How Should a Person Be? Sheila Heti e il masochismo

 

Sheila è una giovane donna Canadese impegnata nella scrittura di una commedia. Frequenta altri artisti, soprattutto pittori.
Ma il lavoro si è fermato, la pagina è bianca, la commedia non avanza.
Sheila si è inceppata su una domanda preliminare.
Come dovrebbe essere una persona?
Quale immagine bisognerebbe prendere come modello?
Gli uomini hanno molte chance, hanno un sacco di modelli, tipo Andy Warhol e Oscar Wilde.
Eppure, per loro scegliere è forse anche più difficile, dovendosi confrontare con personalità di indiscutibile perfezione.
Per le donne, invece, tutto sembra più facile. Non ci sono molti modelli che dicano com’è fatto un genio. Quando si mettono a cercarne uno, e magari lo trovano in una donna, finisce che a parlare attraverso la donna sia ancora e sempre un uomo.
Ad ammaestrare la donna, a farle da pedagogo, e a trarla fuori dal deserto dell’anonimato, e a restituirle un’anima tutta sua, è ancora l’uomo, con i suoi discorsi da gran fico, con le sue allusioni e i suoi enigmi.
A Sheila non frega niente di come è dentro, non gliene frega di com’è, o di come non è la sua anima. A Sheila gli frega di come appare, e sulla base di come appare, essere quello che è.
Se poi vengono a dirle che la personalità e la fama, la genialità del genio e tutto il resto sono un’invenzione dei media, e che il carattere è una stronzata che esiste solo se qualcuno ti guarda, e che dentro al corpo c’è soltanto fuoco e calore - chi se ne frega.
Le interessa essere certa che tutti sappiano che lei è la più famosa persona vivente. Le interessa sapere che il suo vicino, la commessa del negozio, l’autista dell’autobus, abbiano impressa nella mente un’immagine di lei immutabile, sbalorditiva, magnetica. Nessuno dovrebbe sapere quello che pensa, perché a dire il vero lei non pensa un bel niente, e nessuno dovrebbe conoscere i particolari della sua vita, perché non c’è nessun particolare che meriti di essere conosciuto.
Davanti al suo oggetto ideale arretra. Arretra il suo corpo, arretrano i suoi sentimenti, arretrano le sue passioni, arretra anche la volontà e la determinazione di scrivere un’altra riga della sua commedia.
A dominarla e a mostrarle chi è, cosa deve diventare, deve essere il suo ideale. L'ideale deve incaricarsi di ammaestrarla, deve entrare in lei, sfondarla.
Questo ideale può essere anche un bell’uomo, Israel, per esempio.
Sheila non capisce perché le altre ragazze se ne stanno tutte sedute in biblioteca mentre potrebbero farsi scopare da Israel. Non capisce perché se ne stanno tutte a leggere libri mentre potrebbero farsi sfondare da Israel, farsi sputare addosso, farsi sbattere contro la testiera del letto: ad ogni spinta la testa che picchia contro la testiera del letto.
Perché siete tutte lì a leggere? Si chiede Sheila
Non capisco proprio questa cosa del leggere quando c’è così tanto da scopare.
Cosa c’è da pensare quando il cervello vi si potrebbe spappolare con la massima facilità contro la testiera del letto, e in tal caso non ci sarebbe modo di pensare a niente?
Non vedo cos’è che vi eccita tanto, mentre ve ne state accoccolate con il vostro libro, voi topine da biblioteca, quando invece Israel potrebbe essere lì a riempirvi col suo cazzo e a darvi una lezione, tenendovi le braccia, girandovi la faccia in modo da vederla meglio, ficcandovi in bocca la vostra stessa mano e scopandovi fino a farvi uscire il cervello dalle orecchie.
È impossibile avere un briciolo di dignità a meno che ogni sera non ci si faccia sfondare da Israel.
Penso che sei una zoccola deficiente se credi di poter andare in giro per il mondo con quel tuo preziosissimo culetto per aria come una regina su un trono senza mai aver conosciuto l’umiliazione di essere scopata da Israel.
Non puoi andare in giro e pretendere di risplendere di una fama evidente e immediata, e che non ammette discussioni, se la sera non ti sei fatta sfondare da Israel, se Israel non ti ha consacrata e resa intangibile, se non ti ha fatto toccare con una mano il cielo. Non puoi andartene in giro col tuo culetto pushup se non hai lasciato che tutte le tue differenza, tutte le piccole beghe sentimentali che offuscano la tua magnifica bellezza non siano state messe a tacere da Israel, se non ti sei abbassata fino a scomparire, fino a farti esplodere le meningi, fino a farti insegnare, sino a costringere Israel a insegnarti, che tutto in te vale niente.
Sono indifferente a qualsiasi cosa mi fai – scrive Sheila.
Sono indifferente al fatto che mi trasformi in una scrofa da portare in giro per casa al guinzaglio, o che mi frusti tutte le sere, o che getti il mio corpo dentro e fuori dal letto.
E va bene Israel, sarò come volevi tu.
E se vedi qualcosa che non va mi puoi correggere. Puoi premermi le mani sul collo e lasciarmi dei lividi, continuare a spingere finché non senti la carne tenera in fondo alla gola, così che le lacrime mi scorrano sulle guance.
È la tua indifferenza che mi fa desiderare di lasciarti fare tutto quello che vuoi con il mio corpo, che può essere tuo, mentre il tuo non può essere mio. Mi è chiaro che il tuo corpo è destinato a molte donne.
Scopati tutte le troie che ti viene voglia di scopare. Un giorno mi troverai in casa nostra, a cucinare o a lavarti i panni, come preferisci, lì a lavare la tua biancheria zozza su cui qualche ragazza ha sbavato mentre eri fuori. Ti preparerò da mangiare e ti servirò. Farò il mio dovere per te.
Costringere l’altro – Israel – a diventare il nostro ideale. Costringerlo a insegnarci a diventare il nostro ideale. Un po’ come avviene nelle scienze, nella fisica, nella psichiatria, nella chimica, nella storiografia, dove si istituisce un oggetto ideale separato (l’oggetto della scienza) che poi lo scienziato avvicina con massima prudenza, riducendo a zero ogni coinvolgimento emotivo e sentimentale. Lo scienziato si umilia davanti all’oggetto della scienza, al fine di conquistare quella dignità richiesta dal suo ideale di conoscenza.
L’umiliazione non deve raggiungere il suo limite estremo. Lo scienziato, nel suo disinteresse, deve sempre mostrare una certa passione, se non per l’oggetto della ricerca, perlomeno per la scienza e per le sue alte intenzioni. Altrimenti verrebbe meno il tenue legame tra il soggetto della scienza e il suo oggetto.
Sheila non vuole staccarsi da Israel.
Staccarsi da Israel significherebbe bloccarsi, tornare alla domanda.
Come dovrebbe essere una persona?
Attaccamento per Israel, per quest’uomo che la frusta, la picchia, la sfonda, che arriva a toccare la sua carne molle in fondo alla gola, che le fa scorre sulle guance lacrime di sofferenza, che la insozza col suo seme e con i suoi escrementi, e che mentre la sbatte contro la testiere del letto le insegna che lei, Sheila, non è niente, non vale niente. Mentre Israel se ne sta lì senza provare alcun sentimento, un maestro senza parola, quasi l’oggetto di un esperimento scientifico posto sotto stress per insegnare a Sheila come si diventa una persona ideale; mentre tutto ciò accade Israel viene trattato con un’arroganza ancora maggiore di quella subita da Sheila, che ora si svela come il vero Master in questa vicenda di sottomissione e insegnamento. La vera umiliazione è sperimentata dall’uomo. Israel è costretto a rimanere attivo e a mostrare che in quanto oggetto ideale non deve manifestare alcun desiderio. Il desiderio corrompe l’oggetto ideale – l’oggetto dell’esperimento scientifico. E nonostante tutto, bisogna che un legame, una congiunzione, una contenimento, una inibizione del movimento, si producano, affinché l'insegnamento possa transitare, possa essere testimoniato.
L’odio verso l’oggetto che abbiamo sottomesso, che teniamo appeso come un quadro, che manteniamo legato e che osserviamo al microscopio, dalla sua immobilità ideale, simulata, teatralizzata, ci informa, comunicandoci i suoi segreti di oggetto di esperimento, di oggetto ideale.
La scienza è questo. È masochismo.
Ad essere legato, frustato e umiliato è l’oggetto. Un aggetto attivo, di una attività che va al di là di ogni sentimento, e di ogni presa di posizione sentimentale, e che dovrà dettare la legge del suo comportamento – il suo ideale di oggetto fisico.
Israel viene trattato, con assoluta arroganza, come pura passività. L’esperienza sessuale, in questo caso, vuole che questa passività si mantenga attiva, perché deve testimoniare la sua sottomissione in quanto oggetto fico sottomesso.
Troiette del cazzo – scrive Sheila - mi sono scopata Israele.
È necessario che nella sofferenza il soggetto venga a conoscenza della propria reificazione, è necessario, dunque, che il soggetto resti soggetto. Chi odia vuole entrambe le cose. Da qui nasce il carattere insaziabile dell’odio; è soddisfatto appunto quando non lo è, poiché l’altro lo soddisfa solo diventando oggetto, ma non potrebbe mai diventare abbastanza oggetto dato che si esige, insieme con la sua caduta, la sua lucidità e la sua testimonianza. Qui sta tutta l'assurdità della logica dell’odio.
Wanda Sacher-Masoch, la venere in pelliccia che frusta Leopold, il marito masochista, è continuamente costretta e punita dal marito, ogni volta che si rifiuta o semplicemente manifesta la volontà di non voler più frustare e punire il marito.
Laddove avevo creduto di trovare amore e bontà – scrive Wanda in Le mie confessioni - non vedevo più che l’egoismo più crudele. Leopold mi punì smettendo di scrivere. Egli sarebbe rimasto senza scrivere finché il bisogno non avesse spezzato la mia resistenza, costringendomi ad arrendermi alla sua volontà. Sì, lui possedeva un mezzo infallibile per piegarmi, e aveva l’energia necessaria per servirsene. Leopold cercava continuamente di risucchiarmi l’anima a vantaggio della sua.
Anche Sheila non ha più l’anima, crede di averla venduta, e non riesce a scrivere, si costringe a non scrivere la sua commedia, pur di incontrare Israel e di succhiargli l’anima, di succhiargli il cazzo.
Non c’è veramente nessun modo per sottrarsi a un uomo del genere. Non serve a nulla scappare, andare lontano, staccare il telefono, diventare irraggiungibile. Non c’è nessun luogo, nemmeno il luogo più remoto e isolato al mondo, che possa proteggere da un uomo così. Perché anche laggiù – scrive Sheila – conserverei comunque i miei ricordi di lui, e non sarei al sicuro. Non ci si libera della persona ideale – non ci si libera dell’ideale. Non appena il cervello si mette in moto, l’ideale si presenta. Non c’è speranza di liberarsi dal cazzo. Una generazione nata in schiavitù – scrive Sheila – non è pronta per le responsabilità della libertà.
Davvero bisogna morire per liberarsi del fallo-logo-centrismo?
Oppure è sufficiente liberarsi dell’idolo distruggendolo?
Ci sono due strade per entrare in contatto con l’ideale. E Sheila le percorre entrambe.
La prima è la strada scelta da Aronne: la costruzione dell’idolo.
Mosè si attardava a scendere dalla montagna, il popolo era inquieto, si sentiva perso, senza guida. Allora si rivolse ad Aronne con questa supplica: “Facci un Dio che cammini alla nostra testa, perché a quel Mosè, l'uomo che ci ha fatti uscire dal paese d'Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto"Esodo,32,1.
Nel momento del maggiore smarrimento il popolo di Israele ha bisogno di una guida, deve costruirsi una guida che gli indichi la strada e lo rassicuri ripetendogli ciò che veramente è.
L’idolo forgiato da Aronne, e investito della maestà necessaria, prescrive al popolo di Israele la sua legge – la legge dell’idolo e la legge di Israele.
Poi c’è la strada imboccata da Mosè.
Mosè sale sulla montagna, è un uomo umile – scrive Sheila. Quando Dio gli ha ordinato di condurre il suo popolo via dall’Egitto ha risposto: “Ma io non sono bravo a parlare! Non potresti chiederlo a mio fratello?”
Anche Mosè vorrebbe vedere il volto di Dio, e farsi un’idea dell’Altissimo. Anche in lui l’idolatria ha una forte presa: “Mostrami la tua Gloria!”, chiede Mosè. E Dio risponde: “Tu vedrai la mia traccia; quanto al mio volto, non può essere visto”Esodo 33, 18-20.
Non ci si può ispirare a Dio per forgiare la propria immagine ideale, perché Dio non si mostra, non appare, appare solo la sua traccia, la sua impronta, il segno della sua assenza.
Quanto a Sheila, è ancora nel letto di Israel, nell’attimo in cui decide di distruggere l’idolo.
L’idolo è l’oggetto del desiderio di Sheila, e il suo desiderio è che l’idolo rifletta su di lei la bellezza ideale. Affinché questa trasmissione avvenga, l’idolo deve conservare la sua maestà, deve apparire come un oggetto ideale in grado di dettare la legge. Se l’idolo dovesse perdere il suo smalto, cioè il potere di riflettere l’ideale, di restituire l’immagine reificata di chi lo ha eretto, perderebbe ogni potere.
Dovevo staccare ogni filamento d’oro dalla pelle di Israel - scrive Sheila – così che neanche un briciolo del suo oro si riflettesse su di me, e neanche un briciolo del mio oro si riflettesse su di lui, così saremmo stati insieme nella tenebra più assoluta. Dovevo rendermi così brutta che l’umiliazione che infliggevo a me stessa arrivasse a umiliare anche lui. Senza pensarci due volte mi infilai sotto le coperte, dicendogli: “Voglio dormire accanto al tuo cazzo”. Scivolai là sotto e mi accoccolai, con le labbra morbide contro il suo cazzo. Sentii le sue gambe irrigidirsi. “Vieni su”, disse. “No”. “Vieni fuori”, ripeté, stavolta con più forza. Ma sapevo che se l’avessi fatto, il suo desiderio di me sarebbe rimasto, e io volevo che non ne rimanesse niente. Ero del tutto lucida mentre sentivo il suo cazzo avvizzire, per il disgusto e la vergogna. Trascorse qualche minuto. Poi mi voltò le spalle. Il mio naso finì tra le sue natiche, e sentii i peli sottili sulla mia pelle. Una vampa di calore mi bruciò le guance e l’anima, ma rimasi lì, stoica.
Doveva avverarsi per Sheila il destino presagito dal suo primo ragazzo.
Il suo desiderio di mettersi con un artista stra-fico di New York, diceva il suo ex-ragazzo, l’avrebbe portata a inseguire una prospettiva sterile dopo l’altra, restando costantemente insoddisfatta, allontanandosi sempre più dalla retta via e rimorchiando uomini per poi mollarli. Per finire inginocchiata in un cassonetto, ormai una logora puttana, sdentata, con la fica acida come latte irrancidito a malapena a fare un pompino a un nazista, spremendo l’ultima stilla d’amore dal suo mondo.
Con l’ultimo barlume di speranza che le saliva dal cuore, Sheila chiedeva al nazista: Sei mio?, al che lui rispondeva: Ma certo, Pupa, e poi si girava e schiacciandomi a forza la faccia con la mano si ficcava crudelmente il mio naso tra le chiappe pelose e cacava. The End.
Bisogna consegnarsi all’ideale. Non c’è modo di sfuggire alla sua presa.
L’ideale ti rende libero, solo dopo aver avuto ragione di te.
Ma la storia non finisce qua.
Sheila torna a interrogarsi, a chiedere insistentemente: Chi sono io? Non sono forse un essere umano? Chi sono io per tenermi in disparte dai tremendi destini del mondo? Se qualcuno al termine della propria vita deve finire inginocchiato davanti a un nazista in un cassonetto, tanto vale che sia io. Perché no?
Levando le mani al cielo, in ginocchio in un cassonetto, ricoperta di escrementi, prostrata e umiliata, come un essere umano qualunque, in una postura che poteva toccare a qualsiasi altro essere umano, e dunque in balia di un nazista al posto di un altro essere umano, vittima sacrificale, umile tra gli umili, polvere e cenere, chiede ancora, come Mosé e Aronne: Chi sono io?
Io sono nulla.
Gesto di umiltà. Ma non più umiltà compiaciuta di chi, davanti al suo ideale, si spoglia di tutte le sue tare per rivestirsi con una pelle perfettamente lucida e scintillante. E invece umiltà e miseria di chi controlla la foga e abbandona la disputa, di chi sta, sotto la scure del nazista, al posto dell’altro.
Chi sono io, sono forse colei che sta al posto dell’altra, al posto di quell’altra che non ama essere guardata, che guarda senza essere vista, che non ama mettersi in mostra, ma che ha lasciato dentro di me la traccia del suo passaggio, del suo amore, della sua amicizia, una traccia che è solo una silhouette da cingere con un recinto che la protegga da quella parte di me che potrebbe disperdere ciò a cui tengo per davvero?
Mi dissi – scrive Sheila – cataloga le cose a cui tieni, mettici un recinto attorno. Metti un recinto attorno a ciò che tieni in te più caro di te stessa, segna ciò che vuoi rendere sacro.

 

* Sheila Heti, La persona ideale, come dovrebbe essere? Sellerio
* Lévinas Emmanuel, Nuove letture talmudiche, SE
* Lévinas Emmanuel, Totalità e infinito, Jaca Book
* Wanda von Sacher-Masoch, Le mie confessioni, Adelphi

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