Epepe non trova l'uscita

 

Epepe è un romanzo scritto da Ferenc Karinthy nel 1970. Narra le avventure di Budai, un linguista ungherese diretto a Helsinki e dirottato verso una città sconosciuta.
È un libro bellissimo - ha scritto Pietro Citati sul Corriere della Sera -  nel quale un profondo senso di estraneazione e di angoscia, che risale al Processo e al Castello di Kafka, dà luogo a variazioni originali.
Altri sostengono che il libro non abbia nulla a che vedere con Kafka, e che il vero tema sia la disumanità delle città del blocco sovietico, oppure i fatti ungheresi del 56, o la rivolta di Praga del 68.
Secondo Emmanuel Carrère il libro non è lontano da quei deprimenti film di animazione dei paesi dell’Est, tanto in voga negli anni Sessanta e Settanta, in cui si vedeva un omino con la bombetta aggirarsi fra moltitudini dallo sguardo vacuo in una metropoli tentacolare dove tutte le vie si assomigliavano. Quei film avrebbero dovuto illustrare l’angoscia dell’uomo moderno, la disumanizzazione delle città, e nel dibattito che seguiva c’era sempre qualcuno che pronunciava con gravità l’aggettivo «kafkiano». A sottrarre Epepe a questo cliché sono la precisione e il rigore con cui sono riferiti i tentativi di evasione di Budai.
Perché Budai vuole evadere dalla città che lo ha accolto?
Perché, nonostante conosca più di una ventina di lingue, non può parlare con nessuno. Nessuno è in grado di capirlo in questa città sconosciuta, dove tutto, a prima vista, appare familiare, e dove ognuno parla una propria personale lingua - suppone Budai. Il portiere gli risponde sempre in una lingua, che il professore, che conosce molte lingue, non ha mai inteso. Alla reception ci sono targhette indecifrabili, scritte in lettere mai viste. E quando finalmente sembra avere trovato una ragazza che possa comprenderlo Budai si picchia il dito sul petto, ripete il proprio nome più volte, poi indica la ragazza con aria interrogativa. Lei ride di nuovo e risponde con una parola di due sillabe: Pepe, Tete, o forse Bebe, Veve, Dede, o forse Epepe.
È uno dei punti di forza del libro - scrive Carrère nell’introduzione - che il protagonista sia industrioso, combattivo, che esplori in modo esaustivo tutte le possibilità di cavarsela – ovvero di capire qualcosa, anche solo una parola, della lingua che si parla attorno a lui – e che, nonostante i prodigi di metodo che mette in campo, l’oggetto del suo studio gli rimanga così ostinatamente oscuro.
Citati concorda con Carrère. Budai, scrive, adotta un modo esaustivo, quasi matematico di esplorare tutte le conseguenze del postulato. Eppure, nonostante gli sforzi, rimane prigioniero della città sconosciuta. La ricerca di una stazione dei treni, di un aeroporto, di un taxi, di un mezzo di locomozione qualsiasi che lo conduca ad una porta che lo lasci andare via da quella città e da quel mondo risulta vana. Tutti i suoi sforzi, le sue congetture, le sue deduzioni, le argomentazioni e le analisi finiscono in un niente. Anche quando sale sulla sommità di una cattedrale alla ricerca dei confini della città, il suo sguardo non arriva a superare la barriere delle strade, delle case, delle vie, dei grattacieli, degli insediamenti industriali.
Allora si rituffa nella lingua. Ma ogni tentativo è vanificato da una congettura che comincia a diventare una certezza. Se la ragazza una volta dice di chiamarsi Pepe, la volta successiva Bebe, e poi Epepe, vuol dire che la lingua non è stabile, è un idioletto che si rinnova ad ogni pronuncia, come uno speech act puro.
Eppure, scrive Carrère, dall’imparare la lingua dipendeva la sua salvezza. Parlare era diventato un sintomo.
Da dove viene quella lingua strana, gutturale, con quei click tipici delle lingue africane?
Budai cerca la risposta nelle più strane direzioni. L’origine della lingua deve rimanere un mistero. E non perché Budai non è stato abbastanza acuto. Anzi. Come notano sia Carrère che Citati, il professore ha condotto la sua indagine con metodo rigoroso. Ma tutta la sua scaltrezza e il suo talento falliscono prima ancora di mettersi all’opera. E falliscono perché la lingua non viene in un secondo tempo a fornire un’indicazione o un contrassegno che si chiama parola ad un mondo di cose altrimenti già emerse dalla confusione. La lingua non è un mezzo per accedere a qualcosa, per ritrovare una porta, un stazione, un aeroporto che esisterebbero in questo stato al di fuori di una lingua. Ciò non vuol dire che al di fuori della lingua, o senza lingua, il mondo sia un caos. Ma che la lingua e il mondo sono l’una il sintomo dell’altro, senza appartenersi. Chi parla è già da sempre situato, si ritrova sempre in un universo parallelo, un paese di fantasia che sfugge alle leggi del realismo. E la storia deve sempre svolgersi nella finzione. La finzione non è un accidente o una disgrazia che capita a Budai. Il Come se della finzione è l’illusione necessaria che congiunge le parole alle cose. Non c’è nulla che leghi il referente al segno e al concetto. E ci aggiriamo tutti in un mondo di fantasia, senza uscita, e nel quale l’uscita si intravvede sempre là dove le parole cominciano a mancare. E non è un caso che il racconto di Budai termini proprio con una congettura, la congettura che ciò che vede sia un ruscello che parte da un lago e che finirà in un mare, un ruscello che ha un inizio e che avrà una fine. Ma si tratta di un’altra congettura. E non ci sono più parole per venirne a capo.
Dove finisco le parole finiscono le congetture, e dove finiscono le congetture finisce il mondo – anche se il mondo è poco più di una favola macabra.
Solo i numeri sembrano fornire una certezza indubitabile. Sono il metro – l’organo, lo strumento – che misura i soldi che finiscono e il grattacielo che avanza. Ma in verità sono solo una prospettiva normativa sull’interpretazione del mondo.
Infine Budai potrebbe essere anche un turista in una città qualsiasi, che atterra all’aeroporto, prende un autobus, si registra all’albergo, cambia i soldi in valuta locale, mangia al ristorante, compra souvenir, esplora la città, entra in un bordello, si ammucchia con una cameriera, assaggia i soliti cibi, che però sono un pelo più dolci di come dovrebbero essere. Tutto senza dire una parola. Tutto secondo una procedura rodata, secondo un copione noto. E potrebbe benissimo non essersi spostato dalla sua città di residenza, visto che il turismo ha omologato ogni esperienza di viaggio e ogni centro urbano. Tutto regge fino a quando la finzione non si interrompe. L’interruzione della finzione lo getta nel panico. Non bisogna aver paura di fingere se si vuole tornare a casa. E non si può pretendere di parlare un’altra lingua se non si finge di saperla parlare. Noi che ci vergogniamo di fingere non impereremo mai, e non torneremo mai a casa, se non dopo una fatica sovrumana.

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