, dunque la parola tecno-scientifica, la parola politica, la parola della medicina (di tutte le scienze, insomma) deve essere una parola calcolante, e il calcolo non riguarda grandezze commensurabili, quelle cioè che ammettono una grandezza sottomultipla comune, ma riguarda (o ha a che fare) con grandezze incommensurabili, grandezze che non hanno una misura comune. Sono punti differenti l’uno dall’altro che scorrono nella linea del tempo in entrambe le direzioni e all’infinito, e che solo la pazienza di Dio può contemplare esaustivamente: Dio è il metro - la loro misura comune. Le verità contingenti richiedono nel loro sviluppo un’analisi infinita, che solo Dio può portare a termine. E perciò possono essere conosciute a priori e con certezza soltanto da lui.
A questo punto dovrebbe essere chiaro quanto affermato da Heidegger, ovvero che la macchina calcolatrice e la macchina da scrivere non sono una macchina nel senso stretto della tecnica macchinistica, bensì una cosa intermedia situata tra l’utensile e la macchina, un meccanismo. La loro fabbricazione è condizionata dalla tecnica macchinistica. E la tecnica macchinista è un’approssimazione di Dio, è teologia. Noi siamo teologi quando calcoliamo, quando congetturiamo, quando trattiamo dati statistici, quando leggiamo il Bollettino del Fondo Monetario Internazionale, o della Banca Mondiale, o dell’Ufficio Europeo di Statistica o della Banca d’Italia, siamo teologi quando pensiamo e quando scriviamo poesia. La teologia ha fratto la parola, e la parola è una parola teologica.
In un corso invernale, tenuto a Friburgo nel 1955-56, interamente dedicato a Lebniz, Heidegger scrive che Leibniz cerca il principio supremo, il principio che per rango è il primo di tutti i principi. Cerca il principio 1) del principio di identità, 2) del principio di differenza, 3) del principio di non contraddizione, 4) del principio del terzo escluso. Tutti e 4 questi principi di secondo livello, dice Heidegger, si possono ridurre al principio di non contraddizione.
Il principio supremo, il principio di ragione, si esercita mediante il principio di contraddizione.
Niente è senza un perché, niente è senza una ragione. E poiché ogni cosa ha una ragione che la sostiene, non si tratta d’altro che di trovare questa ragione. Niente accade senza ragione, e si può sempre rendere il perché la cosa è andata così piuttosto che in un altro modo. Il fondamento, dice Heidegger, è per Leibniz conto. Se non si dà conto, il giudizio rimane senza giustificazione. Viene a mancare la prova della correttezza. Il giudizio non è una verità. Una qualsiasi cosa vale come effettivamente degna di esistenza solo e soltanto se è assicurata all’uomo che se la rappresenta come un oggetto calcolabile. Ma qui calcolabile deve essere inteso come integro, privo di contraddizioni. Semplicemente, ciò che è contraddittorio non esiste, o, perlomeno, deve essere eliminato. La contraddizione deve essere eliminata.
Questo calcolare, dice Heidegger, pensato in senso lato, è il modo in cui l’uomo comprende, intraprende e prende qualcosa, cioè, in generale, lo apprende.
Dopo Leibniz l’ossessione per la contraddizione diventa maniacale.
Bisogna eliminare le contraddizioni che emergono di continuo nei fatti osservati e nelle teorie formulate per la loro spiegazione – scrive Heidegger.
Dove ha condotto tutto questo? - chiede Heidegger.
Ci ha condotto all’energia atomica. La ricerca scientifica deve assicurarsi il dominio e la sottomissione delle energie naturali. La calcolabilità deve assicurare questo controllo. Ma il controllo provoca a sua volta la domanda di nuove assicurazioni.
Sotto il principio di ragione, scrive Heidegger, si consolida il tratto fondamentale dell’esistenza umana attuale, che lavora ovunque per avere sicurezza. E non è un caso che Leibniz, lo scopritore del principio di ragione, è anche l’inventore delle polizze di assicurazione sulla vita.
Per rassicurare l’assicurato bisogna entrare in possesso di informazioni nel modo più rapido. Deriva da qui il fatto che il linguaggio umano, dice Heidegger, si impone come uno strumento di informazione. Ed è proprio la determinazione del linguaggio come informazione che presiede alla costruzione delle macchine pensanti, dei computer.
Ciò che Leibniz pretende, dice Heidegger, è la fornitura del conto per rendere possibile un calcolo esaustivo che computi tutto ciò che è in termini di ente (ogni cosa – reale, immaginaria, possibile, impossibile, eccetera). La ragione sufficiente, il solo e unico fondamento propriamente sufficiente, la summa ratio, la suprema resa dei conti per la calcolabilità totale, per il calcolo dell’universo, è Deus, Dio.
Che cosa dice Leibniz di Dio in riferimento all’universo? - chiede Heidegger.
Nel 1677 Leibniz scrisse un dialogo sulla Lingua rationalis, vale a dire sul calcolo, o la specie di calcolo che dovrebbe essere in grado di calcolare in modo esaustivo. In questo dialogo – scrive Heidegger – Leibniz ha pensato già in anticipo i fondamenti di ciò che, oggi, non solo viene utilizzato come macchina pensante, ma arriva persino a determinare il modo stesso di pensare. In una nota manoscritta a margine di una pagina di tale dialogo, Leibniz osserva: Cum Deus calculat fit mundus. Quando Dio calcola, si genera il mondo.
È sufficiente essere disposti a guardare alla nostra era atomica – conclude Heidegger – per vedere che se, secondo il detto di Nietzsche, Dio è morto, il mondo calcolato c’è ancora e, ovunque, mette l’uomo nel proprio conto, computando tutto sul principium rationis.
Ecco tutto.
Ed ecco perché Heidegger si rifiuta di scrive a macchina.
Non tanto perché il macchinico sia nella macchina. La macchina è solo un utensile, il macchino risiede nella ragione stessa. La macchina è la ragione, e se non l’esaurisce, perlomeno la brutalizza. Resistere alla macchina da scrivere è un modo per resistere alla tirannia della ragione (non c’è bisogno di dire che qui non si ha minimamente a che fare con l’irrazionalismo, essendo l’irrazionalismo un’altra faccia della ragione).
Rimane da sbrogliare la questione della mano.
Resistere alla macchina da scrivere ha davvero a che fare con la mano e la mano-scrittura?
Parrebbe di no.
Eppure in Che cosa significa pensare, un corso tenuto nel semestre invernale 1951-52 a Friburgo, Heidegger scrive, a proposito della mano, esattamente questo. Anche la scimmia, come l’uomo, possiede organi prensili, ma non per questo ha le mani. La mano si distingue da ogni altro organo prensile, come zampe, artigli, zanne, infinitamente, ossia tramite un'abissalità essenziale. Solo un essere parlante, ossia pensante, può avere le mani e compiere così, attraverso la manipolazione, opere della mano.
La Scimmia, in definitiva, è confinata ad una fissità dell'innato, del cablaggio o del programma innato. Essa si muove, si agita, reagisce agli stimoli, prova anche dei sentimenti, ma non risponde, non decide, non dice né si, né no, non si decide mai a cambiare il proprio destino. E anche quando agisce, i sui atti consistono semplicemente nello svolgere un programma.
La Scimmia opera come una macchina. Non pensa. Ecco perché, anziché una mano, si ritrova una zampa.
Forse, scrive Heidegger, pensare è semplicemente la stessa cosa che costruire un armadio. È comunque un mestiere (hand-Werk – mano-vale), un’opera della mano. Infatti è solo in quanto parla, che l’uomo pensa; non il contrario, come crede la metafisica. Ogni movimento della mano in ciascuna delle sue opere si compie attraverso l’elemento del pensiero, in esso si mostra come gesto. Ogni opera della mano poggia sul pensiero. Per questa ragione il pensiero è la più semplice e quindi la più difficile, delle opere della mano dell’uomo.
La mano cessa di essere zampa nella parola e con la parola. La parola affettata dalla macchina regredisce a grugnito.
La macchina per scrivere, dice Heidegger [Parmenide, 164] occulta l’essenza dello scrivere e della scrittura. Essa sottrae all’uomo la dignità essenziale della mano. Non gli sottrae solo la mano e la mano-scrittura, gli sottrae il mondo, gli oscura il mondo.
Con l’avvento della tecnica macchinista, scrive Heidegger [Introduzione alla metafisica, corso tenuto nel semestre estivo 1935 a Friburgo, 55], si verifica sulla terra e intorno a essa un oscuramento del mondo. Gli avvenimenti essenziali che concernono questo oscuramento sono: la fuga degli dei, la distruzione della terra, la massificazione dell’uomo, il prevalere della mediocrità.
Mondo, chiarisce Heidegger, va inteso in senso spirituale.
Quando parliamo di mondializzazione o di globalizzazione, bisogna sempre legarne l’avvento a questo oscuramento.
L’animale – la Scimmia – chiarisce Heidegger, non ha mondo, nemmeno un mondo ambiente. L’oscuramento del mondo implica un depotenziamento dello spirito, la sua decomposizione, consunzione, rimozione.
Nietzsche fu il primo filosofo Occidentale a possedere una macchina da scrivere.

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