Lo stato masochista

 

Il masochista non è chi prova piacere nel farsi del male. Non è nemmeno chi, inconsapevolmente, ma reiteratamente, va incontro al male, come la persona della quale si dice, appunto, che gli piace farsi del male perché non si avvede del pericolo o non è capace di evitarlo. Il masochista non è il bersaglio compiaciuto e accondiscendente di un sadico. Invertendo il sadismo non si ottiene il masochismo. Lo ha mostrato bene Deleuze. Il sadico non può accoppiarsi con un masochista. È impossibile. Prediamo l’esempio di chi è caduto in uno stato di forte e lunga prostrazione in seguito all’abbandono da parte della persona amata. È il caso del fidanzato mollato dalla sua ragazza. Non di rado questa persona ha paura di innamorarsi ancora, ha paura di ricadere nello stesso stato doloroso. Fa di tutto per scansare o allontanare ogni possibilità di innamorarsi nuovamente.
Ecco, questo è un atteggiamento sadico.
Il sadico allontana l’oggetto del suo desiderio, lo scaccia, lo percuote, al limite lo uccide. Concedersi all’altro significherebbe ricominciare a soffrire, a patire. Ogni patema deve essere allontanato. Rifiutare l’altro come oggetto del proprio desiderio significa rifiutarsi all’altro.
La coppia sado-maso è un prodotto dell’industria del sesso, e come tale non rivela nulla di più della semplice coazione a consumare e a soddisfare l’appetito erotico basico.
Il masochista, al contrario, ha bisogno dell’altro, ha bisogno di costringere l’altro a prendere in considerazione la possibilità di legarlo, di trattenerlo in una posa, di correggerne la postura, di raddrizzarne le storture, di sorvegliarlo e punirlo.
Il masochista, scrive Freud, reagisce con sentimenti di angoscia alla percezione di non essere riuscito a soddisfare le esigenze del proprio ideale. L’oggetto del desiderio del masochista deve assumere l’ambizioso ruolo di modello cui conformarsi. La sottomissione del masochista si manifesta anzitutto come ricerca e cattura dell’oggetto ideale.
L’oggetto ideale non si trova là fuori pronto per essere catturato dall’attenzione del masochista.
L’ideale non si mostra da sé in ciò che accade in questo o quel passante. Le singole persone reali e possibili sono mutevoli e caduche, appartengono al regno del non duraturo, dello sfuggente. Affinché un oggetto sfuggente diventi un oggetto ideale, in esso deve apparire qualcosa come un carattere, una stabilità, una costanza, una tipicità. Deve diventare esemplare di un genere.
Il genere - il generico, il generale, il calcolabile – non esiste in natura.
Il calcolo non rende la natura calcolabile. È, all’inverso, la calcolabilità posta nella natura, che rende possibile il calcolo. Senza il processo di idealizzazione e di reificazione non è possibile sommare. Bisogna poter raffigurarsi nel fuggevole il generico, per poter contare sui casi singolari.
Una volta che il caso singolo è posto sotto la legge del genere esso può attirare l’attenzione, può diventare duro, crudele, inesorabile contro il masochista, di cui è divenuto il protettore.
L’ideale, scrive Freud, diventa il rappresentante del mondo esterno, e quindi il modello cui l’Io cerca di conformarsi nei suoi sforzi.
Un processo di idealizzazione è sempre all’opera. Non incontriamo mai una ragazza, non tocchiamo mai, non ci innamoriamo mai, non vediamo mai una ragazza così com’è. Deve sempre apparirci nelle sembianze di una bella o di una brutta ragazza, di una ragazza carina, affascinante, capace di ammaestrarci, di frustrarci, di farci vivere e riviere le esperienze più impensabili.
Il masochismo, propriamente, non è un rapporto tra una donna e un uomo, uno dei quali assume la veste dell’ideale che ammaestra con la frusta.
Il masochismo è il rapporto tra un soggetto che inquadra un oggetto in un genere e lo promuove a ideale dal quale ricevere un indirizzo, un ammaestramento e una punizione. L’ideale del masochista, scrive Freud, sorveglia e punisce.
La sorveglianza e la punizione sono richieste dal masochista, il quale sente di non poter vivere, di non poter gioire, di non poter godere se non espiando la colpa di essere spregevole, diverso,  incompleto, colpevole. La colpa non è ascrivibile ad una causa. Non c’è alcuna causa che giustifichi l’errore. L’errore – la colpa – è nell’esistenza stessa. Sono colpevole perché sono qui, perché sono vivo, perché non posso essere come tu mi vuoi, spoglio di ogni differenza.
L’oggetto ideale non si presenta necessariamente nelle vesti di una persona. L’ideale può essere anche un numero, una statistica, un sondaggio, un report giornalistico. Possiamo iniziare a godere quando una persona eletta a nostro ideale ci ammaestra a colpi di frusta, possiamo cominciare a godere quando eleggiamo l’Istat a ideale, e ci facciamo frustare dai campioni statistici. Possiamo godere quando vediamo proiettate in un report giornalistico idee che covavamo dentro, e che adesso, da fuori, dall’alto, ci percuotono e ci fanno godere. Godere di cosa? Di essere confermati dal proprio ideale, di ricevere l’assenso, di ricevere senso dall’ideale. L’ideale ci assolve, ci redime, ci solleva dalla colpa.
Il successo di una letteratura del fatto quotidiano, quasi giornalistica, di una letteratura moralistica; l’elezione di certi scrittori e giornalisti a ideale di vita impegnata, sono il sintomo della colpa che il lettore sente di poter espiare a botte di non-fiction novel, di report televisivi, di frustate ricevuta da un ideale di realtà che scrittori e giornalisti si incaricano di rappresentare. Scrittori e giornalisti che sono comandati dal masochista, incatenato alla propria colpa, la colpa di non essere all’altezza dell’ideale, di essere sporco e indegno, di essere un miserabile vigliacco. 

 

* S. Freud, Il Problema economico del masochismo
* G. Deleuze, Il freddo e il crudele
* Wanda von Sacher-Masoch, Le mie confessioni
* M. Blanchot, Lautréamont e Sade

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