Le colpe del 68. Intervista a Dalimena Ciccio

 

Dalimena Ciccio vive a Nicastro, negli anni Ottanta era iscritto al Partito Democrazia Proletaria. Il sottoscritto lo conobbe nel 1988, in occasione dell'occupazione dell’aeroporto di Sant’Anna a Crotone. La prima volta che lo vidi era in compagnia di tantissimi giovani comunisti proletari, con in mano uno striscione con lo slogan “Yankee go Home”.
Che tempi!
Oggi Ciccio dirige il Bagno The Flowers a Zambrone Marina, vicino Briatico. L’ho raggiunto telefonicamente e mi ha rilasciato questa intervista.

PSR Cosa resta di quegli anni 80?

DC Sono stati anni di amori violenti. Abbiamo litigando per le vie. Sempre pronti a nuove geometrie. Anni vuoti come lattine abbandonate. Li hanno chiamati il deserto degli anni 80. Anni maledetti. Anni bruciati e distratti, scivolati via: Reagan e Gorbaciov, la fame nel mondo, i diritti umani, la bomba atomica, gli Joy Division e The Cure. Anni rampanti di miti sorridenti da wind-surf. Anni allegri e depressi, anni di follia e lucidità.

PSR C’era anche la politica. Era il tempo della Reaganomics e del Thatcherismo. Eppure gli 80 sono passati alla storia come gli anni dell’edonismo sfrenato.

DC La storia dell'edonismo è una grande bufala. Si è cominciato a parlare di edonismo già negli anni Settanta. Hanno cominciato a dire che gli anni Ottanta sarebbero stati gli anni dell’edonismo sfrenato, del ritorno al privato, del ripiegamento su una dimensione intima.
Capisci!
È iniziato prima ancora che gli anni 80 iniziassero. Non voglio dire che c’è stata una regia precisa, che qualcuno ha pensato di poter impacchettare un decennio in una serie di pre-concetti lavorati a tavolino. Non c’è stato alcun complotto. E tutte le teorie complottiste, compresa la teoria della CIA che ha inondato il mercato di eroina industriale, allo scopo di stroncare il movimento antagonista degli autonomi, sono spiegazioni consolatorie. Quando non si riesce a digerire una sconfitta si tirano fuori le teorie del complotto. Non c’è stato alcun complotto. Sono comparsi sul mercato alcuni concetti accattivanti, e la gente se n’è ingozzata. Come con l'eroina.
Non prendiamoci per il culo.
L’eroina piaceva, era buona, piace anche adesso. A chi non piace l’eroina? Per Charlie Parker andava bene. Andava bene anche per Chet Baker, per William Burroughs, e andava bene anche per Dante Alighieri. Quando hanno cominciato a produrla in modo industriale, lasciare il limbo era una possibilità alla portata di molti. Forse questa cosa non piaceva a quegli artisti e scrittori che credevano che la trascendenza chimica fosse una loro esclusiva prerogativa?
Anche lo sfigato di Cirò Marina ha diritto di spalancare le porte della percezione, anche lui vuole concedersi al potlac e accedere alla dépense.
Negli anni 80, l’interesse che infiammò un Jünger e un Bataille per l’esperienza interiore e la sperimentazione di droghe, era diventato un interesse diffuso. La gente era convinta, e questa convinzione veniva appunto da Bataille e compagnia bella, era convinta che la soggettività non è mai oggetto della conoscenza discorsiva. Si comunica grazie al contatto sensibile dell’emozione. La gente legge Bataille e si convince che si comunica più nel riso, nelle lacrime, nel tumulto della festa, che non nei comizi e nelle assemblee pubbliche, dove si sorbisce il solito pippotto.

PSR Anche per me le teorie complottiste sono consolatorie. Robe da sfigati perdenti. Come da sfigati sono le smanie veggenti di chi computa dati sparpagliati. Tuttavia, bisogna riconoscere che l’avanzata del neocapitalismo, perlomeno a partire dal 1972, aveva davanti due grossi ostacoli: il sovranismo nazionalista e la classe operaia. La Nazione e il Proletariato erano due religioni solidali e concorrenti che impedivano un pieno dispiegamento del neo-capitalismo. Da un lato, la Nazione, il tema dell’indipendenza nazionale, rappresentava un ostacolo all’internazionalismo del Capitale. Dall’altro lato, il tema della Classe operaia, della rivoluzione, rappresentava un ostacolo evidente allo sviluppo della società borghese.

DC ...e dunque questi due valori dovevano essere smantellati, affinché nulla si frapponesse tra gli individui e il Capitale. E dunque, i due temi opposti, ma solidali, dovevano essere de-costruiti, e lo furono tramite l’iniezione nel mercato di eroina e concetti individualisti e intimisti. Joy Division e The Cure sconfissero la Nazione e la Classe. È questo che vuoi dire?

PSR Voglio dire che i soggetti collettivi – Nazione e Classe – costituivano degli ostacoli al decollo del neo-capitalismo. Era necessario che il Privato divorasse il Pubblico.

DC …e per maturare questa svolta bisognava semplicemente convincere la gente che si potesse cambiare la vita senza cambiare lo Stato. E questo cambiamento passò attraverso il culto dei piaceri privati. Bataille e Marcuse vs Marx e Lenin. Il fatto è che queste teorie giravano già negli anni Settanta. Nel 1978 Régis Debray, un rivoluzionari marxista dal passato molto discusso, pubblicò per Maspero un libro dal titolo, Modeste contribution aux discours et cérémonies officielles du dixième anniversaire. In questo libro Debray scrive – siamo nel 1978 – che il borghesuccio che si vergogna di essere tale nel 68, dieci anni dopo si è effettivamente “rivoluzionato” in borghesuccio fiero di essere tale, che se ne vanta e fa le prediche. Segno del fatto, congettura Debray, che esisteva una sintonia, se non una relazione di causa-effetto, tra la ribellione del 68 e i bisogni politici e economici del grande capitalismo liberale. I rivoluzionari del 68, i quali avevano scritto la storia di quella gloriosa contestazione, erano stati sconfitti nella storia, la quale, a loro insaputa, aveva finito per fare gli interessi del grande Capitale. Mentre loro si affannavano a denunciare la repressione delle Istituzioni Totali, mentre lottavano per la liberazione del soggetto da ogni prigione identitaria (scuola, ospedale, fabbrica, manicomio, famiglia, logocentrismo, fallocentrismo, metafisica, eccetera), senza saperlo, davano un colpo mortale a quegli istituti universali – Nazione e Classe – che impedivano al Grande Capitale di spiccare il volo verso la mondializzazione. I sessantottini, il 68, le loro pretese emancipatorie, le loro lotte e le audaci imprese, non furono altro che un’astuzia del dominio del Capitale, o forse, come ritengono alcuni ancora oggi, oggi più di ieri, il 68 è stata una battaglia prolungata del piccolo borghese contro il proletario, una battaglia combattuta contro il povero fesso proletario, cornuto e mazziato.

PSR L’edonismo individualista degli anni Ottanta, a quanto dici, è stato post-datato. La sua origine deve essere collocata negli anni Sessanta.

DC Non facciamo confusione. Non è l'edonismo individualista che deve essere ri-datato. Sono le teorie sull’edonismo che hanno un’età diversa dal presunto – presunto dalle teorie – edonismo sfrenato. Bisogna ancora dimostrare che qualcosa come l’edonismo individualista ci sia stato, e che gli anni 80 siano stati il suo periodo d’oro. Sin qui abbiamo discusso del fatto che di questa cosa si inizia a parlare sin dagli anni Settanta, e che, addirittura, si attribuisce al 68, al movimento rivoluzionario del Sessantotto, la colpa di aver distrutto ogni pretesa all’universale, e di aver promosso una forma di individualismo senza individuo, di aver introdotto l’idea di un soggetto debole.

PSR Ti riferisci al Pensiero Debole?

DC Il Pensiero Debole è una corrente filosofica – Fi Lo So FI Ca, Mi viene da ridere! - diciamo pure una corrente modaiola italiana. In Italia ci si attacca sempre all’ultima carrozza del treno, e si viaggia con 10 anni di ritardo. Però, si, si tratta anche di questo.

PSR Il tuo giudizio mi pare un po’ troppo ingeneroso. Nell’università italiana, mentre in molti dormivano, o si lambiccavano su Labriola, Gramsci e Croce, i pensiero debolisti introducevano idee nuove.

DC Giusto. Però, quanta fatica, per gente pagata per pensare!

PSR Ricapitolando, si può dire che i Sovranisti di oggi, i quali attribuiscono alla Germania, alla globalizzazione, all’Euro, a Maastricht, alla Terza via di Tony Blair e Bill Clinton, lo sfacelo della globalizzazione, si sbagliano. Si sbagliano, perlomeno, sui tempi. Quelli che hanno tolto ogni impedimento al globalismo sono stati i rivoluzionari del Sessantotto, con le loro teorie decostruttive del soggetto collettivo.

DC Vorrei invitarti, nuovamente, a non aumentare la confusione. Qui, per comodità, stiamo supponendo che da una parte ci sono le teorie, e dall’altra i fatti, e che le teorie spiegano i fatti, li raccontano, li anticipano, e via discorrendo. Stiamo supponendo che i fatti vanno per la loro strada i teorici li inseguono o li precedono. Ragionare così conduce ad errori marchiani. Se sei d’accordo, limitiamoci, per adesso, a registrare le teorie, le prese di posizione e le argomentazioni prodotte in merito alla questione dell’edonismo degli anni 80, e a verificare se la datazione è corretta. Mi rendo conto che un tale esercizio è stupido, perché è impossibile separare le teorie dai fatti, è impossibile cogliere i fatti, per così dire, allo stato puro – ciò vale anche per le teorie. Nessun fatto è in grado di resistere alla forza di una teoria (anche alla sua debolezza, e qui stiamo parlando proprio della debolezza di certe teorie e del loro collegamento con certi fatti, anche se adesso parlare di teorie e di fatti, come di due cose distinte, mi pare eccessivamente azzardato).

PSR Non stai mica suonando il vecchio adagio nicciano, caro ai post-modernisti, che dice che non ci sono fatti, ci sono solo teorie?

DC No, no. Me ne guardo bene. Sto proprio cercando di dire l’esatto contrario. Che non ci sono teorie assolutamente teoriche. Ogni teoria implica una certa dose di impurità. E non ci sono fatti, per così dire, al 100% empirici. Ogni empiria implica sempre, e necessariamente, un riferimento ad una teoria.

PSR Vuoi dire che teoria e fatti si appartengono?

DC Non proprio. Non voglio dire, per esempio, che le teorie si trasformano in fatti, o che i fatti si trasformano in teorie. Ma che, a conti fatti, rimane sempre un resto, che, dal côté della teoria, si allontana, e non si allontana verso il côté dei fatti. Questo allontanamento – quest’assenza - già si sente, si avverte, prima ancora che la partizione tra teorie e fatti si sia data, si sia fatta avanti.

PSR Non stai mica parlando della castrazione di Lacan?

DC Lascia perdere Lacan.

PSR Torniamo al nostro tema. Dici che l’edonismo ha una storia più antica, che nel 78 se ne parlava già come di una cosa avvenuta.

DC Se consideriamo un altro testo, L’era del vuoto, di Gilles Lipovetsky, pubblicato nel 1983, registriamo anche qui che il tema dell’individualismo edonista, il quale ha portato alla morte dell’universale – dei concetti di Stato, Nazione, Classe –, viene attribuito agli anni Sessanta.  La dismissione della sfera pubblica, la perdita di senso delle grandi istituzioni collettive - la società, lo stato, la classe, la scuola, la fabbrica, l’ospedale - viene operata da una rivalutazione della sfera privata, intima, personale. Valori quali tolleranza, benessere, edonismo, educazione permissiva, liberazione sessuale, amore, yoga, training autogeno, self control, oroscopo, vegetarismo, chakra e pugnette varie, sostituiscono i valori tradizionali dell’illuminismo.
La Res Publica, scrive Lipovetsky, viene deprivata di vita, le grandi questioni economiche, politiche e militari destano all’incirca la stessa curiosità disinvolta di un qualsiasi fatterello di cronaca, tutti i temi universali dell’illuminismo a poco a poco si inabissano, trascinati nella vasta operazione di neutralizzazione e banalizzazione sociale. Di fronte ad un narcisismo patologico, il cui primo obiettivo è preoccuparsi del proprio corpo, la risposta è la fuga. Si spera di fuggire dalla depressione, grazie alle virtù combinate di jogging, body bilding, tennis, aromaterapia, flowerterapia, medicina naturale, erboristeria, orto nel balcone, tessuti naturali e derive esotiche. Le questioni politiche e sociali che avevano agitato gli animi moderni sembrano remote, appaiono come temi di un altro pianeta.
E tutto ciò avviene, bada bene, tutto avviene per l’azione forte e convinta della rivoluzione del Sessantotto. Sono stati i Sessantottini ad ammazzare la Nazione e la Classe, l’individuo sovrano, e il soggetto portatore di diritti forti.

PSR Queste conclusioni di Lipovetsky mi sembrano un po’ esagerate. Non mi pare che ci sia un legame così stretto tra la fine della politica – chiamiamola così, per comodità –, l’edonismo sfrenato e la rivoluzione del Sessantotto.

DC In effetti, se consideriamo un altro libro, un libro che ha riscosso un certo successo in Francia, ed è stato tradotto anche in Italia, Il 68 pensiero, di Luc Ferry e Alain Renaut, sull’altare sacrificale non viene portato il 68, ma, invece, i cattivi maestri.
Bisogna dire che Luc Ferry, nato nel 1951, se la passava bene. Dal 2002 a 2004 è stato anche ministro dell’educazione nel governo Raffarin (nominato da Chirach). Era un tipo di destra, insomma. Secondo questo stimato pensatore di destra, i colpevoli della fine di una idea forte di individuo, della fine degli Universali, quali Stato, Nazione, Sovranità, Classe, eccetera, erano stati i maître à penser attivi negli anni Sessanta, ma diventati popolari negli anni 80, cioè Foucautl, Derrida, Althusser, Lacan. Se tutto è andato a catafascio, e la gente, anziché occuparsi dello sfruttamento, del plusvalore, della giustizia sociale, della fine della società borghese, della messa al bando del rentier, eccetera eccetera, se la gente ha iniziato a ripiegarsi su se stessa e a leggere il proprio destino nell’oroscopo e non più nel Capitale, se tutti i bei temi di sinistra sono andati a farsi fottere, lo si deve a questi tre-quattro pensatori francesi, che, con le loro opere, hanno demolito l’idea di ragione, di soggetto: soggetto di diritti, soggetto sociale, soggetto politico, soggetto di coscienza di classe, e via discorrendo.

PSR Anche qui, il giudizio di Ferry e Renaut mi pare eccessivo. Intanto, si attribuisce troppa importanza e tre-quattro professori che, a dir tanto, negli anni ottanta, erano studiati in qualche enclave da sbarbati topi di biblioteca di qualche università della Ivy League statunitense.

DC Si, effettivamente è così. Se ci spostiamo negli Stati Uniti bisogna per forza ricordare un testo fondamentale pubblicato nel 1979 da Christopher Lasch, La Cultura del narcisismo. Già nei primi anni Settanta Lasch aveva pubblicato alcuni studi sulla distruzione della famiglia, raccolti in seguito nel libro, apparso nel 1977, Rifugio in un mondo senza cuore. Lasch era un neo-marxista, o perlomeno, applicava alcune trovate del marxismo alla società americana degli anni 50 e sessanta. Le sue analisi in difesa di valori tradizionalmente baluardo dei conservatori ne fecero il bersaglio delle femministe e dei socialisti vecchio stampo. Nella prefazione all’edizione economica, scritta nel 1978, Lasch ribadisce l’idea, ripresa in Francia con grande clamore, che la controcultura degli anni Sessanta (tutto ciò che portò a quel fenomeno giornalistico chiamato 68)  fosse solo un’immagine speculare del capitalismo consumistico. L’idea di liberarsi della famiglia patriarcale, l’idea di una permissività sessuale, un certo ripiegamento su su stessi, l’intimità selvaggia e tutto il resto, erano valori che servivano a compensare le produzione industriali in serie, le quali faticavano a trovare uno sbocco sul mercato. Il libro, si legge nella prefazione del 78, era stato approvato dai lettori di destra e condannato dalla sinistra infantile americana. Invece, la sinistra di partito francese, ma anche la destra, come abbiamo visto, lo aveva ben assimilato. In America il libro venne percepito come una difesa dei valori tradizionali, come una palese smentita del radicalismo del loro autore. I lettori rimasero interdetti, vedevano nel libro posizioni che ci si sarebbe aspettate da un conservatore  o da un tradizionalista, ma non da un rappresentante della sinistra radicale. In molti liquidarono il libro come un testo intriso di sciocchezze marxiste che camuffavano un sociologismo meravigliosamente reazionario. I liberal accusarono l’autore di voler restaurare la famiglia patriarcale, senza avvedersi, obietta Lasch, che il contesto degli anni Settanta, e da lungo tempo, non era quello di una società dominata dal patriarcato, ma, al contrario, quello di una situazione dominata dal neo-capitalismo, da una famiglia distrutta, che aveva delegato il suo compito alla scuola, agli aiuti professionali. La famiglia come cellula di riproduzione della società borghese, con il capo famiglia nelle vesti del capitano d’industria e i figli e la moglie in quelle della schiera del proletariato sfruttato, non esisteva da molto tempo, ammesso che sia mai esistita. Già negli anni Cinquanta ci si trovava di fronte ad una situazione in cui il padre era retrocesso al ruolo di amico dei figli. Ora, dice Lasch, se si accredita l’equazione che famiglia nucleare = politica reazionaria, e Critica della famiglia nucleare = Radicalismo, le obiezioni risultano ragionevoli. Ma il quadro, già negli anni Cinquanta, era completamente mutato, e queste equazioni non valevano nulla, non descrivevano nulla, e servivano solo a garantire le accomodanti posizioni intellettuali e psicologiche di chi le sosteneva. Servivano a David Coopper per scrivere, nel 1971, un librettino infuocato contro la famiglia patriarcale, per poi esportarlo in tutto il mondo occidentale, Malta compresa.

PSR La cultura del narcisismo ha avuto un grande successo. E mi pare che nel dibattito corrente, in Italia, per lo meno in questi ultimi 6-7 anni, dopo la sbornia fermiamo-Berlusconi e non-si-arriva-alla-terza-settimana, ci si sia rivoltati contro la sinistra, rispolverando, appunto temi tradizionali della destra.

DC. Si, hai ragione. Per chi ha letto La cultura del narcisismo, per chi ha letto La ribellione delle élite, un libro apparso nel 1995, feroce contro le posizioni liberal, tutto questo dibattito italiano puzza di vecchio. Non si sono dovuti aspettare Clinton e Blair – e i replicanti italiani – per questo tipo di invettive. Era tutto già scritto, e sin dai primi anni Settanta. Il dibattito italiano sembra davvero una comica.

PSR Come sei venuto a conoscenza di Lasch?

DC Leggevo la rivista di democrazia proletaria, dove scriveva anche Costanzo Preve, e dove questi libri venivano recensiti. La sinistra radicale italiana ha sempre amato questi temi regressivi e romantici. E poi frequentavo Alfonso Lorelli di Amantea e Zicarelli di Cosenza. Mi hanno aperto al mente, mi hanno consigliato alcuni libri, tipo La folla solitaria di Riesman, La morte della Famiglia di Cooper, la rivoluzione sessuale di Reich. Alcuni temi trattati da Lasch li troviamo già nella folla solitaria di Riesman. Rimani un po’ in linea, prendo il libro di Riesman e ti leggo qualche passo.

PSR Certo che i bagnini hanno un sacco di tempo per leggere. In effetti, lavorano solo due tre mesi all’anno. Però, se l’annata è maledetta, e piove tutto agosto, l’inverno se la passano a pane e acqua.

DC Eccomi. Il libro di Riesman è del 1950, e vi si leggono frasi identiche a quelle che si trovano nella cultura del narcisismo, tipo Avere successo diventa quasi equivalente a farsi degli amici. Lo sfatarsi dei vecchi assiomi nella sfera del lavoro e delle relazioni sociali è accompagnato dall’incertezza circa il modo di educare i bambini. I genitori, inoltre, non si sentono più superiori ai bambini.  Non esistono bambini problematici, ma solo genitori problematici. I maestri dicono ai genitori di rilassarsi e di godere dei propri bambini. I bambini imparano ad associare la scuola non ad adulti severi e a temi noiosi, ma al gioco e ad adulti comprensivi. Anche la sistemazione dell’ambiente simboleggia i cambiamenti: i sessi sono mischiati; il sistema usato per assegnare il posto a sedere è senza formalità. Anche i banchi cambiano la loro forma, sono più tavole movibili  con scaffali aperti, che luoghi in cui si possa nascondere qualcosa. L’insegnante non siede più in una cattedra o si pavoneggia alla lavagna, ma si unisce alla cerchia familiare. Le pareti della scuola elementare sono decorate con i disegni dei bambini. Ciò pare progressivo, scrive Riesman, ed è un inno alla creatività all’individualità. Cesare e Pompei sono stati sostituiti da visite a negozi e caseifici, da carte geografiche prese da Life, e la favole sono state sostituite da storie sui treni, sui telefoni e su botteghe di generi alimentari. Questi cambiamenti favoriscono il crollo delle barriere tra insegnanti e alunni. Il gioco che una volta era parte delle attività extrascolastiche diventa parte integrante dell’impresa della scuola stessa. Gli adulti non hanno un chiaro nucleo personale o cui sfuggire, non pongono limiti precisi tra produzione e consumo, fra lavoro e svago. Un indice di ciò, scrive Riesman, è il declino dell’abito da sera specialmente fra gli uomini, e per converso, l’invasione degli uffici da parte degli abiti sportivi. Il consumo e il benestare, se non il benessere, giustifica l’indifferenza verso la politica. Mentre nei vecchi lavoratori autodidatti e sindacalizzati questioni come a giustizia politica, legale e economica erano importanti, per il lavoratore degli anni Cinquanta il cinismo è la regola. Anche i partiti cambiano pelle, scrive Riesman.

PSR Riesman pubblica questo libro negli anni 50, più di 70 anni fa.

DC Appunto. Sembra incredibile. Siamo ancora lì. Metti tutto tra virgolette, sono parole scritte da Riesman negli anni 50.  “Nell’imitare modelli di consumo, la politica diviene un settore in cui il modo e la disposizione nel fare le cose è importante quanto ciò che si fa. Questo corrisponde alla tendenza dell’individuo a porre maggiore rilievo sui mezzi e minor rilievo sugli scopi”.

PSR Cinismo puro. L’importante è vincere. Costi quel che costi. I fini sono sottomessi ai mezzi. Nietzsche sarà stracontento.

DC La cultura popolare – continua Riesman – è maestra del consumo, e consuma la politica come ogni altro prodotto, come una gara,  uno spettacolo. Il cittadino è un acquirente di questi spettacoli, è attore, spettatore, osservatore a tempo libero. Ciò lo porta a mettere in rilievo non ciò che questi mezzi dicono – il contenuto – ma la Sincerità della presentazione, la verosimiglianza, e a porre in secondo piano la competenza o meno della prestazione politica. Il messaggio deve essere efficace, e il suo contenuto deve essere la sua validità, la sua coerenza formale. Nel 1948 si diceva che Truman non aveva l’aspetto abbastanza moderno, che Dewey mancava di sincerità, cordialità e buon carattere, e che invece Eisenhower possedesse tutte queste caratteristiche. Altro che Berlusconi e prima e seconda repubblica! Tutte pugnette che esistevano già.

PSR Insomma, riepilogando, l’edonismo individualista viene già fotografato negli anni Cinquanta. Dunque il 68 non c’entra niente, né tanto meno c’entrano i cattivi maestri Foucault, Lacan e Derrida.

DC Stando a questa storia libresca che stiamo ricostruendo, pare che non c’entrino niente con l’edonismo individualista, e con la distruzione degli universali. Perlomeno Derrida. Aspetta un attimo in linea che vado a prendere un librettino del 72.

PSR Dove li tiene tutti questi libri, nello stabilimento balneare? E non si ammuffiscono?

DC Eccomi. Il libro è del 1978, e ripropone il testo di una conferenza tenuta a Cerisy-la-Salle nel 1972, ad un convegno su Nietzsche. Si tratta di Sproni, di Derrida. In questo libro del 72 – le date sono importanti – Derrida mette in guardia certi lettori di Nietzsche (Derrida non li cita, ma in Francia i lettori di Nietzsche erano Bataille, Deleuze, Klossowski) li mette in guardia contro il confusionismo estetizzante, cieco sia verso l’arte sia verso al filosofia, il quale, sulla scorta di certe proposizioni di Nietzsche affrettatamente interpretate, vorrebbe farci concludere che, siccome l’era del filosofo-artista è ormai aperta, il rigore del concetto potrebbe configurarsi come meno vincolante, e che sarebbe ormai vicino il momento di poter dire qualsiasi cosa e di schierarsi per la non-pertinenza, il che significa sempre rassicurare e confermare, lasciar fuori causa l’ordine cui si crede in quel momento di opporsi: la filosofia, ad esempio, ma anche il potere, le forze dominanti, le loro leggi, la loro polizia - cui dovremmo ben guardarci dal dire la verità. E li mette in guardia anche contro la confusione fra il «grande stile» e lo stile «eroico-millantatore» che è fra l’altro, nella sua esuberanza pseudotrasgressiva, tipico della classe «colta», come la chiama Nietzsche, il quale intende sempre, con questa parola, la classe incolta dei filistei wagneriani: «bisogno di piccoloborghesi» commenta Heidegger «in vena di barbarie».  Metti tutto tra virgolette.

PSR Questo gesto di Derrida è un gesto filosofico classico. Mette in guardia contro la decostruzione degli universali, contro la decostruzione del valore di verità, in nome di una trasgressione nicciana artisticheggiante, proposta, come dici tu, da Bataielle, Klossowski e Deleuze.

DC Più o meno. Il gesto di Derrida è il gesto di un filosofo classico, alla Husserl. Un gesto che è costretto a ripetere in più occasioni, non solo per differenziarsi dalla corrente romantica e intimista – anche individualista e anglosassone di quei pensatori francesi amanti della trasgressione – ma anche per difendersi dagli attacchi che gli vengono rivolti non solo da Habermas, il quale ripete papale papale il gesto di Ferry, ma anche da pensatori anglosassoni veri e propri, tipo Searl.

PSR Derrida può essere scagionato dalle accuse di Ferry?

DC Non si tratta di scagionare Derrida. Si tratta di leggere i testi e di rimettere le cose a posto, di essere giusti. Derrida non ha mai scritto un libro come l’Anti-edipo o L’Erotismo o la Sovranità.

PSR Però ha scritto un libro come Glas, e, di recente, è uscito un libro a suo nome sulla Sovranità.

DC Lasciamo perdere.

PSR Si lasciamo perdere.

DC Aspetta un attimo in linea, vado a prendere un altro libro. L’ultimo.

PSR Ammazza oh, sti bagnini.

DC è un libro di Betty Friedan, una femminista degli anni cinquanta. Il libro si intitola La mistica della femminilità, ed è stato pubblicato nel 1963. In questo libro - anche qui facciamo attenzione alle date – viene contestata l’idea, promossa dalle riviste femminili, dalla psicologia e dal consumo di massa, che la donna debba ripiegarsi sulla propria intimità, che debba pensare al proprio benessere individuale, eccetera eccetera. Negli anni Quaranta e Cinquanta si inventò e si cominciò a compatire l’immagine di una donna nevrotica, poco femminile e infelice che voleva fare la poetessa, la scienziata o essere presidentessa di qualche associazione. La donna veramente femminile, si leggeva su queste riviste, non desidera perseguire una professione, ricevere un'istruzione superiore, esercitare i  diritti politici. Non desidera quella indipendenza e quelle prospettive per cui le femministe d'altri tempi avevano combattuto. Le donne venivano invitate, da esperti psicologi intervistati dalle riviste per donne con alte tirature, a coltivare la loro «diversità», «la loro eccezionale femminilità», «la ricettività e passività implicite nel loro sesso».  Nelle riviste femminili, pagine intere venivano riempite di enormi fotografie di verdure: barbabietole, cetrioli, peperoni verdi, patate, che venivano descritte in tono lirico.

PSR Oggi ste fregnacce vengono vendute pure ai maschi.

DC Al tempo in cui Friedan cominciò a scrivere per le riviste femminili, negli anni 50, i direttori e i giornalisti davano per scontato che le donne non si dovessero interessare più di politica, della vita degli altri paesi, dei grandi problemi nazionali, dell'arte, della scienza, delle idee, delle avventure, dell'educazione. La politica per le donne diventò i vestiti di Mamie Eisenhower e la vita casalinga della famiglia Nixon. Volevano convincere le donne che mancassero di femminilità, volevano convincerle a ripiegarsi su se stesse, a preferire ad una vita impegnata, una vita domestica, magari in una bella villetta in qualche zona decentrata, ad occuparsi di cucina, arredamento e sesso. Betty Friedan contesta questa visione. E rivendica per le donne un impegno attivo nella società, a sostegno di quei valori universali che i maschi volevano riservare solo per se stessi. Non siamo in presenza di un venir meno dei valori universali, al contrario, siamo in presenza di un loro forte rilancio.

PSR E l’Italia a ruota. Con mezzo secolo di ritardo. All’inizio degli anni Settanta – il 72, mi pare – esce anche il libro di Cooper sulla Morte della famiglia.

DC Il libro di Cooper è del 71.

PSR e Prima ancora, nel 1945, era uscito il libro di Reich The Sexual Revolution.

DC Ecco, come vedi le date non collimano. Il Sessantotto (questa cosa chiamata Sessantotto) non c’entra niente con l’altro fenomeno propagandistico chiamato edonismo o individualismo degli anni 80. Gli anni 80, queste etichette promozionali, queste pseudo periodizzazioni, questi mostri storiografici, non esistono, o, perlomeno, non sono un monoblocco, come si vuole far apparire. Non c’è una generazione degli anni 80, così come non c’è qualcosa come gli anni 80 che valgano a prescindere. Altrimenti doveremmo parlare degli anni 90 come di un periodo d’oro in cui ci si è finalmente liberati dall’incubo solipsistico degli anni 80. Ma non è così.

PSR Infatti non è così. Negli anni 90 abitavo a Bologna e ricordo che la gente, nei club, salutava, insieme a una ritrovata vitalità e gioia dell’esistenza, un ritorno al divertimento, inibito dai cupi anni 80. Si rivendicava un ritorno  a Jeeg robot d’acciaio e Goldrake, Aidi e Anna dai capelli rossi, la juve e l’inter come un moto di riappropriazione di un periodo, gli anni 80, negati alla vita dalla troppa riverenza verso valori universali quali la Classe, il Piano, la Rivoluzione.

DC Vedi che confusione! si inventa una periodozzazione, si inventa un periodo storico  - gli anni 80 - per giustificare il gusto di certa gente per le canzoni dei cartoni animati.

 

 

 

 

 

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