Hayek on Keynes and Beveridge

 

Il mio soggiorno statunitense più lungo, scrive Hayek nella sua semi-autobiografia uscita postuma nel 1994, fu quello della primavera e inizio estate del 1946. Il fatto che per la prima volta avessi percepito una piuttosto consistente somma di denaro, mi diede la sensazione di meritarmi una vacanza totalmente libera da preoccupazioni pratiche, e mi diede la possibilità di poter dedicare le mie energie a questioni assolutamente teoriche.
Cosa si fa quando non ci si può occupare di questioni puramente teoriche perché non si è liberi dalle preoccupazioni e, soprattutto, non si è ricevuta una sommetta di denaro consistente?
Si lavora. O si spera di lavorare. E nell’attesa ci si preoccupa per il domani.
Non ci sono scorciatoie. Per occuparsi di questioni puramente teoriche ci vogliono i soldi, ci vuole un finanziatore, un mecenate. E se questo finanziatore non è lo Stato, allora deve essere un privato. Devono entrare in scena le creste consistenti fatte sulle paghette di chi lavora.
Le creste più consistenti si raccolgono là dove il mercato è più vivo, è più attivo, è in crescita, è in espansione. Non è un caso che le menti più brillanti si trovino, o si radunino nei posti dove girano più soldi, mentre le teste vuote si ammucchino dove di soldi ne girano pochi.
Nel 1921 Hayek fu assunto da Mises per la direzione dell’istituto austriaco per la congiuntura.
Per il mio primo lavoro alle dipendenze di Mises, scrive Hayek, nell’ottobre del 1921 il mio stipendio mensile ammontava a 5000 mila vecchie corone al mese. Il mese successivo dovettero pagarmi il triplo di quello stipendio perché potessi sopravvivere. E già nel luglio successivo, guadagnavo un milione di corone al mese, pertanto i miei primi dieci mesi di vita professionale si svolsero nel bel mezzo di quella che all’epoca veniva vista come una enorme inflazione. La valuta si deprezzava tanto che un milione finiva per costituire quasi una sorta di unità. Quando arrivò l’inflazione in Germania si conosceva bene il meccanismo.
Gli austriaci, soprattutto Mises, conoscevano bene il fenomeno dell’iperinflazione.
Nel 1931 Hayek fu chiamato da Lionel Robbins a Londra, alla London School of Economics come visiting professore. Vi doveva rimanere un anno, e invece vi insegnò fino 1949, quando si trasferì negli Stati Uniti.
A Londra lavorò fianco a fianco di Robbins, Hicks, Laski, Kaldor, Beveridge. Conobbe Keynes, e tutti i convertiti al keynesismo.
Di Beveridge disse che era un ottimo oratore, ma che non capiva niente di economia, riusciva a scrivere a comando su ogni argomento che gli veniva richiesto.
Non ho mai conosciuto nessuno così bravo a scrivere di cose cui non avesse conoscenza – disse Hayek. Quando scriveva un discorso che doveva leggere in pubblico aveva l’accortezza di farlo leggere a Robbins e a me. Una volta aveva scritto un intervento totalmente sballato che avrebbe avuto conseguenze inflazionistiche. Lo lessi e lo corressi, e invitai Beveridge ad una lezione privata.
Keynes conosceva la materia, ed era bravo a costruire una teoria, ma Beveridge non aveva alcun interesse per l’economia.
Il libro di Beveridge sulla disoccupazione, quello che di teoria e storia economica si legge in esso, fu scritto da Kaldor.
Beveridge, rivela Hayek, sarebbe stato del tutto incapace di scrivere un tale libro. Contiene un saggio firmato da Kaldor, ma in realtà tutto il libro  fu scritto da Kaldor. Quel saggio venne esplicitamente attribuito a Kaldor, perché Beveridge non volle farlo suo, visto che non lo riusciva a capire.
Keynes, continua Hayek, anche Keynes non sapeva poi tanto di economia. Ignorava molti economisti inglesi del passato, ignorava la storia economica dell’800. Aveva solo una predilezione per il 600, capiva solo il 600. Erano evidenti le lacune notevoli nella sua preparazione. La sua conoscenza era guidata da motivazioni estetiche. Conosceva Marshall, e poco più.  A un certo punto fu costretto ad interessarsi a Malthus,  e gli dovetti parlare di Thornton. Devo dire che mi piaceva Keynes, e che, per molti versi, lo ammiravo: però non penso che fosse un buon economista.
Non avrei mai voluto lasciare l'Inghilterra, soprattutto se avessi potuto continuare a vivere a Cambridge. Tuttavia, il lavoro, le lunghe distanze, i corsi serali alla London School, cominciavano a diventare pesanti.
Nel 1950 accettai di trasferirmi a Chicago. L’offerta economica dell’università mi avrebbe permesso di divorziare e risposarmi. A Chicago potevo dedicarmi all'insegnamento di qualsiasi argomento, potevo decidere quanto insegnare. 

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