I miei amici non fanno figli

 

Nessuno dei miei amici delle scuole superiori ha figli.
Chissà perché!
L’altro giorno Paola Turci ha raccontato in televisione le sue disavventura e ha dichiarato che finalmente si è riconciliata con se stessa, con la parte di sé (il lato sinistro della faccia) sfigurata dal grave incidente avvenuto nel 1993.
Solo adesso, ha detto, riesco a mostrare anche l’altra parte della faccia. È stato un tormento, non mi accettavo, non sopportavo gli sguardi della gente, non sopportavo me stessa, non sopportavo più nulla. Adesso è diverso. Sono qui, e come Lucia Annibali, posso mostrare ciò che sono, ciò che sono diventata.
Ora che ti sei riconciliata con te stessa, ha chiesto un’intervistatrice trasognata, la cui mente pensava sicuramente a Gianna Nannini e a Carmen Consoli, farai dei figli?
No – ha risposto Paola Turci – figli neanche a pensarci. Voglio essere libera.
Bingo!
I figli tolgono la libertà.
È quello che devono aver pensato anche i miei amici. I quali, adesso, mentre io cambio i pannolini, e mi sveglio la notte al pensiero della copertina scivolata ai piedi del lettino, loro se ne stanno al bar a scolare birre e a mangiare tramezzini e pizzette gocciolanti di sugo, olio e grasso.
Cos’è questa libertà alla quale ho rinunciato?
Non è la libertà di bere a tutte le ore, o di scopare a destra e a manca, ma sempre senza impegno. E non è nemmeno la libertà di tornare a casa a notte fonda e apparecchiare con pane stantio e senape scaduta. È, invece, una libertà negativa. La libertà di non avere pensieri per altri se non per se stessi, di non doversi preoccupare di comprare il latte fresco, di non dover far scadere le bollette, di non dover rimanere a secco con la macchina, di non dover fare tardi all’uscita dall’asilo, di non dover perdere le staffe, di non dover sbottare se il volume della tv è troppo alto e non è quello del telegiornale, eccetera.
In verità i miei amici lavorano, si sono sempre spaccati la schiena, e in molti casi anche per una paga appena sufficiente. Hanno versato regolarmente le tasse all’erario, e queste tasse sono servite per pagare gli asili nido, le scuole elementari e le superiori, e perfino l’università ai figli di quelle persone che, al contrario di loro, libere, forse, non lo sono state mai, anche perché cosa sia libero non lo hanno mai capito. Sopratutto in un mondo in cui, anche per le cose più sceme, si dipende dal lavoro di altre persone, sparse ai quattro angoli del pianeta.
È la divisione internazionale del lavoro, tale per cui il lavoro dell’uno dipende dal lavoro dell’altro.
Altro che libertà!
Nella storia non c’è mai stata meno libertà di adesso, se per libertà si intende l’essere causa di se stessi, il trovare le proprie ragioni in se stessi, anziché negli altri, o in altro.
Tra le altre cose, questi amici hanno versato i contributi all’INPS, l’istituto nazionale della previdenza sociale. Sarà quest’istituto a provvedere quando non saranno in grado di allacciarsi le scarpe o di centrare la tazza del cesso. Se nella loro testa si è formata una qualche idea di libertà, questa idea è fondata sull’INPS (e sull’ASL). Dipendono totalmente dalla speranza che l’inps, alla stessa stregua di un figlio, provveda a loro, quando loro non saranno più in grado di farlo.
La libertà (o l’idea di libertà) che l’inps vende se la fa pagare cara. Soprattutto in questa fase, dove pretende di diventare figlio di pensionati sull’orlo della fossa.
Cari amici, il vostro figlio è l’inps, tenetevelo caro, non fatelo andare in malora, non fatelo fallire, gestitelo con la stessa cura del buon padre di famiglia - se potete, se ve la sentite, se tutto ciò non vi toglie quella parvenza di libertà che, in un mondo a divisione del lavoro e assicurazioni sociali, vi serve per mandare giù l’ultimo goccio di birra spillato al banco.
Infine, a parte l’inps e tutte le assicurazioni sociali, sarà sempre un figlio in carne e ossa, il figlio di qualcun altro, a dover indirizzare il catetere verso l’uretra. Non ce lo scordiamo. Paola Turci, non lo dimenticare.
In quanto alla libertà, che dire?, è un’idea romantica che aiuta a dormire, e a risvegliarsi la mattina e a riprendere il lavoro da dove lo si era lasciato, convinti di dare senso alle cose, perché il senso, per i romanticoni di ieri e di oggi, sgorga da dentro, dal profondo, e se c’è una profondità nelle cose e nel mondo e nella vita stessa è perché ci sono proprio i romantici a infondergliela. Ciò che accomuna i romantici e i liberisti e i post-strutturalisti è questa idea che tutto cominci con l’individuo, che al centro ci sia l’individuo - e nient'altro.
Se c’è valore, esso sgorga da un altro valore, e quest’altro valore è l’individuo, il singolo, il caso fortuito.
La fortuna ha baciato gente come Paola Turci, la quale, libera da impegni, si alza la mattina, e da un bene – lei stessa – fa germogliare un altro bene, un bene per tutti, un valore per tutti.
Poi non conta se liberisti ante litteram come Menger avvertono che [Principi di economia politica] gli economisti [e gli artisti] tendono a credere che una cosa è un bene in quanto è prodotta da beni.
Nel 1862, dice Menger, quando la guerra di secessione negli Stati Uniti chiuse all’Europa il più importante mercato di importazione del cotone, migliaia di cose che erano beni complementari del cotone perdettero il loro carattere di beni. In primo luogo il lavoro degli operai adibiti, in Inghilterra e nel continente, alla manifattura del cotone, i quali rimasero disoccupati e dovettero rivolgersi alla carità pubblica. Le prestazioni di lavoro di quegli operai non erano cambiate, eppure esse perdettero in gran parte il loro carattere di beni perché era venuto a mancare il cotone che costituiva un loro bene complementare e perché, essendo state impiegate fino allora per un tipo particolare di lavorazione, non potevano essere impiegate tal quali per la soddisfazione di un altro bisogno umano. Non appena ci fu nuovamente una disponibilità di cotone, con l’aumento delle importazioni da altri paesi e con la fine della guerra in America, le stesse forze di lavoro tornarono ad essere dei beni.
Quello che, pressappoco, è capitato a gente come Paola Turci, dopo l’invenzione dell’algoritmo di compressione MP3. Una parte dei loro beni (loro stessi)  persero il carattere di beni.
Fu così che in molti, per arrotondare, si misero a scrivere libri, ma con l’invenzione dell’ebook, anche i libri cominciarono a rendere poco, considerata anche la confusione tra testo cosiddetto originale e remix, resa possibile dal copincolla. 

Share/Save