Hicks, Keynes e la regola di Thornton

 

Il nome di John Hicks è legato al diagramma IS-LM (Investment Saving - Liquidity Money), il quale riassume e formalizza, alla maniera neo-classica, il pensiero di Keynes.
Quando apparve nel 1936 la Teoria Generale fu accolta dagli addetti ai lavori come un’opera fondamentale. Tuttavia, scrive Oliver Blanchard nel suo famoso manuale del 1998, il testo di Keynes era difficilmente penetrabile. John Hicks lo rese più accessibile, sintetizzandolo nel diagramma IS-LM
In un manuale di economia degli anni Quaranta il diagramma di Hicks avrebbe chiuso in bellezza l’intero libro. Ma oggi, dice Blanchard, il diagramma si trova all’inizio, segno che, nell’ultimo mezzo secolo, gli studi macroeconomici hanno compiuto diversi passi avanti.
Chi erano i neo-classici?
In Una teoria di mercato della moneta, del 1989, John Hicks scrive di essersi convinto che quando Keynes parlava di teoria «classica» intendesse quella del suo maestro a Cambridige, Marshall.
Il pubblico, invece, sin dal 1937, dalla lettura del saggio di Hicks, Mr. Keynes and the classics, ha sempre considerato classici tutti gli economisti di una certa importanza che avevano preceduto Keynes.
Anche Keynes lesse il saggio di Hicks, e trovò accettabile la schematizzazione della sua Teoria Generale. Insistette però sul fatto - scrive Hicks – che io intendessi i «classici» in modo del tutto sbagliato. La mia teoria «classica» era molto più primitiva della sua teoria «classica».  Adesso –  aggiunge Hicks - interpreto questo rilievo come prova che il suo «classico» era Marshall.
Eravamo nel 1937- dice Hicks -, e nonostante avessi già insegnato per alcuni mesi a Cambridge, non mi ero uniformato al suo clima. Per me Marshall non era un punto di riferimento così importante. Il mio bagaglio era ancora quello che mi ero formato durante gli anni trascorsi alla LSE (London School of Economics) insieme ad Hayek. I classici, per me, erano anche altri. Per me c’era dell’altro.
A sentire Hayek, per Keynes c’era solo Marshall, Keynes conosceva solo Marshall. Ignorava del tutto economisti del livello di Thornton.
In una nota a pagina 134 di Una teoria, Hicks conferma il giudizio di Hayek.
Io dubito – scrive – che Keynes abbia mai avuto l’opportunità di studiare Thornton o persino, su questi argomenti, Mill. I  «classici» che lui studiò gli furono molto meno di aiuto di quanto avrebbero potuto essere.
Da un’altra nota a pagina 105, sempre di Una teoria, apprendiamo che i classici di Keynes erano Marshall e ancora Marshall. E che Keynes, come confessò Hayek nella sua quasi auto-biografia, conosceva poco gli economisti che lo avevano preceduto.
Ma chi era Thornton?
Henry Thornton aveva scritto un libro importante, Paper Credit (1802), ripubblicato nel 1939 con una introduzione dello steso Hayek.
In Paper Credit veniva per la prima volta enunciata una nuova regola – Regola di Thornton – che Bagehot, in Lombard Street (1873), ha riformulato pressappoco così: Il miglior rimedio al panico è la fiducia nel volume adeguato di riserve della banca e nel suo uso efficiente.
La regola di Thornton prevede due momenti. Il primo momento riguarda la necessità, allo scoppio di una crisi, che il centro del sistema, una banca centrale o chi ne fa le veci in un sistema bancario interconnesso, provveda a garantire la propria sicurezza. Sicurezza che si raggiunge con un innalzamento dei tassi di interesse, in modo da attrarre fondi nelle proprie casse e ricostituire le riserve. Una volta raggiunto questo obiettivo, si passa al secondo momento della regola. Si cambia decisamente rotta, in modo da proteggere il resto del sistema bancario, concedendo, a tassi di interesse più bassi, prestiti a clienti idonei.
Nel primo momento si rastrella liquidità alzando i tassi. Nel secondo momento la liquidità viene concessa alle banche del sistema.
Il fatto che una parte del nucleo centrale del sistema bancario metta a disposizione dell’altra prestiti a basso saggio d’interesse – prestiti tra banche ben affermate, o da queste ad altri ben affermati finanzieri – non implica necessariamente che i prestiti siano altrettanto facilmente messi a disposizione di clienti esterni.
Nel periodo 1929-33, dopo la morte del governatore della FED Benjamin Strong, avvenuta nel 1928, la regola di Thornton non venne più applicata, nemmeno implicitamente, così come era avvenuto negli anni precedenti. La maggioranza dei banchieri che governavano la FED – scrive Hicks -, i quali provenivano da piccole banche locali, si preoccuparono solo di rafforzare la banca centrale, aggrappandosi alla prima parte della regola di  Thornton e dimenticando la seconda.
Tutti sanno come andò a finire.
Chi erano, dunque, i neo-classici?
Stando a quanto racconta Hicks in Una teoria (un testo pubblicato nel 1989) gli economisti si dividono in pre-keynesiani e post-keynesiani.
Tra i pre-keynesiani Hicks riconosce a malavoglia il gruppo dei cosiddetti «neoclassici», un gruppo  che, tra il 1870 e il 1900, elaborò una teoria della formazione dei prezzi nei mercati concorrenziali.
Al tempo di Keynes, per spiegare la formazione dei prezzi, tutti accettavano la distinzione di Adam Smith tra valore di mercato e valore naturale o normale. Mentre il prezzo di mercato dipende dalle dinamiche di domanda e offerta, il prezzo normale dipende dai costi di produzione. Il prezzo di mercato tende, mediante aggiustamenti dell’offerta, verso il prezzo normale. Per questa ragione, per quasi un secolo dopo Smith, si ritenne di concentrare le attenzioni teoriche solo sul prezzo normale, sui costi di produzione. I sistemi di Ricardo e di Marx sono centrati proprio sui costi di produzione.
La rivoluzione dei neoclassici, rivoluzione che non ha smesso di esercitare la sua potente presa, persino sugli economisti marxisti, cominciò nel 1871 con Jevons e la sua formula marginalista. Da questo momento l’attenzione si spostò verso il prezzo di mercato.
Nel 1874, senza conoscere il lavoro di Jevons, Walras perfezionò la formula. Il prezzo deve formarsi in corrispondenza del livello al quale le curve di domanda e di offerta, entrambe funzioni del prezzo, si intersecano.
La formula è elegante e semplice. Quando la forza della domanda eguaglia la forza dell’offerta emerge il prezzo di equilibrio. Senonché, trattando di forze, parlare di equilibrio è davvero fuori luogo. Una forza, un flusso, non è mai in equilibrio. Immaginare una forza in equilibrio, è come immaginare un effetto separato dalla sua causa, è come immaginare il lampo come effetto del fulmine, è come immaginare la vita come una proprietà del corpo.
In più, chiede Hicks, come individuare queste curve prima che abbia luogo qualsiasi transazione?
Si cade in un circolo. Se l'equilibrio non si è determinato prima che si realizzino gli scambi (se si fosse realizzato non si avrebbe necessità di alcuna teoria marginalista), gli scambi, scrive Hicks, devono avvenire a prezzi che non sono prezzi di equilibrio. Persino il prezzo alla fine della giornata può essere diverso da quello di equilibrio. E poi, la giornata può allungarsi nella notte, e la notte nel giorno seguente e, via di questo passo, fino all’infinito. Solo prefigurando una fine, solo in un ordine teleologico, il metodo marginalista può aspirare ad un prezzo di equilibrio. Ma una variabile teleologica, inserita in un sistema empirico, quale è quello marginalista, altera l'intero sistema, fino al ridicolo.
Più convincente appare la spiegazione proposta da Hicks, il quale taglia corto e propone un sistema  di calcolo del prezzo di matrice idealista. È risaputo - lo racconta sempre Hayek nella sua quasi auto-biografia - alla LSE Hicks era, tra tutti, il più preparato (dopo Heyek, si capisce.)
Per chiudere non posso non citare un’ultima nota, la prima nota della Teoria Generale, dove Keynes precisa quanto segue: L’espressione «gli economisti classici» fu inventata da Marx per comprendere Ricardo e James Mill ed i loro predecessori, ossia per i fondatori della teoria che è culminata nell’economia ricardiana. Io mi sono abituato, forse scorrettamente, a comprendere nella «scuola classica» i successori di Ricardo, ossia coloro che hanno adottato e perfezionato la teoria dell’economia ricardiana, compresi ad esempio J. S. Mill, Marshall, Edgeworth e il prof. Pigou.

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