Il livello dei prezzi

 

La scienza economia si è sempre opposta a introdurre nelle sue spiegazioni motivazioni di tipo psicologico, soprattutto nella spiegazione della formazione dei prezzi. Si è sempre indirizzata verso la ricerca di una sostanza comune che potesse spiegare l'origine dei prezzi.
Per gli economisti classici questa sostanza è il lavoro. Il prezzo di un bene si spiega con la quantità necessaria di lavoro per produrlo, o  con l’uguale costo di produzione o di riproduzione. Prezzi identici rappresentano quantità identiche di lavoro.
Dalla dottrina del valore-lavoro, si legge nei Principi di economia politica di Menger, derivò un danno incalcolabile per la scienza economica.
I prezzi, dice Menger, sono fenomeni accidentali. Sono sintomi. E le cause della loro formazione non vanno ricercate in identiche quantità di lavoro.
Anche il lavoro è un sintomo.
Un’equivalenza di valore in senso oggettivo fra due beni – dice Menger – non esiste. Due beni effettivamente esistenti – un’automobile e un anno di lavoro di un operaio meccanico – non sono equivalenti. Anche due beni effettivamente esistenti, prodotti in serie, non possono essere identici.
Sono scambiabili proprio in quanto non sono identici. Se fossero identici – il ché è impossibile – non sarebbero scambiabili.
È la differenza che spiega lo scambio, e non, al contrario, l’identità. Se i beni scambiati fossero identici – identici in rapporto ad una sostanza – lo scambio sarebbe reversibile. E in verità non ci sarebbe alcuno scambio. Beni equivalenti di questo genere – dice Menger - non ne esistono nella vita economica. Se ve ne fossero, ogni scambio potrebbe venire ripetuto in senso inverso.
Affinché lo scambio si concluda è necessaria una differenza. Una differenza tra il valore del bene che cediamo, e il valore del bene che acquistiamo. Il mercato si muove se c’è differenza, se c’è dislivello, se c’è disparità.
Il prezzo non esprime un valore in sé, un supposto valore della cosa, un valore incorporato dalla cosa.
Il prezzo non ha una designazione estrinseca né un significato intrinseco, ma solo un senso di posizione. È arbitrario.
Il prezzo è sempre un effetto di posizione. Ma la posizione non è la sostanza del prezzo, l’origine del prezzo. Anche perché dalla stessa posizione – e la pozione non è mai la stessa – possono scaturire prezzi differenti.
Quando Althusser parla di struttura economica, precisa che i veri protagonisti non sono coloro che vengono ad occupare i posti, individui concreti o uomini reali. Come i veri oggetti non sono né i ruoli che questi assumono né gli eventi che vi si producono, ma anzitutto i posti in uno spazio topologico e strutturale definito dai rapporti di produzione. Un po’ come nell’analisi geopolitichese. I protagonisti non sono gli Stati in sé, e nemmeno le posizioni che occupano, la geografia. La posizione diventa significante e la geografia comincia a contare solo quando uno Stato e un territorio sono messi sotto pressione o tenuti sotto scacco da un altro Stato o da un insieme di altri Stati.
È la differenza che rende politici i rapporti tra Stati, e che valorizza la posizione.
La presa di posizione è il posizionamento. E il posizionamento è sempre una presa di posizione.
La presa di posizione è possibile perché c’è una casella vuota. Si occupa il posto lasciato vacante dalla sovranità, dall’umanità, dalla giurisdizione, dalla territorialità, dall’extraterritorialità. Si occupa la casella lasciata vuota da tutti i capisaldi della politica classica. Ed è sempre facendo valere (o ri-valere) uno di questi capisaldi destituiti che la geopolitica può articolare il suo discorso. Non deve dunque stupire la resurrezione di centri fissi, quali sovranità, giurisdizione, costituzione, eccetera. Nella struttura geopolitica, a turno, uno Stato incarna lo Stato Sovrano, o lo Stato Territoriale, o lo Stato Nazione, anche quando è ormai chiaro a tutti che questo Stato è solo un supplente, un sostituto temporaneo di qualcosa di morto che ritorna solo perché uno stato di fatto gliene dà la possibilità. 
C’è, profondamente, un non-valore, nella formazione del livello dei prezzi. I prezzi sono indici che  indicano una casella da occupare. Ciò non vuol dire che non ci sono valori, e che i prezzi sono indeterminati. Al contrario, i valori e i prezzi si moltiplicano. C’è una sovrapproduzione di prezzi e di valori derivante dalla combinazione delle posizioni.
Mancando un centro che fissi e fondi le sostituzioni di una merce con un’altra, posto che nella teoria classica è occupato dal valore-lavoro, il gioco della valorizzazione moltiplica i prezzi all’infinito. Sarà il prezzo A che, occupando il posto lasciato vuoto dal valore-lavoro, si offrirà come misura del prezzo B. Il prezzo A sarà solo un supplente, sostituibile, all’occorrenza, dal prezzo C, D, E...
Il posto è primo in rapporto a ciò che lo occupa. E non è sufficiente – come crede di poter fare Menger – non è sufficiente mettere l’uomo e la psicologia al posto della dottrina del valore-lavoro per cambiare la struttura della formazione dei prezzi. Perché anche l’uomo è sottoposto alle stesse leggi strutturali che valgono per il prezzo, e che valgono per il lavoro e per la merce. Se il prezzo non può essere spiegato a partire da una sostanza, tanto meno può essere spiegato partendo dalla psicologia. Anche la psicologia occupa una posizione. Ed è da questa posizione che si fa valere.
La psicologia è un’unità di posizione che non esiste indipendentemente dai rapporti differenziali in cui entra. La psicologia è un effetto della posizione. Ma la posizione non è la causa della psicologia. Qui si dovrebbe parlare di effetti senza cause.
Il prezzo è un effetto della posizione occupata da tutte le merci concorrenti. Ma non è la posizione – questo mercato in questo determinato momento – a fare il prezzo. Non è il mercato a fare il prezzo. Il prezzo è un effetto senza cause. Emerge da una pozione, ma questa posizione non ha un valore che pre-esiste e che si trasmette al prezzo. Il prezzo è situato, e la situazione si apprezza, e apprezzandosi si ri-situa, ininterrottamente. Sino al punto che il concetto stesso di prezzo di un bene – la partizione prezzo/bene – finisce per perdere la sua valenza.
La struttura classica articolava la partizione Prezzo/Bene intorno ad un centro fisso. La traduzione del Bene nel Prezzo (della Natura nel Nomos) era resa dal valore-lavoro. Il lavoro si incaricava di tradurre il bene nel prezzo, e il prezzo nel bene. Ogni bene aveva il suo prezzo, e il prezzo era misurato in unità di lavoro. Questo centro poteva funzionare solo se si considerava il lavoro come spogliato della sua esistenza. Se si fosse trattato il lavoro come situato ed effettivamente prestato ci sarebbe stato bisogno di introdurre un ulteriore criterio che traducesse il lavoro situato in unità di lavoro generiche. Il ché avrebbe condotto in un circolo.
La novità della struttura neo-classica consiste nella sostituzione di un centro fisso con un altro.
Nella struttura neo-classica la traduzione del Bene nel Prezzo è resa possibile dalla psicologia. La psicologia si incarica di tradurre il Bene nel Prezzo, e il Prezzo nel Bene. Ogni bene ha il suo prezzo, e il prezzo è misurato in unità di utilità o di desiderio. Questo centro può funzionare solo se si considera la psiche come spogliata della sua esistenza. Se, al contrario, si tratta la psiche come situata ed effettivamente operante bisogna introdurre un ulteriore criterio che traduca la psiche situata in unità di utilità o desiderio generiche. Il ché conduce presto in un circolo.
Va da sé che non rimane che assumere il circolo come ciò che nella struttura permette il passaggio – la traduzione – del Bene nel Prezzo, e viceversa. E ammettere che il centro è dappertutto. E che ritorna qui e là e dappertutto sempre identico e sempre diverso. E comportarsi come se la traduzione del Bene nel Prezzo sia possibile. Fingere che sia possibile.
E visto che le finzioni non sono tutte uguali si riapre uno spiraglio per la scelta politica.

* Carl Mneger, Principi fondamentali di economia

* G. Deleuze, Strutturalismo

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