Gli Autonomi, chi erano? Spiegato facile facile.

 

1 – Indipendenza da fabbrichismo

Negli anni Settanta del secolo scorso (all’incirca mezzo secolo fa) si definivano Autonomi tutti quelli che misero in crisi l'operaismo, portando in primo piano tematiche nuove estranee ai rapporti di produzione (i giovani, le donne, i pensionati). Erano gruppi che – dice Toni Negri - celebravano l'indipendenza dall'economicismo e dal fabbrichismo, e che si raccoglievano intorno ad alcune riviste: Lotta Continua, Ombre rosse, Primo Maggio.
Negli anni Settanta emersero forze che divisero quello che era apparso come un fronte unitario. Erano forze sociali come il femminismo, i giovani, la musica, le canne, lo sballo, la trasgressione, eccetera, che non erano componibili in un ordine e un segno univoci, come possono essere la legge del valore e la fabbrica, o la sinistra comunista.
La fabbrica e il valore non totalizzano l’antagonismo del femminismo, del movimento gay, del porno, del furto, delle battaglie lesbiche e sado-masochiste.

2 – Democrazia radicale e rinuncia alla delega – contro i leninisti.

La differenza forse più marcata tra l’Autonomo e il Vecchio Militante del PCI o di Potere Operaio è la rinuncia alla delega.
La differenza è tra un orizzonte di democrazia radicale, che è quello dell'Operaio Sociale, e un altro di Aristocraticismo leninista, tipico della teoria dell'Operaio Massa.
L’antagonismo e il conflitto sono vettori microfisici che non si muovono più per linee verticali, dalla fabbrica all’operaio, dal classe al partito, dall'operaio all’avanguardia, ma che si muovono per traiettorie orizzontali, da nodo a nodo. Sono movimenti e forze che non possono essere totalizzati dalla fabbrica e della legge del valore. Non sono più gerarchizzabili in base ad un unico segno, in base ad un unico valore. Sono nodi di una rete, e ogni nodo segna l’emergere di una potenza virtualmente antagonista.

3 – Rifiuto del lavoro

L’Autonomo è l’operaio non più necessario al processo di valorizzazione. È la figura dell'operaio espulso dalla grande fabbrica. Non è propriamente il disoccupato, non fa parte direttamente di un esercito di riserva. È un lavoratore che, caduta la legge del valore, rimane ancora recluso in fabbrica, una fabbrica allargata a tutta la metropoli.
Da adesso in poi non si parlerà più di sfruttati, o di classe di sfruttati, ma si parlerà più genericamente di reclusi, di repressi, di sorvegliati, di puniti, di inibiti. E quando si vorranno fare le cose in grande, si troverà una proprietà più generica, più evidente, più palpabile, più comprensibile, più spendibile, più sostenibile, più a portata di mano, più elegante, come quella, ad esempio, e ce ne sono altre, di nuda vita. Da una parte c’è la nuda vita - incarcerata, sorvegliata e repressa (pardon!, sedotta) - e dall’altra il resto del mondo.
Il senso in cui si diffonde la conflittualità e l’antagonismo non è più univocamente determinato a partire dalla fabbrica, dal processo di produzione; anzi, sempre più spesso vi irrompe con un segno che appare chiaramente determinato da rapporti che si producono in altre sfere dalle vita sociale.
Autonomia vuol dire Rifiuto della centralità della fabbrica, rifiuto dell'operaismo – pratico e  teorico.
Non c’è alcun nesso tra fabbrica e valorizzazione.
Il rifiuto del lavoro è la manifestazione lampante della perdita di centralità della fabbrica e del fabbrichismo. È la prefigurazione di una vita sociale che non poggia più su quelle basi.
All’inizio, il rifiuto del lavoro, avanza in modo contraddittorio, e “il giovane proletario che si assoggetta al lavoro nero, al lavoro precario, per ricostruire da qui una prima forma di controllo sul tempo della propria vita, non più inteso come tempo residuale, ma come tempo che si autodetermina e quindi determina anche, autonomamente, la dimensione e le condizioni del tempo socialmente necessario alla propria riproduzione materiale, questo giovane vive certamente una realtà contraddittoria, nella quale a fronte di spazi di libertà conquistati stanno ancora pesanti tributi di disperazione, di incertezza, di miseria anche. Ma la dimensione sociale e politica che vive in questi comportamenti, nel rifiuto del rapporto di lavoro stabile come elemento determinante e condizionante della propria esistenza, descrive una tendenza che è destinata ad affermarsi e ci dice, nel contempo, che qui siamo già oltre il rapporto di capitale quale, finora, storicamente, si è dato.”

4 – Auto-valorizzazione

Auto-valorizzazione significa, anzitutto, decidere da sé il proprio ritmo, decidere il proprio tempo. Auto-valorizzaione significa inventarsi il lavoro, e ricavare il redditto dal lavoro che si è inventato. Significa strappare al capitale le condizioni della propria riproduzione e iniziare, adesso, a liberarsi dalla catena della fabbrica e dei ritmi di vita imposti da altri, imposti dall’esterno.
L’Auto-valorizzazione  “mira all’acquisizione immediata di spazi economici, sociali, politici, che gli consentano di riprodurre la vita al di fuori della logica di capitale”.
E se la logica del capitale ancora si ostina ad imporre, anche tramite la mediazione dello Stato e del capitale collettivo, il rientro entri i margini della legge del valore, l’auto-valorizzazione risponde - ma la risposta non è una reazione - risponde occupando ogni spazio sociale e politico, ogni magazzino e capannone in disuso, ogni partito zoppo e fermo, ogni organizzazione sindacale che arranca e ogni altro istituto sociale atto allo scopo, e lo scopo è sempre lo stesso, soddisfare una voglia infinita di piacere, lusso e godimento senza freno, senza misurare, e che bussa incessantemente per un’altra dose.
Non c'è più alcuna regola e alcuna ragione rispetto con la quale misurare il gesto e l'azione, la voglia e la fame. In un mondo di differenze molecolari ogni cosa è uguale all’altra, senza ultima istanza.

5 – Chi sono gli Autonomi Autentici?

Non ci sono autonomi autentici - per definizione. L’autonomo si auto-nomina.
L’Autonomia è un movimento politico che dura sempre, per sempre.

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