Mises, Bellofiore e il Teorema del regresso

 

La teoria della moneta di Mises si infila in un circolo. È lo stesso circolo imboccato da Menger. A levare i due studiosi austriaci dall’impaccio ci ha pensato Patinkin, in un libro scritto nel 1965, e intitolato Moneta, interesse e prezzi.
I tentativi di Menger e di Mises di integrare la teoria del valore e la teoria della moneta, tentativi finiti appunto in un circolo - e la teoria ha ribrezzo del circolo - sono stati elegantemente risolti – dice Bellofiore - da Patinkin.
Riccardo Bellofiore ha dedicato alla questione del circolo un capitolo della sua vasta introduzione al libro di Mises Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione. Questa introduzione è impreziosita da diverse pagine di note e da una bibliografia sterminata.
La determinazione del valore della moneta proposta da Mises – dice Bellofiore – è tutt’altro che impeccabile, e l’integrazione tra teoria del valore e teoria della moneta in ambito neoclassico viene elegantemente risolta da Patinkin.
Prima di esporre le ragioni di Patinkin, così come sono state riassunte da Bellofiore, non guasta delineare la mappa della strada che ha condotto Menger e Mises nel circolo.
L’intento di Mises – dice Bellofiore – era quello di procedere ad una determinazione non circolare del valore oggettivo di scambio della moneta, ovvero del rapporto di scambio tra la moneta e i beni.
Il problema è classico. Si tratta di far funzionare la partizione Moneta/Bene, di tradurre il bene in termini di moneta.
Quanto vale un bene?
Vale una quantità data di moneta.
Sin tanto che si rimane nell’ambito della teoria e del teorema, l’equazione risulta dimostrata. Ma quando si passa dalla teoria ai fatti non si può non costatare che una quantità data di moneta non ha sempre lo stesso valore. Il valore della moneta, sia che si consideri, come fa Menger, il suo valore intrinseco, sia che si consideri il suo valore estrinseco, non è per nulla fisso. Varia al variare delle condizioni di luogo e di tempo. L'esperienza è un fondamento insufficiente, visto che la conoscenza empirica è sempre induttiva e dunque solo probabile.
Il valore estrinseco, dice Menger nei Principi, corrisponde al potere d’acquisto della moneta, ovvero al prezzo calcolato in termini di quantità maggiori o minori di merci e connesso al possesso della moneta in diversi mercati o in diversi periodi.
Il valore intrinseco della monta, invece, è stato per lungo tempo considerato stabile, fisso, e ancora aggi, dice Menger, la gente comune e i commercianti sono convinti della fissità del suo valore. E ciò perché considerano la  moneta come uno strumento, un mezzo di comunicazione per far transitare due beni, uno dalle mani del compratore a quelle del venditore, e l’altro dalle mani del venditore a quelle del compratore. Il denaro, insomma, è ancora oggi considerato un mero mezzo di scambio, un mezzo che trasforma il baratto in uno scambio differito.
Tale opinione intorno alla stabilità del valore di scambio intrinseco della moneta, continua Menger, che viene condivisa quasi senza eccezioni dagli scrittori dell’antichità e dai teorici della moneta del Medio Evo, non viene più ritenuta valida col progredire degli studi economici.
L’analisi economica ha dimostrato, dice Menger, che il mutare della quantità di moneta in circolazione, il variare del fabbisogno di mezzi di circolazione per l’economia sociale, l’aumento o la diminuzione dei costi di produzione dei metalli monetati, l’uso più o meno esteso di moneta fiduciaria e tante altre variazioni nei fenomeni monetari incidono profondamente sul valore intrinseco della moneta, il quale varia anche nell’ipotesi immaginaria di un mercato congelato in un’istantanea.
Per la teoria e la pratica economica, dice Menger, sarebbe di una importanza immensa trovare un mezzo che abbia un valore intrinseco universale e immutabile. Col suo aiuto si potrebbero valutare esattamente le differenze tra i mercati e i movimenti dei rapporti di scambio di tutti i beni da un punto di vista prevalentemente pratico.
E invece gli economisti e la gente comune si trovano nella condizione di quel sarto costretto a prendere le misure per un vestito con un metro che varia la sua lunghezza a seconda del momento e del luogo in cui viene adoperato. Ecco perché, dice Menger, un mezzo monetario con un valore intrinseco stabile avrebbe un immenso valore pratico. Un tale mezzo garantirebbe al suo possessore una rendita stabile perenne. Il ché è assolutamente impossibile con un mezzo soggetto all’alea del tempo e dello spazio.
Purtroppo, conclude Menger, un mezzo di questo genere, una moneta il cui valore di scambio intrinseco sia immutabile, in un mercato libero non esiste. E tuttavia nulla impedisce di cercare un mezzo che si approssimi alla stabilità, per esempio un mezzo profilato dopo una vasta conoscenza statistica della situazione di fatto.
Nella situazione di fatto – verrebbe da dire nella storia, e tra poco si vedranno tutte le implicazioni storiche tirate in ballo da Bellofiore – nella situazione di fatto – dice Menger - il valore di scambio intrinseco della moneta è legato ai mutamenti di ordine spaziale e temporale, e ciò ha portato al tentativo di misurarne le variazioni, in particolare quelle connesse ai cambiamenti nello spazio. Che ciò sia stato tentato solamente basandosi sulle statistiche dei prezzi, fa pensare, a prima vista, che non si sia ben compresa la particolare natura del problema. L’andamento dei prezzi dei beni è, in generale, il risultato di cause che agiscono sia sui beni che sulla moneta. Come potremmo perciò – si chiede Menger - riconoscere le variazioni del valore di scambio intrinseco della moneta o addirittura misurarle partendo dal movimento dei prezzi dei beni o dalle loro differenze spaziali? È evidente che la soluzione di questo problema non è possibile sulla base delle statistiche dei prezzi, salvo una eccezione. Le cause determinanti il movimento dei prezzi, nel caso siano provenienti dai beni, agiscono in parte negativamente e in parte positivamente, oppure per alcuni beni in modo prevalentemente positivo e per altri negativo (elevando o abbassando i prezzi relativi). Ora non è da escludere che, nella somma algebrica delle variazioni dei prezzi di un certo gruppo di beni, gli effetti positivi e quelli negativi provenienti dal lato dei beni si annullino a vicenda. In casi di questo genere la somma algebrica delle variazioni dei prezzi di tutti o di una gran parte dei beni, ci indica, in realtà, soltanto le variazioni dei prezzi che hanno origine nella moneta (cioè il movimento del valore di scambio intrinseco della moneta). Su questa supposizione si basano tutti i tentativi che vengono fatti per risolvere il problema in oggetto basandosi sulle statistiche dei prezzi.
Ma questo presupposto — che, cioè, nelle somme algebriche delle differenze spaziali del movimento dei prezzi o delle quantità consumate di merci scelte a questo scopo, le cause (negative o positive) della formazione dei prezzi dal lato dei beni si annullano a vicenda e che, in questo modo, viene messa in evidenza soltanto l’azione sui prezzi provenienti dalla moneta — è così artificioso e tanto difficile da controllare che anche l’applicazione metodologica più intelligente non può portare ad un risultato soddisfacente. Tutti i metodi che si basano sul presupposto suddetto per determinare le variazioni spaziali e il movimento del valore di scambio intrinseco della moneta sono, a priori, arbitrari e di esito incerto.
In linea di principio (a priori), dice Menger, i metodi statistici sono arbitrari. Le soluzioni che propongono, i valori che processano, sono arbitrari, e sono arbitrari perché il campo empirico da esplorare è troppo vasto, è potenzialmente infinito. Le cause che influenzano il valore intrinseco (ed estrinseco) arretrano nella notte dei tempi. E dunque, visto e considerato che un potere finito (quello della statistica) non può abbracciare un campo infinito (quello della storia) esso, se vuole tirare fuori un risultato, deve, alla fin fine, produrre un dato che, per quanto approssimato, sarà pur sempre un dato arbitrario, frutto cioè di una finzione.
I dati statistici sono sineddoche. La valenza del dato nasconde la forza con cui una parte viene imposta per il tutto. È questo che in soldoni vuole dire Menger.
In più – ma questo Menger non lo dice in modo esplicito – le cosiddette serie storiche, frutto del lavoro empirico della statistica, le si può redarre solo se, preventivamente, si conosce cosa cercare. Hanno cioè bisogno di una determinazione arbitraria preliminare di valore intrinseco della moneta, senza la quale cercare non sarebbe possibile. Questo è il circolo. La storia si muove in circolo. Ecco perché il problema non può essere risolto da una analisi storica. La storia non ha i mezzi per uscire dal suo ambito scientifico. I mezzi li deve sempre ricevere da fuori. Tirare in ballo la storia – e Menger lo ha capito bene – non serve a cavar fuori dal circolo.
La soluzione elegante proposta da Patinkin fa a meno della storia.
In Patinkin – scrive Bellofiore – la moneta ha un ruolo meramente contabile, è un numerario scelto a caso per dare veste monetaria a un’economia di baratto istantaneo multilaterale quale è quella rappresentata nell’approccio walrasiano.
In Mises – continua Bellofiore -  la moneta è invece l’esito di un processo di selezione sociale, e il processo economico è sequenziale e incerto.
Mises cerca nella storia il valore della moneta, e si infila in un circolo. Patinkin si libera dal circolo mettendo da parte tutti i fatti, liberandosi della storia, mettendo tra parentesi e neutralizzando il tempo, con un gesto classico che ricorda, tra gli altri, il gesto di Rousseau.
Secondo Bellofiore la spiegazione storica di Mises e quella logica di Patinkin devono muovere nella stessa direzione. La spiegazione logica non può non fondarsi sulla spiegazione storica, sin quasi a identificarvisi.
Mises, continua Bellofiore, mantiene un legame, sia pure tenue, con l’uso non monetario del bene. Grazie al teorema del regresso cerca una fondazione della moneta in modo empirico. Mentre per Patinkin il segno rinvia solo ad altri segni. La moneta è un mero strumento, un numerario, un’unità di misura in un modello idealizzato di baratto istantaneo. La moneta di Mises si radica nella natura, la moneta di Patinkin, neutralizzando ogni legame con la natura, si radica completamente nella cultura.
Mises non può accettare una moneta totalmente convenzionale, perché ciò significherebbe ammettere la possibilità di una moneta normativa statalizzata.
Poiché Mises non sopporta l’idea di una moneta convenzionale, il cui valore sarebbe stabilito per legge e in modo arbitrario – e si capisce che là dove c’è arbitrio c’è potere, e anche potere di contraffazione – ripiega su una moneta convertibile il cui valore corrisponde ai beni contro cui può scambiarsi, anche se poi si vede costretto ad affidare alla scienza statistica quell’arbitrio che ha negato allo Stato. 
Patinkin, invece – siamo sempre nel riassunto di Bellofiore – taglia il cordone tra la moneta e i beni contro cui può scambiarsi. Siccome la moneta non è legata ad una merce, non c’è più bisogno di conoscere il valore della merce per stabile il valore della moneta. Una moneta di conto, vale per se stessa. Vale secondo i servizi che arreca la sua detenzione in quanto scorta liquida, rapportata ai costi che implicherebbe la detenzione di strumenti meno liquidi.
Sia come sia, secondo Bellofiore la logica deve fondarsi sulla storia, sin quasi a identificarvisi.
Per spiegare questo passaggio Bellofiore tira in ballo l’Essenza della moneta di Schumpeter, complicando, anzi, rendendo totalmente oscura la questione.
Cosa intende Bellofiore quando, a proposito di Patinkin, parla di Logica? Intende riferirsi al lavoro di Patinkin come ad una logica razionale, dove l'esperienza viene fatta dipendere dalla logica? E quando dice che la logica deve fondarsi sulla storia si riferisce a una psicologia empirica, dove la logica viene fatta derivare dall'esperienza? E se l'esperienza è un fondamento insufficiente, non sarà insufficiente anche al logica? O, ribaltando l’approccio empirico, vuole dire che bisogna installare la certezza e la necessità dell'esperienza sul fatto che essa è fondata dalla scienza, tale che ciò che sappiamo delle cose si confonde sistematicamente con l'esperienza che ne abbiamo? Oppure, infine, si deve ritenere che la logica non consiste mai nell'applicazione della ragione a dei dati, e che il passaggio dalla logica alla storia resta un evento concreto dell'esistenza umana? E che la deduzione economica non diviene mai un evento intellettuale che si produce al di sopra dell'esistenza, e assomiglia piuttosto a un evento storico che non cancella nessuno dei legami con gli eventi che chiarisce? Che, insomma, l’uomo non possiede alcuno strumento che possa farlo uscire dalla propria condizione, e che la logica non potrebbe assumere in alcun modo tale funzione? Che l’uomo non trova in se stesso il punto assoluto da cui dominerebbe la totalità della propria condizione, da cui potrebbe considerarsi dal di fuori, o in cui, potrebbe perlomeno coincidere con la propria origine? E ciò perché risalire verso la condizione è ancora l’opera di un essere condizionato e non quella di un essere in cui qualcosa sia morto e di un essere liberato dalle proprie catene come in Platone? O, forse, si deve concludere che Patinkin, affermando che il mondo esterno esiste solo per il pensiero, non ha voluto certo contestare i dati dell’esperienza quotidiana, ma solo scoprirne il significato?, rifiutando ogni comune misura tra la moneta e le merci?, in un sistema in cui la moneta si afferma come punto di riferimento di ogni realtà che nella più brutale delle sue apparizioni risponde a delle domande?; domande inespresse, ma che l’analisi trascendentale coglie sotto il nome di condizioni o di forme a priori della scienza economica? Affermando l’anteriorità della Moneta alle Merci, Patinkin propone, in fin dei conti, una dottrina della dignità umana? Ma tale dignità, in virtù della quale l’uomo potrebbe porsi sullo stesso piano delle cose, qualsiasi sia la relazione che lo lega ad esse, è definita dalla logica? E la logica  vi ha un ruolo fondamentale non solo in quanto mezzo atto a soddisfare la curiosità umana e a fornire garanzie di certezza, ma in quanto potere di porre l’uomo, in un certo modo, al di fuori di sé? Se il realismo di Mises afferma l’esteriorità del mondo rispetto all’uomo, si potrebbe dire che l’idealismo di Patinkin afferma l’esteriorità dell’uomo rispetto a se stesso? Tale che, in tal modo, l’idealismo è necessariamente spinto a cercare nel pensiero scientifico la relazione autentica dello spirito con l’essere, poiché la scienza salvaguarda l’esteriorità assoluta dell’uomo rispetto a se stesso? E in cui lo scienziato si colloca al di fuori della realtà che studia? E poi rispetto a ciò con cui ha un legame più intimo, come il suo corpo o le sue passioni, egli adotta l’attitudine dell'uomo che guarda, che non si pone all’interno degli eventi su cui dirige il proprio sguardo?, e si preserva il potere di retrocedere? Allora l'idealismo di Patinkin sarebbe fondamentalmente platonico e cartesiano?, e il suo punto di partenza si situerebbe nell’uomo, ma l’uomo si dominerebbe nella misura in cui colloca se stesso in relazione all’idea di perfezione, la quale, pur trovandosi nell’uomo, pur avendo un significato per lui, gli permette di uscire dall’immanenza del suo significato? E intesa in questo senso, la logica sarebbe assente nell’economia di Mises e di tutta la scuola austriaca autentica in generale? Oppure, e concludo per davvero, non bisogna forse assumere la possibilità, quando Bellofiore dice che la spiegazione logica non può non fondarsi sulla spiegazione storica, sin quasi a identificarvisi, non bisogna assumere, alla maniera di Heidegger e dalla fenomenologia in generale, il paradosso di un idealismo senza logica? Un idealismo, poiché l’uomo non vi acquista senso a partire da un mondo senza l’uomo?, ma che, contrariamente all’idealismo che ha gli strumenti necessari al fine di dominare l’uomo stesso, pone l’uomo come qualcuno che non può interamente assumere se stesso?, e pone un limite all’intellezione e così in seno all’uomo appare un nucleo inestricabile che trasforma la coscienza idealista in esistenza? Il mondo acquista senso grazie all’uomo, ma l’uomo non ha interamente un senso? E con ciò non si ripresenta il tema tradizionale del realismo?  quello di una realtà che si contrappone alla comprensione?:-(Lévinas, perdono)-:

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