La decisione non si rappresenta

 

Secondo un’opinione molto diffusa il sindacato non serve a niente. Se chiedi al bidello, al cuoco della mensa scolastica, all’applicato della segreteria, all’impiegato di concetto della regione, al saldatore della piccola impresa a conduzione familiare, al postino o alla badante, tutti rispondono la stessa cosa. Non vogliono nemmeno sentire parlare di sindacato, perché il sindacato aiuta solo chi è nel sindacato, e ha ormai anche smesso di far finta di salvaguardare gli interessi dei lavoratori. Cura solo i propri interessi.
E quali sono questi interessi?
Avere sempre più potere. Un potere da spendere nella contrattazione di qualche posizione appetibile per se stessi, per i propri dirigenti, se non addirittura per i propri amici e parenti.
Quando chiedi a quale sindacato si riferiscono, non ci pensano un attimo, e rispondo che sono tutti compromessi.
Non fanno distinzione tra un’organizzazione e un’altra.
Quando chiedi di fare una lista, escono fuori i nomi più noti. Nessuno sa che in Italia i sindacati sono più di tre, che accanto ai confederali cgil-cisl-uil ci sono lo slaicobas, il sincobas, cisal, ugl, fast, orsa, gilda, fgu, adl, cub, saf, usb, sinpa, sult, salc – la lista è davvero lunga. Quando glielo fai notare, rispondono che la lista è lunga perché è un magna magna, che ce n’è per tutti, come in politica, dove i partiti aumentano perché c’è posto per tutti.
Poi non importa se sono lì a parlare allegramente anche grazie al fatto che in Italia c’è, e c’è stato, un forte movimento sindacale.
La storia di questa cattiva reputazione è davvero lunga. Se ne trovano tracce a partire dagli anni Venti del secolo scorso. In Italia prende piede negli anni Sessanta, per esplodere negli anni Settanta.
Negli anni Sessanta il sindacalista comincia ad essere percepito come un elemento estraneo al mondo del lavoro.
Non è più un lavoratore tra i lavoratori.
Il sindacato non è più una comunità di interessi. È diventato uno sportello semi-pubblico, al quale rivolgersi per sbrigare questa o quella pratica.
Il sindacalista è visto come un burocrate, come un funzionario che esercita le sue mansioni con formalismo eccessivo e gretto.
Anche il vocabolario registra questo cambiamento. E nei testi a stampa, come mostra google engrams, il  burocrate (la parola burocrate) raggiunge un picco notevole nel 1976. Dopo il 1977 inizia una discesa rapida, fino al 1987, per poi toccare la vetta massima nel 1994.
Le date non sono casuali, e uno storico dell’economia potrebbe accostarle a momenti topici della storia economica d’Italia e del mondo.
Nel numero 20 (anno II) del 12 novembre 1970 del quindicinale Lotta Continua si può leggere un’accusa forte e chiara contro il sindacato.
Innanzitutto, si chiarisce su Lotta Continua, bisogna “lottare contro ogni delega”. La delega non va bene. È contro l’iniziativa diretta.
L'iniziativa diretta è importante, perché solo chi è invischiato nei processi che contesta, può averne una conoscenza appropriata.
Il delegato, invece, rispetto al mondo della vita e del lavoro effettivo, è sempre fuori contesto. La sua visione è sempre dedotta da un protocollo redatto nelle segreterie, e sempre a cose fatte. O deriva da un piano teorico, rispetto al quale i fatti effettivi ne costituiscono la verifica o la smentita.
La lotta sindacale non può scaturire da un’intesa che si produce al di sopra dell'esistenza. Piuttosto deve assomigliare a un avvenimento storico che non cancella nessuno dei legami con i fatti che chiarisce o che contribuisce a far accadere.
Se la lotta ha alcuni lati oscuri e confusi, bisogna prendere tale oscurità o tale confusione come una caratteristica positiva dell’impegno alla lotta: quest'ultimo non è oscuro rispetto a un ideale di chiarezza, ma l'oscurità, al contrario, lo costituisce in quanto impegno militante.
Il sindacalista non conosce “per nome e per cognome il proprio nemico”. Guarda le cose dal suo punto di vista, ma questo punto rimane strutturalmente al di fuori del contesto dove i fatti accadono e le battaglie si consumano. La sua conoscenza dello stato delle cose, che ai più può apparire precisa e puntuale, priva dei vizi e degli errori di cui soffre il sapere di chi nelle lotte vi è sprofondato completamente, è una conoscenza fredda e disinteressata, che si abbatte sulle cose inquadrandole in un ordine perfetto.
Da questa idea di perfezione deriva la continua pulsione alla scissione.
Poiché il mondo non si adatta mai perfettamente alle idee contenute nei programmi e nei manifesti, l’umile funzionario, malgrado il suo distacco, si ritrova sempre invischiato negli affari del mondo, con in mano un resto che non sa come gestire. Investito dall’imbarazzo, cerca in ogni modo di liberarsi del fardello, ma senza riuscirci, e non prima che il lavoratore lo colga con le mani affondate nella cruda verità di quei fatti dai quali voleva slegarsi.
La traccia delle realtà che lo perseguita è anche il sintomo del suo fallimento come funzionario della perfezione.
A questo punto diviene impellente la separazione e la costituzione di un’organizzazione che si attenga con più rigore ai fini impressi nei manifesti, nelle piattaforme congressuali e nei documenti programmatici.
C’è una doppia pulsione. Mentre da una parte si sostiene che il sindacalista non può in nessun modo rappresentare il lavoratore, dall’altra si insiste nel dire che lo rappresenta male, che lo tradisce, che lo svende per un tozzo di pane, e via discorrendo.
Questa doppia pulsione, che è quasi un double bind, investe anche la politica, la quale viene puntualmente e contemporaneamente accusata di non rispettare i programmi, e di non avere il potere di rispettarli perché vive in un mondo a sé, separato da quello della gente che rappresenta, oppure perché è tele-comandata da fantomatiche istanze esterne o da ultime istanze.
Le forze combattenti, tipo Lotta Continua, già dai primi anni Settanta, hanno revocato ogni fiducia alle organizzazioni rappresentative.
La lotta non si rappresenta. Non si delega. Non si pensa al di fuori della lotta stessa.
“La lotta fa un passo avanti – scrive Lotta Continua – quando distrugge la politica come attività separata, come specializzazione, come momento sindacale”.
Lotta Continua “significa combattere lo specialismo e il burocratismo di cui siamo oggettivamente affetti, significa cessare di misurare la nostra crescita sul metro delle riunioni – chiuse – e unirci alla masse nelle loro sedi, nelle piazze, nelle strade, nei bar, nelle case”.
Il sindacalista si colloca al di fuori della realtà che lo riguarda. Anche rispetto a ciò con cui ha un legame più intimo, come il suo impiego o le sue passioni, adotta l’attitudine dell'uomo che guarda, che non si pone all’interno degli eventi su cui dirige il proprio sguardo.
Il sindacalista raggiunge quella distanza critica, necessaria al pensiero, per cogliere la cosa al di fuori di ogni coinvolgimento emotivo. Opera come uno scienziato. Si preserva il potere di retrocedere, di tirarsi fuori, di non investire con le sue emozioni, trasformandolo, l’oggetto di studio.
Il sindacalista è uno scienziato, un piccolo burocrate, che si prende cura del lavoratore, così come lo specialista si prende cura della milza di un paziente, con la stessa logica, la stessa separazione, lo stesso trattamento seriale, come se ad essere curato non fosse il paziente, ma solo una milza, una milza in generale, una milza qualsiasi, degna di un trattamento qualsiasi, definito in un protocollo scientifico validato da un collegio di pari.
“Il rifiuto dello specialismo, di una politicizzazione falsa perché unilaterale, - scrive Lotta Continua - deve riflettersi anche sul modo di porre il problema dell’illegalità e della violenza. La sua organizzazione non è prerogativa di un’avanguardia trasformata in debole e patetico drappello militare, essa è parte integrante dell'esperienza di massa”.
Il rifiuto degli sfratti o dei pignoramenti, l’autodifesa contro la polizia, la cosiddetta criminalità giovanile, la violenza politica che trova sfogo negli stadi o nei concerti non possono essere rappresentate. La decisione di un lavoratore che scende in piazza e grida che ribellarsi è giusto non si rappresenta, non si delega. Non c’è avanguardia che tenga, non ci sono intellettuali e maître à penser che possano conoscere meglio di chi la vive la situazione di chi scende in piazza e si ribella contro lo stato delle cose.
Inutile segnalare i debiti di questa impostazione con la fenomenologia, con l’esistenzialismo di Heidegger e di Sartre, con l’idea di Intenzionalità di Husserl.
Questa è la posizione di Lotta Continua. Una posizione sostenuta dal suo leader storico – Adriano Sofri – sin dal 1969.
Nel 1969, in un documento di indirizzo generale dal titolo Sull’organizzazione, Sofri contesta nettamente l’idea leninista di organizzazione.
L’idea che la scienza della rivolta possa essere insufflata nella mente della gente da un drappello di intellettuali esterni al contesto dove la rivolta può prendere piede e sfogarsi, è un’idea retrograda, inconsistente, burocratica, scientista e dirigista. E tutti quelli che si fondano, o si rifondano, come partito dei lavoratori o sindacato dei lavoratori, usano i lavoratori come cavie dei loro esperimenti teorici.
Se mai può darsi qualcosa come una avanguardia, quest’avanguardia può assumere, al massimo, il ruolo di un coordinamento, di un nodo di una rete di relazioni che si auto-costruiscono e si autodefiniscono. Non c’è mai partito. C’è solo e sempre l’Autonomia operai. Questa è Lotta Continua.
Al che, le organizzazioni combattenti strutturate in cellula leninista, come ad esempio Avanguardia Operaia, accusano Lotta Continua di spontaneismo anarco-piccolo-borghese.
Anche se riconoscono che il sindacalismo in generale è affetto dal male oscuro del burocratismo, non arrivano a sostenere che tutto ciò si deve alla separazione tra teoria e pratica, tra lavoratori e funzionari sindacali. Se il sindacato è una grande burocrazia lo si deve imputare alla sua linea riformista.
È sempre la linea politica che decide del destino e dell’organizzazione di una forza combattente. E la linea viene sempre da fuori. Le direttive arrivano sempre dall’esterno. C’è sempre una cabina di regia che coglie le dinamiche generali e formula le linee guida.
“Quarant’anni di catena di montaggio – scrive Avanguardia Operaia – non aggiungono anche solo un granello di consapevolezza su quale sia la natura precisa del dominio ideologico e politico borghese, perché questo si presenta esterno ai rapporti di produzione e, individualmente, gli operai non possono che subirlo.”
“La coscienza politica – qui si porta a sostegno il Che fare? di Lenin – può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica”. Non c’è mai un’autonomia operaia. L’operaio o dipende dal padrone o dipende dal partito.
Lotta Continua ribatte che la linea non c’entra niente. A fare la differenza è la separazione tra vita vissuta nella lotta e vita vissuta nelle sezioni. Tra le due posizioni non c’è possibilità di dialogo. Il collegamento non può fornirlo la coscienza. Non si tratta di far prendere coscienza a chi ha alienato la coscienza per un piatto di lenticchie. Pensare, prendere coscienza, equivale ad esistere, e poiché non si può esistere al posto di un altro, questo si legge su Lotta Continua, non si può cambiare la coscienza senza cambiare la vita. Pensare equivale ad esistere.
Non si cambia coscienza come si cambia un abito.
La coscienza è sempre coscienza di qualcosa, la coscienza è sempre situata, ha questa o quest'altra intenzione. Non esiste una coscienza vuota, che all’occorrenza si riempie con questo o quest'altro contenuto empirico o teorico. Questo non vuol dire che la coscienza non può cambiare, o che è costretta a rimanere legata a qualcosa da cui dipende. La coscienza non dipende da niente. Se non dal fatto di essere gettata in mezzo al mondo, di trovarsi di già situata nel suo elemento mondano, di non possedere alcuno strumento che possa farla uscire all’esterno. Non raggiunge mai un punto assoluto da cui dominerebbe la totalità della propria condizione, da cui potrebbe considerarsi dal di fuori. Non può mai iniziare a parlare di se stessa senza entrare in circolo, senza reiterare la decisione di parlare di se stessa.
La decisione non si rappresenta. Però si reitera. È in questo iter che intercetta il sindacato.

* Prendiamoci la città, Lotta Continua, anno II, n. 20 12 novembre 1970,.
* Adriano Sofri,  Sull’organizzazione, 1969
* I quaderni di Avanguardia operaia. Lotta Continua: lo spontaneismo. Dal mito delle masse al mito dell’organizzazione. Sapere edizioni 1972.
* Emmanuel Lévinas, Scoprire l’esistenza, Cortina 1998.

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