Hayek e Deleuze

 

Nel 1937 Friedrich von Hayek tiene 5 lezioni all’Insitute des Hautes études di Ginevra sul tema del nazionalismo monetario.
La pubblicazione delle lezioni non ha suscitato grande clamore, e anche Hayek, per lungo tempo, non è tornato sull’argomento.
Si tratta di un testo molto denso, e in parte frammentario, ma che tuttavia fornisce un quadro di quello che sarebbe potuto diventare un dibattito pubblico. Un dibattito che, invece, è rimasto congelato, perlomeno fino agli anni Settanta, ed è rimasto congelato per il fatto che il cosiddetto nazionalismo monetario, rappresentato da Keynes, ha dominato fino alla fine degli anni Sessanta.
Per Nazionalismo Monetario Hayek intende (lezione prima) la dottrina secondo cui la partecipazione di ciascun Paese all’offerta mondiale di moneta non deve essere determinata dagli stessi principi e dagli stessi meccanismi che determinano quali sono le quantità relative di moneta nelle differenti regioni e località della stessa nazione.
Per Sistema Monetario Internazionale, invece, intende quel sistema in cui l’intero pianeta ha una moneta omogenea, come quella che circola all'interno di ciascun paese preso separatamente e dove i flussi monetari fra le regioni sono il risultato dell’azione di ogni singolo attore.
Nelle lezioni successive viene spiegata in modo dettagliato la differenza tra i due sistemi. Ma sin da subito, da queste due definizioni, si può intuire il motivo per il quale le preferenze di Hayek sono indirizzate al Sistema Monetario Internazionale (SMI).
Quali dovrebbero essere i principi che determinano la quantità di moneta in circolazione nelle diverse aree di una stessa giurisdizione e perché questi principi dovrebbero valere per l’intero mercato globale?
Le regole valide nelle singole giurisdizioni, sembra voler dire Hayek, devono essere le regole del mercato, le stesse regole che determinano, in modo autonomo [io direi in modo automatico] le quantità prodotte di singoli beni.
Se consideriamo la moneta alla stessa stregua di una merce, e la moneta è una merce tra le altre, allora la si deve lasciare libera di fluttuare e trovare la quantità sufficiente, senza che intervenga alcun limite arbitrario a forzare questa libertà di fluttuazione.
La quantità di moneta in circolazione deve essere il frutto dell’azione dei singoli attori. Se intervenisse un attore esterno, per esempio lo Stato, a definire, in un determinato mercato, la quantità di una singola merce-denaro da produrre, tutto il delicato meccanismo della formazione dei prezzi, della produttività aziendale, dell’interesse, del profitto, dell’investimento, dell’accantonamento, delle scorte, della riserva, e via discorrendo, sarebbe alterato.
Lo stesso meccanismo dell’impresa verrebbe spiazzato.
L’intervento dello Stato manderebbe a gambe all’aria l’impresa e la contabilità aziendale.
Come conteggiare i profitti e le perdite in un sistema in cui non si è liberi di decidere le quantità da produrre? Si conteggia in modo fittizio, perché la misura del valore è alterata artificialmente.
I Nazionalisti, al contrario, credono che l’artificio contabile, il finanziamento in deficit, eccetera, possano risollevare le sorti di un sistema di libero mercato e di un’impresa non più in grado di svolgere le proprie funzioni. Perlomeno in regime di sottoccupazione.
I difensori del Nazionalismo monetario, scrive Hayek, credono sinceramente che un sistema di monete nazionali indipendenti ridurrà, piuttosto che aggravare, le cause di attrito economico internazionale.
La storia ha dato ragione ai nazionalisti, almeno sino agli anni Settanta. Poi le cose sono andate a gambe all’aria. E i sostenitori di una moneta internazionale omogenea si sono fatti sotto.
Già verso la fine degli anni Trenta Hayek elogiava il sistema di moneta unica, non necessariamente un Gold Standard, anche se l’esempio teorico che propone si basa proprio sul Gold Standard. Questa scelta teorica non va sottovalutata, e presto si vedrà il perché.
Supponiamo di avere due paesi, dice Hayek, due paesi con due monete diverse diffusamente utilizzata e costituite dallo stesso metallo. Si assuma che le monete siano liberamente scambiabili senza costo e che abbiamo (o meno) denominazioni diverse.
La diversa denominazione - anche se sarebbe auspicabile avere nomi identici – non costituisce una differenza rilevante tra i due sistemi.
A questo punto appare la prima nota, dove Hayek ci spiega perché la denominazione non conta nulla.
Non fa nessuna differenza che la moneta si chiami Sterlina, Lira o Marco. Ciò che conta non è il significante, ma il significato.
Questa nota è molto importante. In essa Hayek non si esprime nei termini della linguistica. Rivolgendosi a Whittlesey dice semplicemente che è difficile da pensare che egli abbia acriticamente accettato la differenza di denominazione come prova dell’esistenza di una differenza qualitativa. I nomi non contano nulla. Non hanno alcun potere su ciò che nominano. I nomi possono cambiare, e nella realtà cambiano. Ma ciò che nella realtà cambia non ha alcuna influenza e alcun potere su ciò che è la sostanza delle cose. La sostanza, nonostante il cambiamento dei nomi, rimane sempre la stessa.
Qui si confonde il mondo apparente con il mondo vero, dice Hayek. E il mondo apparente è il mondo dei nomi.
La sostanza delle monete è fatta di oro. È a questa sostanza che bisogna mirare, e non ai nomi attraverso i quali questa sostanza si mostra e si fa conoscere.
Dobbiamo essere consapevoli che, scrive Hayek, quando esprimiamo una certa quantità di oro in forma di sterline, dollari o marchi, siamo solamente di fronte a una differenza di nomenclatura. Dovrebbe essere ovvio che tale nomenclatura rappresenta beni diversi non più di quanto non diventi un bene differente la stessa quantità di tessuto misurata in metri piuttosto che in iarde.
Il ragionamento di Hyek è dei più classici.
Il nome sta al posto della Cosa stessa, dove Cosa vale sia per il senso (il valore) sia per il referente. Sorvolando sulla differenza tra referente e valore, Hayek si concentra sul fatto che i nomi differiscono il momento in cui possiamo incontrare la cosa stessa, impadronircene, consumarla o spenderla, toccarla, vederla, averne l’intuizione presente. Si concentra sulla differenza tra l’intelligibile e il sensibile, e in un movimento, appunto classico, in cui crede di squalificare l'intelligibile a favore del sensibile, in realtà fa tutto il contrario. E tutto ciò avviene appunto perché somma, senza avvedersene, referente e senso (valore).
Quando dice che la stessa quantità di tessuto è ora misurata in metri e ora in iarde il riferimento è il referente. Si esprime come se dicesse che questo tessuto che ho tra le mani rimane sempre lo stesso, sia che io lo misuri in metri, sia che lo misuri in iarde.
Quando invece dice che se si esprime una certa quantità di oro in Sterline o in Dollari, si è in presenza della stessa quantità di oro, si riferisce al senso, al valore dell’oro. Perché una certa quantità di oro non è propriamente questo contenuto particolare di oro che ho tra le mani, ma una quantità qualsiasi dello stesso identico metallo.
Questa constatazione apparentemente ovvia contrasta con le più elementari evidenze della teoria economica della scuola austriaca. Teoria secondo la quale il valore (il senso) non è una sostanza, non è un'ideale, non è una misura fissa.
Per la scuola austriaca, al contrario, il valore emerge dalla rete delle opposizioni che  distinguono e rapportano i vari beni gli uni agli altri. Il valore è inscritto in una catena o in un sistema all’interno del quale ogni valore rinvia all’altro, agli altri valori, e si forma per gioco sistematico di differenze.
Poiché i valori non sono caduti dal cielo, le differenze tra un valore e l'altro si sono prodotte nella storia, nel mercato, sono degli effetti ai quali non corrisponde come causa né l’intenzione di un soggetto, né una sostanza, e nemmeno una cosa in generale. Per i valori di mercato si dovrebbe parlare, a rigore e di diritto, di effetti senza causa.
I valori di mercato, secondo la scuola austriaca, sono effetti senza causa.
Per la scuola austriaca, perlomeno nelle opere di Menger, non solo il riferente è mobile, e non si può mai indicare alcun referente economico e considerarlo una cosa statica. Ma anche il valore, il significato o il senso, non sono stabili, ma sono il frutto di una disseminazione continua.
Ripristinando, perlomeno in questa prima nota, la distinzione classica tra Significato e Significante, in cui il significato (il valore) è indipendente dagli attori presenti sul mercato (dalle forze in campo) Hayek contraddice le acquisizioni critiche della scuola austriaca. Il valore del Valore-di-Scambio non si forma più nel mercato, ma deriva da una sostanza, dalla sostanza Oro.
L’influenza di queste considerazioni a margine si avverte in tutto il testo, anche se qui e là Hayek riproduce meccanicamente e in modo eccellente lo schema austriaco, per esempio, quando scrive che, a proposito dei flussi e della redistribuzione, tra uno Stato (A) e un altro Stato (B), di uno stock di moneta puramente metallica, una singola variazione in un punto produrrà un effetto che verrà trasmesso a qualcun altro punto e disseminato – sono parole di Hayek, alla lettera.
La disseminazione si propaga nel mercato, e non possiamo dire, scrive Hayek, quanti redditi devono cambiare e quanti singoli prezzi, in conseguenza dei primi cambiamenti, devono essere modificati al rialzo o al ribasso in ciascun Paese. Ciò dipende interamente dalle circostanze specifiche di ogni caso particolare. In alcuni Paesi e sotto alcune condizioni, il percorso sarà breve. In altri casi, la strada sarà lunga e i movimenti necessari a bilanciare lo squilibrio avverranno solo dopo estesi cambiamenti dei prezzi, che indurranno altre persone a modificare la direzione della loro spesa. Anche se lasciamo da parte le ramificazioni che producono effetti a ogni passaggio, scrive ancora Hayek, osserviamo la serie di cambiamenti successivi dei redditi monetari come una serie di catene singole. Una catena può molto rapidamente portare all’altro Paese o passare prima attraverso molti anelli nello stesso Paese. E tuttavia, se un dato individuo nel Paese verrà o meno toccato dal cambiamento dipenderà dal fatto che egli si trovi o meno in quella particolare catena, se cioè più o meno direttamente serve individui il cui reddito è cambiato inizialmente e non dal fatto che risieda nello stesso Paese o meno.
L’immagine della catena, continua Hayek, ci permette di vedere chiaramente che non è impossibile che la maggior parte delle persone che da ultimo soffriranno una riduzione di reddito a causa dell’iniziale cambiamento della domanda da A a B possano risiedere in B e non in A.
Spesso, continua Hayek, dimentichiamo ciò, perché l’intero processo è presentato come se la catena di effetti terminasse nel momento in cui i pagamenti fra i due Paesi sono in equilibrio. Ma le due catene – quella che scaturisce dalla diminuzione del reddito di qualcuno in A e quella che scaturisce dall’aumento del reddito di qualcun altro in B – possono continuare a produrre effetti a lungo prima di giungere all’altro Paese, e possono avere un numero maggiore di passaggi in questo rispetto a quello in cui sono stati generati. Ciò significa che il numero di riduzione dei prezzi e redditi individuali (non il loro valore aggregato) che avvengono come conseguenza del trasferimento di denaro da A a B può essere più grande in B che in A.
Questa immagine, conclude Hayek, è molto irrealistica, perché taglia fuori le infinite ramificazioni in cui queste catene di effetti si articolano. Ma anche così, credo, rende palese quanto superficiale e fuorviante sia un’analisi fatta in termini di prezzi e redditi di un Paese, come se questi dovessero necessariamente muoversi all’unisono e nella stessa direzione. Saranno i prezzi e i redditi di particolari individui e particolari attività a essere colpiti.
È una descrizione eccellente del mercato, degna di Menger.
È una descrizione che collima quasi perfettamente con quelle fornite da Foucault o Deleuze.
In un colloquio del 1972 sul potere Foucault, rispondendo a Deleuze, dice che si sa pressappoco chi sfrutta, dove va il profitto, fra le mani di chi passa e dove si reinveste, mentre invece il potere… Si sa bene che non sono i governanti che detengono il potere. Si sa che nozioni come «classe dirigente», «dirigere», «governare», «gruppo di potere», «apparato di Stato», ecc., non vanno bene, sono da approfondire. E che innanzitutto bisognerebbe sapere sin dove si esercita il potere, attraverso quali collegamenti e fino a quali istanze, spesso infime. Nessuno ne è titolare in senso stretto, e tuttavia si esercita sempre in una certa direzione, gli uni da una parte, gli altri dall’altra; non si sa esattamente chi lo abbia. Se la lettura dei suoi libri - dice Foucault a Deleuze – (da Nietzsche a L’anti-Edipo) è stata per me così essenziale, è perché sotto questo vecchio tema del senso, significato, significante, ecc., finalmente affiora la questione del potere, dell'ineguaglianza dei poteri, delle loro lotte. Ogni lotta si sviluppa intorno ad un centro particolare di potere (uno di quegli innumerevoli piccoli centri che possono essere un capoccia, un portiere di case popolari, un direttore di prigione, un giudice, un responsabile sindacale, un redattore-capo di un giornale).
Parole alle quali fanno eco quelle di Deleuze.
Si vede bene chi sfrutta, risponde Deleuze, chi approfitta, chi governa, ma il potere è ancora qualcosa di più diffuso.
Il problema, continua Deleuze, è sapere come concepire i rapporti, i collegamenti trasversali tra questi punti attivi discontinui da un Paese ad un altro o all’interno dello stesso Paese.
Se muovi una quantità di denaro dal paese A al paese B, dice Hayek, gli effetti di questa azione si propagano per catene i cui anelli singoli si allungano all’infinito. E seguire gli effetti delle azioni dei due soggetti direttamente interessati dallo spostamento di denaro è già molto complicato, perché gli effetti si riverberano sui prezzi di tante altre merci presenti sul mercato, sui conti di tanti altri soggetti che agiscono nello stesso ambito. Ma anche questa immagine, l'immagine di due contraenti di due paesi diversi che scambiano merci contro denaro, questa immagine, dice Hayek, è molto irrealistica, perché taglia fuori le infinite ramificazioni in cui queste catene di effetti si articolano. Ma anche così, credo, rende palese quanto superficiale e fuorviante sia un’analisi fatta in termini di prezzi e redditi di un Paese, come se questi dovessero necessariamente muoversi all’unisono e nella stessa direzione. Saranno i prezzi e i redditi di particolari individui e particolari attività a essere colpiti. E i contraccolpi di questa singola azione si estenderanno, si dissemineranno all’infinito.
Il potere, vorrebbe dire Hayek, ma gli mancano le parole, è molecolare. Nessuno nel mercato è titolare in senso stretto del potere, e tuttavia si esercita sempre in una certa direzione, gli uni da una parte, gli altri dall’altra; non si sa esattamente chi lo abbia, eppure transita, e transita nelle azioni di ognuno di quegli innumerevoli piccoli centri che possono essere un capoccia, un portiere di case popolari, un direttore di prigione, un giudice, un responsabile sindacale, un redattore-capo di un giornale. Il problema diventa sempre come tracciare i collegamenti trasversali tra questi punti attivi discontinui da un Paese ad un altro o all’interno dello stesso Paese.
Il mercato è formato da Millepiani che si intersecano e si attraversano, che sconfinano gli uni negli altri, che ritornano su se stessi, chi si piegano e si ripiegano, si moltiplicano, si dividono, si sommano e si spezzano, e lacerati continuano la corsa.
Se Hayek avesse potuto leggere Cinema I e II di Deleuze avrebbe scritto che nel mercato tutte le compere e tutte le vendite si confondono con le loro azioni e reazioni: è la variazione universale. Una compera è un’operazione che va sin dove vanno le sue azioni e le sue reazioni. E la moneta è una merce e un sintomo, è una parte del mercato.
In che modo la moneta, questa misura del valore, questo significante, conterebbe e misurerebbe le merci, dato che anch’essa è una merce fra le altre?
Le merci vere e proprie agiscono sul denaro-significante-misura-del-valore, e trasmettono movimento, e il denaro restituisce movimento: in che modo le merci sono misurate dal denaro, dato che il denaro stesso è merce, cioè movimento?
E anche, dicono Deleuze-Hayek, è possibile, a questo livello, parlare di mercato, di equilibrio, di valore, di segno e di senso, di equilibrio?
Ciò avviene per semplice comodità, poiché niente si lascia ancora identificare così.
Il mercato sarebbe piuttosto un insieme di istanze e di azioni singole rinnovate senza sosta. È forse possibile, chiedono Hayek-Deleuze, parlare persino di istanze? Esse non si distinguono dai mondi, dalle influenze reciproche. È un mondo di variazione universale, di ondulazione universale, di sciabordio universale: non vi sono né assi, né centro, né destra né sinistra, né alto né basso.
Questo insieme infinito di tutte le domande e le offerte costituisce una sorte di piano di immanenza. La merce esiste in sé, su questo piano. Questo in-sé della merce è il valore: non un qualcosa che sarebbe nascosto dietro la merce, ma al contrario l’identità assoluta del movimento che ci fa concludere immediatamente nell’identità della merce e del valore. La merce-denaro, la merce-materia e la merce-valore sono rigorosamente la stessa cosa.
L'universo materiale, il piano d’immanenza, è il concatenamento macchinino delle merci-denaro, del loro movimento.  Vi è una rottura con la tradizione economica, che poneva il valore della merce dalla parte del soggetto, dello spirito, e faceva della coscienza o del lavoro un fascio luminoso che traeva le cose dalla loro oscurità.
Il piano d'immanenza è interamente valore. L'insieme dei movimenti, delle azioni e delle reazioni è valore che si diffonde, che si propaga. L'identità del valore e del movimento ha per ragione l'identità della materia e del valore.
Al contrario, scrive Hayek, un’analisi fatta in termini di prezzi e redditi di un Paese, come se questi dovessero necessariamente muoversi all’unisono e nella stessa direzione, è molto fuorviante.
Un’analisi di questo tipo non è fuorviante - avrebbe detto Hayek, se avesse potuto prendere in prestito due-tre parole da Deleuze. Un’analisi che presuppone una visione globale, un’analisi in termini di domanda aggregata di un intero Paese, non è fuorviante, è semplicemente totalizzante. Tutte le forze che si muovono nel mercato, che sono molteplici, si addizionano facilmente dal punto di vista del potere, diventano domanda aggregata sempre dal punto di vista del potere.
Il potere qui non è quello di un’istanza Capitale e, alla fin fine, trascendente. Nel mercato non c’è nessuna istanza Capitale, e se gli economisti fanno riferimento ad un potere che si presenta come arbitro, il loro contesto di riferimento è ancora quello della monarchia, è quello di un sistema di potere monocratico trasmesso al diritto e passato nell’analisi politica e economica.
Bisogna tagliare la testa al re – direbbe Foucault. Non lo si è ancora fatto nella teoria economica.
Il potere è qui ciò che addizione – dice Deleuze. La domanda aggregata, i ragionamenti in termini di PIL, di inflazione, reflazione e deflazione, di campi monetari nazionali, di giurisdizioni fiscali, eccetera, anche quando sono interpretati in termini di tattica e strategia, e trasportati su un campo di battaglia continua, sono addensamenti resi possibili dal fatto che il potere somma ciò che pone come separato dalla sua forza.
Prendiamo l’inflazione. Essa è una crescita alla quale non corrisponde alcuna istanza in particolare.
“I prezzi aumentano”: è una proposizione logica che non trova riscontro in un piano di immanenza.
I prezzi, direbbero Deleuze-Hayek, intesi come atomi, sono cattive astrazioni. Non esistono prezzi e atomi, ma solo forze, esistono solo rapporti, esistono solo differenze di forze, differenze di gerarchia.
I prezzi, l’essenza della merce espressa in contanti e posta non in ciò che si è, ma in ciò che si nega, è lavoro del negativo – direbbero Deleuze-Hayek.
I prezzi non sono l’espressione in moneta di conto del valore della merce. I prezzi non sono Denaro-Significante a fronte del quale si darebbe un Significato. Non sono la misura di un supposto valore-d'uso, ceduto in cambio di denaro, denaro che troverebbe in questo valore-d'uso ceduto-negato la sua unità di misura, la sua essenza.
Il denaro non significa niente. Non misura niente. Non ha senso, direbbe Foucault. Tutte le semiotiche, come strutture della comunicazione, non sono in grado di rendere conto del denaro, perché il denaro non è un atomo, non è una rappresentazione di un soggetto, non è un’unità di misura, non è un mezzo di espressione, non è un mezzo di comunicazione, ma è una forza tra le forze, e la sua analisi va condotta in termini genealogici, nei termini di rapporti di forza, di sviluppi strategici, di tattiche, in cui il modello non è, dice Foucault, quello dei segni, ma quello della guerra e della battaglia.
Il Denaro, direbbe Deleuze, non rappresenta niente. Non c’è più rappresentazione. Non c’è che l’azione, l’azione della merce e quella del denaro in rapporti di collegamento e di cambio. Il denaro - rincarerebbe Foucault - non è l’espressione, la traduzione o la presentazione di una merce, ma una merce esso stesso.
Niente a che vedere col Significante – continua Deleuze. Bisogna che il denaro serva, che funzioni.
Per farlo funzionare bene, risponderebbe Hayek, bisogna tenere conto della sua disseminazione e della sua molteplicità. Di denaro ve n’è più d’uno.
Ma come tenere conto di una cosa che si dissemina, che cresce al suo diffondersi e differenziarsi?
L’uomo della strada pensa alle banconote distribuite dalla banca centrale, e crede che il denaro in circolazione sia la somma di tutte le banconote stampata dalla zecca. Ma le banconote sono solo una piccola parte del denaro in circolazione, e la banca centrale, anche quando è l’unico sistema di emissione di banconote, non è la sola in grado di mettere in circolazione denaro.
Come controllare allora la proliferazione del denaro, la sua crescita esponenziale, la sua disseminazione continua? O, all’inverso, come avere ragione della sua repentina contrazione, del suo ritiro dalla circolazione?
Mentre Deleuze accetta e asseconda i limiti mobili e sempre spostati, dove niente rinvia più a una situazione globalizzante o sintetica, e tutte le azioni economiche sono prese nella stessa realtà che le disperde, e il mercato e la folla perdono il loro carattere collettivo e umanista di stampo ricardiano e marxiano, e dove il caso diventa il solo filo conduttore. E come in Quintet di Altman l’apprezzamento tarda e si perde nei tempi morti, e a volte arriva troppo presto, ma non appartiene a colui al quale succede (Cassavetes, L'assassino di un allibratore), perché  gli avvenimenti finiscono col non concernere veramente chi li provoca e subisce. Mentre Deleuze asseconda questo perenne mondo senza totalità né concatenamento, dove non c’è più distinzione tra significato e significante, Hayek crede, invece, che un Sistema Monetario Internazionale possa fermare la disseminazione e far sì che le differenti denominazioni delle monete nazionali non sarebbero in realtà più significative del fatto che la stessa quantità di tessuto possa essere misurata in iarde o metri.
Con questa mossa conclusiva Hayek squalifica tutte le acquisizioni critiche della scuola austriaca. Riconosce all’esigenza dell’economia classica il diritto a un valore trascendente, fisso, immobile, un valore che non si forma in un mercato dal confronto e dallo scontro e dal rinvio ad altri valori, ma un valore che eccede la catena delle merci-denaro, ponendosi al centro del processo di valorizzazione, alla stessa stregua del valore-lavoro o del costo di produzione.
Hayek ha cercato sino alla fine di mostrare come il valore (lavoro) della teoria economica classica non occupi una posizione centrale, trascendente, è arrivato a mostrare quanto sia problematica la distinzione tra un metro di misura (moneta) e una sostanza misurata (merce-valore). Poi, di fronte alle possibilità della disseminazione continua è tornato sui suoi passi, ha cerato di ripristinare l’architettura classica.
Perché è ritornato indietro?
In primo luogo perché il Nazionalismo monetario è un sistema punitivo insopportabile.
I cambi fissi e la svalutazione sono un sistema di controllo dei prezzi che invece di abbattersi direttamente e solamente su chi ha determinato uno scompenso, colpisce indiscriminatissime  tutti.
Deve essere chiaro che, dice Hayek, il risultato finale del deprezzamento della moneta nazionale può essere solo uno: per ripristinare le proporzioni appropriate alle condizioni di costo e per rendere possibile il volume relativo di produzione, invece di una caduta dei prezzi e dei redditi del settore originariamente colpito, è necessario che molti altri prezzi e redditi si elevino.
Trovo difficile immaginare, continua Hayek, la scena in cui il presidente di una banca centrale che, dopo aver constatato un aumento dei prezzi in un importante settore d’esportazione, si impegni a spiegare di dover porre in essere una politica volta alla riduzione dei prezzi per molte attività interne.
Se diventasse un riconosciuto dovere delle autorità monetarie, dice Hayek, compensare qualsiasi effetto sfavorevole di un aumento dei salari sulla posizione competitiva delle attività nazionali nel mercato mondiale, sarebbe difficile immaginare cosa diventerebbero le negoziazioni salariali. Ma di una cosa possiamo essere certi - continua Hayek. La classe operaia non impiegherà molto a capire che un aumento dei prezzi, appositamente architettato, dà luogo ad una riduzione dei salari non diversa da quella prodotta da un loro deliberato taglio.
In un Sistema Monetario Internazionale con una moneta unica globale questo giochino non potrebbe essere attuato, e ogni riduzione di competitività in un settore sarebbe compensata da una riduzione dei salari soltanto in quel settore.
Allora perché non adottare sin da subito un Sistema di moneta unica globale?
Perché ci sono delle contro-indicazioni – dice Hayek
Intanto, una moneta unica globale con un sistema unico di riserva, anche se questa riserva fosse formata da oro, non potrebbe funzionare, perché il sistema della riserva unica e della banca centrale rende di fatto incontrollabile la creazione della moneta, mettendo così in moto un processo pericoloso di disseminazione.
È noto che la riserva forma la base di una superstruttura multipla del credito, la quale è a sua volta composta da diversi strati con diversi gradi di liquidità o accettabilità.
La riserva, dice Hayek, diventa la base per un sistema perverso ed elastico di moneta-credito. Sulla base della riserva il mezzo di scambio utilizzato, i depositi bancari, non costituisce una quantità fissa. Ulteriori depositi, dice Hayek, possono essere costituiti (essere «creati» dalle banche) in ogni momento, e parti del totale possono allo stesso tempo scomparire.
La possibilità delle banche di creare moneta-credito rende impossibile fissare un valore intrinseco della moneta, vanificando la possibilità che essa possa misurare in modo esatto merci identiche sullo steso mercato in tempi differenti. Si produrrebbero gli stessi effetti totalizzanti di una moneta nazionale soggetta a svalutazione.
Una alternativa alla disseminazione della moneta-credito potrebbe essere il sistema del Cento per Cento del Piano di Chicago.
Questa proposta, dice Hayek, riprende ed estende ai depositi bancari i principi del Peel’s Act del 1844. Si tratterebbe di fornire alle banche una quantità di carta moneta in modo da portare al Cento per Cento le riserve detenute a fronte dei depositi attivi, esigendo allo stesso tempo che queste riserve siano tenute al Cento per Cento.
Questo sistema porterebbe, di fatto, all’abolizione dei depositi bancari. In circolazione ci sarebbe un solo tipo di moneta che potrebbe assolvere alla sua funzione di misura esatta del valore.
Tuttavia, conclude Hayek, il sistema del Cento per cento abolirebbe i depositi bancari come li consociamo oggi, ma non impedirebbe che nuove forme di sostituti monetari nascano rapidamente o forme esistenti assumano un'importanza maggiore.
Possiamo oggi tracciare una netta linea di separazione fra ciò che è moneta e quel che non lo è? La risposta è no, dice Hayek.
Non esistono già tante forme di «quasi-moneta», come i depositi a risparmio, gli scoperti di conto, le lettere di cambio e via dicendo, che possono in ogni caso soddisfare, quasi quanto la moneta, la domanda di riserve liquide? Non esistono, si potrebbe aggiungere, le Special purpose vehicle  (SPV) che presentano all'attivo gli impieghi a medio e lungo termine ceduti dalle banche e al passivo titoli a breve termine (Asset backed commercial paper – ABCP), garantiti dalle attività bancarie cedute e assistiti da linee di liquidità messe a disposizione dalle banche stesse, o i Collateralised Debt Obligations (CDO) affidati sempre a società veicolo?
Dobbiamo amaramente riconoscere tutto ciò, conclude Hayek. Il che riduce considerevolmente l’affascinante semplicità dello schema bancario con la riserva portata al Cento per cento. Dobbiamo riconosce che è impossibile tracciare una linea di demarcazione fra quel che deve essere trattato come moneta e ciò che non può esserlo.
L’idea di equilibrio deve essere abbandonata, perché il valore di ciò che deva valutare non è stabile, la moneta non misura una forza, tuttalpiù è una forza tra le altre, e misura non meno di quanto venga misurata – c’è un effetto di ritorno che non può essere eliminato in vista di una misura esatta, stabile, fissa, ferma, immobile, neutra. Neanche un sistema in cui le valute di tutti i Paesi siano al Cento per Cento coperte dall’oro, e in cui si autorizzerebbero variazioni della circolazione nazionale solo in proporzione alla quantità di oro posseduta dal Paese, potrebbe funzionare, perché richiederebbe come essenziale complemento, dice Hayek, il controllo internazionale della produzione di oro, diversamente l’aumento del valore del metallo potrebbe provocare un enorme aumento della sua offerta. Stabilizzare il denaro o stabilizzare una merce-denaro non fa differenza, perché sono entrambe forze.
Insomma, la speranza di fissare un valore stabile, uguale per tutti, in un mondo dove tutto si muove, e ogni cosa è diversa dall’altra, ed è diversa proprio perché rinvia ad altro, o ha i tratti della menzogna totalitaria, o è inconcludente.

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