1989, si occupano le università, nasce il movimento della pantera.

Tra dicembre del 1989 e marzo del 1990 la quasi totalità delle università italiane furono occupate per impedire l'approvazione di un disegno di legge (legge Ruberti) che prevedeva l’ingresso dei privati nel finanziamento e nella gestione degli atenei. In uno striscione portato in corteo per le strade di Bologna, e rimasto alle cronache grazie ad una bella foto di Luciano Nadalini, si può leggere uno degli slogan più riusciti: Privatizzare è prima di tutto privare.
Si avvicina il ventisettesimo anniversario, per l’occasione ho intervistato Giuseppe Greco, un protagonista degli occupanti bolognesi.
Giuseppe abita a Pietrapaola, e gestisce un piccolo stabilimento balneare semi-abusivo. Per telefono  ha rilasciato una breve intervista.

PSR – Ciao Giuseppe, la stagione balneare è quasi alla fine. Qui al nord il caldo insiste, e anche l’afa.

GG – Andiamo subito al punto. Cosa vuoi che ti dica?

PSR – Parlami un po’ della Pantera, del movimento delle occupazioni delle università, della tua esperienza a Bologna. So che hai partecipato a tutte le assemblee nazionali e a molte assemblee di di altri atenei.

GG – Sono stato a Palermo e a Firenze, alle due assemblee generali. Poi sono stato anche a Napoli, a Cosenza, a Milano, a Roma, a Urbino. I ragazzi di Urbino erano molto svegli.
Il motto – lo slogan – Privatizzare è prima di tutto privare, venne in mente a Danilo, uno studente Abruzzese della montagna, studiava giurisprudenza, si sarebbe laureato con una tesi su un anarchico italiano importante. Adesso mi sfugge il nome.

PSR – Tu studiavi Scienze politiche?

GG – Ero iscritto alla facoltà di scienza politiche, in strada maggiore non ci mettevo piede quasi mai. Ci andavo solo per gli esami. E anche durante l’occupazione rimasi sempre a Lettere. I miei amici erano tutti iscritti a Lettere, a magistero, al DAMS, a giurisprudenza. L'ambiente di scienze politiche era un po’ troppo politicizzato per i miei gusti. Troppa FGCI. Troppi nipoti di partigiani. Troppi aspiranti Che Guevara. Troppi liberi pensatori. A lettere la gente era più distaccata. C’erano ragazzi che leggevano Proust tutto d’un fiato – in francese. C’erano anche molti perdigiorno e aspiranti poeti e nullafacenti con vitalizi accesi dai nonni o da genitori ricchi albergatori della riviera. Anche alla leader del collettivo di scienza politiche i soldi le uscivano dalle orecchie.

PSR – Che fine ha fatto questa gente, frequenti ancora qualcuno, è rimasto qualcosa?

GG – Della Pantera non è rimasto niente. Poca roba. Qualche libro di fotografia, una voce su wikipedia, qualche video su Vimeo, una tesi di laurea, un libretto pubblicato dal manifesto, e poco altro. Un paio di anni fa ho rintracciato su Facebook una studentessa di scienze politiche, diplomata con una testi di laurea su Marx, scritta anche bene. Ce l’ho, se vuoi te la spedisco.

PSR – Come si chiama?

GG – Non so se posso dire il suo nome. Portare qualcosa fuori da Facebook credo sia illegale. I materiali ceduti a Facebook appartengono a Facebook. La gente riversa tutta la sua vita su Facebook credendo di riporla nel proprio cassetto. E invece la sta regalando a Facebook, che ci fa quello che vuole. Io non ho letto la policy del sito, però credo che niente possa essere estrapolato senza l’autorizzazione di Facebook, senza un preventivo accordo tra te a questa azienda, un accordo mediato dalle norme statunitensi sulla proprietà intellettuale. E quindi credo di non poter ripetere il nome qui, su questo sito, accessibile senza loggarsi. Stavo per dire sito pubblico. Ma mi sono trattenuto, perché la questione è molto più spinosa di quanto non sembri.

PSR – Ok. Mandami il Nome in privato, con Whatsapp.

GG – Privato? con Whatsapp! Whatsapp salva i dati in qualche pianura americana seminata a mainframe, e li tiene in memoria anche se tu li cancelli, e li condivide con chi vuole. Anche con la magistratura italiana - se ha intenzione di rovinarti. C’è poco di privato in un messaggio peer-to-peer su Whatsapp. La linea tra pubblico e privato è molto sottile, è invisibile, non è nemmeno una linea, è un fronte, un campo di battaglia in continua evoluzione, dove i punti di questa non-linea siamo noi, sono i nostri corpi, il nostro destino. Se una linea esiste, passa dentro di noi. Non so se hai letto il libro di Filippo Violi, Un campo di Battaglia…

PSR – Abbiamo proposto una recensione sul sito. 

GG – Be’, questo libro coraggioso, un libro in cui Violi mette in gioco se stesso, un libro dagli effetti performativi incontrollabili, uno di quei libri in cui l’autore dice, Eccomi qui, fate di me quello che volete - se ne avete la forza -, in questo libro, non so come dire... non è un libro che racconta una storia. Non menzione dei fatti. È un libro che diventa storia ad ogni riga. Insomma, Violi presenta quello che si può chiamare il sistema Calabria. Un sistema in cui i soldi dello Stato, i soldi dell’Unione europea, e i soldi delle tasse locali, servono a finanziare un sistema burocratico che si estende oltre quelli che, apparentemente, sembrano i margini della macchina amministrativa. Nel sistema Calabria la distinzione pubblico-privato mostra tutta la sua inadeguatezza. In Calabria lo slogan della Pantera – Privatizzare è prima di tutto privare – non ha alcun senso. Perché a privare una parte dei cittadini di ciò che gli spetterebbe di diritto è prima di tutto la cosiddetta amministrazione pubblica. E Violi lo mostra bene. Mostra come la distinzione Pubblico-privato non regge. In Calabria ci sono aziende cosiddette private, affiliate a Fincalabra, che non hanno mercato, che non sono sul mercato, che mantengono consigli di amministrazione e tutto il resto con i soldi del fondo sociale europeo. E non producono niente. Produco e riproducono se stesse, e qualche posto di dirigente, di segretaria, di dattilografa. Che gestiscono corsi di formazione come fanno le università private, come i college americani, e che sono sovvenzionate dal fondo sociale europeo per formare persone a fare non si sa cosa. Non lo sa nessuno. Nemmeno Filippo Violi. Ci sono dipendenti di aziende private, di industrie della chimica, chiuse da decenni,  e che percepiscono un sussidio (i dipendenti), come se fossero vittime di una congiuntura passeggera, come se le aziende dovessero ripartire da un giorno all’altro. Ci sono lavoratori di aziende private che campano con i soldi della disoccupazione, che accendono mutui con i soldi dalla Naspi. Ci sono lavoratori di azienda private che si autodenunciano (le aziende) di averli assunti sei mesi prima, in nero, in modo da garantire ai presunti lavoratori un passato contributivo che consenta di accedere ai benefici del welfare. Ci sono lavoratori di aziende agricole private che lavorano per 20 euro al giorno per 51 giorni, e poi percepiscono la disoccupazione agricola, l'indennità di malattia, e le preziose marchette dell’INPS per un anno intero. È tutto privato. È tutta economia privata. È l’economia privata che muove questa macchina. Va avanti così da molto tempo, sin dagli anni 60. Non è un fenomeno nuovo. Non c’entra con la globalizzazione, con la reaganomics o col thatcherismo. È un fenomeno più antico.
Dove passa qui la distinzione tra pubblico e privato? Dimmelo tu. Dove passa?

PSR - ?

GG -In questo contesto Privatizzare è prima di tutto privare, ha ancora un senso? Ha mai avuto un senso?

PSR – direi di no.

GG – Negli anni settanta, e ancora negli anni ottanta, si diceva che lo Stato avesse salvato il capitalismo dallo sfacelo inventando il Welfare State. È vero? Bisognerebbe prendersi del tempo per delle indagini serie. Lo Stato finanziò la Fiat, finanziò i consumi improduttivi – è storia. Se ha qualche valore l’equazione stato = pubblico, e industria = privato, quest’equazione non vale per gli anni Cinquanta, non vale per gli anni Sessanta. Non vale per gli anni Ottanta. Non vale mai.
Se si dice, invece, che il privato pensa al profitto, mentre il pubblico pensa ai cittadine e alla comunità, ci si incarta di nuovo. Il welfare è fallito, se è fallito, perché lo Stato si è ostinato a porre come merce un’attività che non lo era, e non poteva esserlo. E alla fine si è trovato a fare i conti con gli stessi problemi dell’industria privata: produttività del lavoro, finanziamenti, eccesso di capacità produttiva, esuberi, ristrutturazioni, eccetera. Oppure, ipotesi da indagare con maggiore attenzione, lo Stato si è ostinato a non vedere che non si esce dal circuito della valorizzazione. C’è qualcosa che attraversa orizzontalmente il pubblico e il privato, lo Stato e il mercato, ed è la valorizzazione, lo costituzione del valore.

PSR – Come ha affrontato questi temi la Pantera bolognese?

GG – Non ha affrontato un bel niente. Privatizzare non andava bene. L’università doveva restare pubblica. Cosa fosse poi il pubblico, e cosa avesse a che fare lo stato con il pubblico, non interessava nessuno. E se alla fine ci siamo trovati una magistratura (Statale? Pubblica?) che ha fatto quel che voleva, e una burocrazia (Statale? Pubblica?) che ha fatto e fa quel che gli tira, forse un po’ lo dobbiamo anche alla pantera, alla sua ingenuità, alla sua difesa dello status quo. In molti erano stra-convinti che lo stato fosse il pubblico e che il privato fossero le industrie, e che lo stato fosse buono e che l'industria fosse cattiva, che la merce riguardava il privato e la cultura invece il pubblico, che il pubblico fosse immune da effetti di valorizzazione, mentre il privato era totalmente succube del processo di valorizzazione, eccetera. Era una visione macchiettistica. Contraria alle più lampanti evidenze di storia economica.
Quel che resta della pantera è questa confusione. Che abbiamo ancora oggi. Che si sente ancora oggi. Questa incapacità di liberarsi da schemi vecchi come il cucco, e per giunta sbagliati, come lo schema pubblico-privato, con annessi e connessi, comprese le privatizzazioni e i finanziamenti alla ricerca.
Nel 1984, solo per fare un esempio, Richard Stallman scrive il testo della GPL. Affronta la questione da tutt’altra angolatura. Con la GPL si voleva togliere il sapere dal Pubblico dominio, proteggerlo, privarne l’uso indiscriminato, per restituirlo a tutti. Non so se mi spiego. Stallman percorre un’altra strada. Senza minimamente inciampare nell’impaccio pubblico-privato. In Italia se ne cominciò ad avere notizia solo verso la fine degli anni ottanta. Al DAMS leggevamo decoder. E scoprivamo tutto un mondo. Diverso da quello raccontato dagli autonomi, da Luogo comune, e dalle mille riviste italiane inchiodate ad un passato che non voleva passare.

PSR – e poi come è andata a finire?

GG – è andata a finire che gente che aveva scritto una tesi su Carlo Marx, sulla soglia dei 50 anni, su FB scrive a manette, prendendo posizione su tutto, con frasi lapidarie come queste:

“Aggiungo che a una certa età non c'è più tempo per i lunghi fidanzamenti”

oppure quest’altra:

“I ricordi non sono che carcasse”

PSR – Dai, mandami il nome di questo account, così leggo anch’io

GG – te lo mando con telegram. Il whatsapp russo - mi pare. Al tg dicono che lo usano i terroristi.

PSR – io ho visto che lo usa anche la CISL.

GG – Be’, allora…

PSR – Trovata. CopiIncollo anch’io qualcosa.

PSR – Da Tezenis porti una maglietta piegata in cassa e, dopo aver tolto l'antitaccheggio, te la appallottolano come se fosse uno straccio.

GG – Oroscopo: Il tuo segno è stato eliminato

PRS - La memoria è un sentimento

GG -  Sono d'accordo con me

PSR – Abbiamo un'unica chance: la verità

GG -  In alcuni baci puoi percepire il cosmo tutto intero

PSR – Certe conversazioni somigliano a un cespuglio di rovi al quale avvicinarsi con estrema prudenza. A volte proprio meglio evitare

GG -  Le donne non dovrebbero invecchiare. È l'unica cosa che fanno peggio degli uomini.

PSR – Cosa c'è di male nell'essere ambivalenti? Nell'essere in continua contraddizione con se stessi? Cosa fa crescere se non il dubbio e la confusione? Arrivare a una convinzione significa fermare la mente.

GG -  Il dubbio è l'unica attività dello spirito che valga la pena di coltivare.

PSR – Rido da un quarto d'ora

GG -  L'ho già detto che non sopporto Mentana?

PSR – La memoria è uno strumento imperfetto. Ricorda ciò che non dovrebbe e non trattiene ciò che serve.

GG -  Vorrei aggiornamenti sul mio karma

PSR –  Sono d'accordo

GG -  Morirò senza aver smesso di farmi certe domande

GG -  La convivenza è una guerra.

PSR – Credo che non cambierò mai la mia foto profilo

GG - Ci vuole coraggio per ammettere la  paura

PSR – Non sono disposta a tutto per averti. Figuriamoci a niente

GG - Che gran frasi di merda si trovano su FB a volte

PSR –  non chiedere troppo a te stesso perché non riuscirai mai a dartelo

GG -  A me di quello che fa Carlo Cracco in un bagno Scavolini non me ne frega una beata mazza.

PSR – Ha emulato Bastianich che si limitava a buttarli per terra. Masterchef fa sempre più vittime.

GG -  In amore non vince chi corre dietro all'altro.

GG - Non vince chi fugge.

GG - In amore vince chi aspetta?

PSR –   Fumare la sigaretta elettronica è come immagino sia fare l'amore con una bambola gonfiabile

GG - La felicità è incompatibile con le luci al neon

PSR – BASTA. Sembrano i motti che si trovavano nei baci perugina.

GG – è molto di più. È il frutto di ragionamenti molto elaborati. Ogni parola è sempre sintomatica, è sempre seconda rispetto a qualcosa che arretra e non si lascia prendere nel gioco delle differenze.
Ecco, gioco è la parola giusta.
Non ci si esprime in modo casuale. Si fugge, per non essere irretiti. Si sta attaccati dalla mattina alla sera al computer e al telefono per confutare le posizioni di qualcun altro. Confutare qui non significa prendere un testo, con un inizio e una fine (un libro, per esempio, o un articolo, un saggio, il testo di una conferenza, di una prolusione, un trattato, persino un romanzo, o una novella, un epub, un mobi), e mostrarne l'infondatezza.
Qui non ci sono libri. Non ci sono margini. Ogni opera (film, libri, musica, eccetera) sconfina in qualcos'altro. La filosofia sconfina nel romanzo, il romanzo nella cronaca, il saggio nella satira, il quaderno nel videogame, la rivista nel sito web.
Il libro stesso cede al cosiddetto testo, ad una scrittura senza capo né coda. Sino al punto che anche parlare di fonte diventa irrilevante, quasi impossibile. Non si tratta solo dell'ipertesto, della miriade di link che aboliscono (depotenziano) i margini di quello che appariva contenuto entro i limiti di una copertina, di un frontespizio, di una rilegatura, di un nome di autore. Ecco, se c’è una cosa positiva che la pantera ha lasciato, è questo potenziamento del pensiero debole. La possibilità di mettere sullo stesso piano Marx e l’oroscopo, la partita di pallone e kafka, la scopatina e cime tempestose, la psicanalisi e la parrocchia, Laura pausini e i talking head, Heidi e Ejzenstejn, in un grande pastone dove ciò che conta è solo la forza, la differenza di forza, l’impatto, l’effetto, la cinica volontà che vuole solo se stessa.

PSR – Ok. Torniamo alla Pantera. Dici che la contrapposizione pubblico privato è un ferro vecchio. Perché?

GG – Di più. Le opposizioni binarie, la contrapposizioni, tipo pubblico-privato, italia-germania, lira-euro, sono rassicuranti. Ti danno l’idea che da una parte ci sei tu (il buono) e dalla parte opposta ci sono gli altri (i cattivi). Le contrapposizioni procurano un’idea del campo di battaglia che aiuta a dormire la notte, che libera dall’angoscia. Il fronte, nel campo di battaglia, non è mai lineare, fisso, identificabile con precisione. Non c’è bisogno di scomodare Carl Schmitt per dire che i mezzi di comunicazione, l’aeroplano, Facebook e Google, i bancomat, bitcoin, android, unix e compagnia bella, aboliscono la distinzione tra amici e nemici. Basta accendere la televisione per rendersi conto che il fronte ce l’abbiamo in casa, che la distinzione civile-militare – soldato-civile - non regge (ammesso e non concesso che abbia mai retto alla prova dei fatti). In ogni guerra la distinzione tra civili e militari non è mai stata molto chiara (vedi il ruolo di chi giocava tra le linee, oltre le linee, dei servizi segreti, dei servizi di informazione e di intelligence), o, perlomeno, non è mai stata così facile da tracciare. La linea è mobile, come è sempre mobile la linea tra pubblico e privato. Con ciò non voglio dire che il pubblico funziona come un elastico, che avanza o si ritira. Il pubblico non è un fronte. È l’idea di fronte che è errata. Il fronte passa dentro, non c’è alcun fuori dove il fronte possa passare. Tra il pubblico e il privato non c’è un fuori. È più che evidente. E se non c’è un fuori, la linea passa dentro. Passa in mezzo all’uno e all’altro. Lasciate stare sun tzu e clausewtz. Armatevi per la battaglia, e leggete Saussure, come si faceva a Lettere.
Senza una minimo di chiarezza su questi punti non si può nemmeno pensare di impostare un discorso economico, di teoria economia o di storia dell’economia, che voglia essere un minimo all'altezza di quello che accade.
Carlo Marx, per dire, ha dovuto fare i conti con l’idealismo, prima di riscrivere la teoria del valore di Ricordo.
Aggi usiamo lo stesso vocabolario che usa Enrico Mentana. C’è qualcosa che non funziona. Se Mentana parla, e capiamo quello che dice, abbiamo qualche problema. Se leggiamo i giornali e capiamo quello che scrivono dobbiamo iniziare a preoccuparci.

PSR – A lettere, mi pare di ricordare, si faceva anche la rassegna stampa.

GG – Appunto. Mentre a Ginevra inventavano il www a via zamboni si faceva la rassegna stampa. Invece di bruciare i giornali, si lavorava per inventarne degli altri, e nel frattempo si studiava per diventare giornalisti, funzionari, ambasciatori, parlamentari, e via discorrendo. Ricordo ancora con tristezza uno studente di informatica alle prese con un router. Non riusciva ad attribuirgli un indirizzo ip statico. Roba da morire sul posto.  Ed eravamo già nel nuovo secolo.

PSR – eravate in ritardo rispetto agli altri.

GG – Non si trattava di ritardo. Non è mai questione di ritardo. Se ti sparano col bazuka non puoi pensare di rispondere con la fionda. Ancor più se la fionda te la mettono in mano i nemici.

PSR – Ma cosa c’entrano tutte queste precisazioni con il fatto economico elementare delle privatizzazioni? Ci sono delle aziende di Stato, che bene o male vanno avanti, che hanno un sacco di dipendenti, che garantiscono un servizio a costi accettabili. Poi queste aziende vengono privatizzate, i lavoratori vengono licenziati, i quartier generali e le produzioni vengono delocalizzati, e la produzione industriale totale cale del 25%.

GG – Il tuo ragionamento non fa una piega. Quando i ragionamenti non fanno una piega bisogna iniziare a preoccuparsi. Bisogna chiedersi, Dove, Come mi sta fregando la ragione? Oggi il nostro maggior nemico è il ragionamento. Sono le persone che ragionano. Sono le persone ragionevoli. Se Violi avesse ragionato un 5% di quello che è nelle sue capacità, non avrebbe mai scritto il libro che ha scritto. Si crede di essersi impegnati per il fatto di avere espresso la propria idea su come gira il mondo. Per il fatto stesso di aver ragionato, di aver detto qualcosa. La ragione è il nemico.

PSR – Vuoi mettere in scena l’irrazionalismo, la potenza della sragione. Sragiono, dunque non sono, non collaboro, non sono dei vostri, inceppo il meccanismo, non scrivo e non leggo, eccetera.

GG – Niente di tutto questo. Questo film lo abbiamo già visto. La mia mente va a certi passi di Marx, all’arcano della merce, per esempio, allo stupore di Marx di fronte a fenomeni impensabili, come i tavolini con i grilli per la testa. Una testa di legno con i grilli dentro. Cos’è questo impensabile, questo mistero così evidente, e che si esprime nel prezzo, e che ogni merce porta scritto sul suo cartellino? Ecco, bisogna partire da qui. Bisogna pensare questo impensabile, misurarsi con questo arcano, guardarlo in faccia, senza farsi accecare dalla verità. Mi rivolgo agli economisti, agli storici dell’economia, a tutti quelli per i quali il presente, così come si presenta, non passa.
Con la pantera abbiamo imparato a ragionare. E il frutto sono stati decenni di martirio, di giornalismo ragionante e ragionevole, di talk show somministrati sotto forma di pillole di ragionevolezza, di inchieste, di denunce, di ammutinamenti, di epurazioni, e cazzate simili. Tutto in buona fede, e anche con coraggio. E adesso ci troviamo su Facebook a parlare di tutto, a decostruire ogni cosa, sfrenati, folli, carichi come un cucù.
E la ragione ci dice questo, che possiamo fare quello che volgiamo, che non ci sono limiti alla nostra voglia di volere, che possiamo passare da un campo all’altro, chi se ne frega! Che ci possiamo provare con il Partito Democratico, e se va bene, è come aver vinto la lotteria, altrimenti si ritorna alla lotta di classe.  Oppure si prova a colonizzare un partito piccolo, e se va bene si va in elicottero con pecoraro, altrimenti si torna a fare corsi per l’FSE a 60 euro lordi a ora. Mica mila, per uno sfigato della pantera che dormiva nel sacco a pelo! Oppure, peggio, si dimentica ogni cosa, e ci si trincera in qualche rassicurante coppia oppositiva. E si torna indietro, come se nulla fosse accaduto. E si affilano le armi della paranoia purista. Perché le coppie oppositive generano malattia mentale, i cui sintomi coincidono con la voglia smisurata  di venire a capo di tutto, di svelare ogni segreto, di spostare sempre la posizione, di cacciar fuori dal recinto sempre qualcuno, perché ha sgarrato, o di spostarsi un passettino, perché quelli che stanno a fianco non sono coerenti, e cose di questo tipo. La ragione che s’incarta. Il ragionamento come malattia mentale.

PSR – chi sono questi ex della pantera che rischiano la pazzia?

GG – Siamo seri. La pazzia. Che parola grossa! Hai letto quel racconto di wallace, mi pare sia contenuti in L’Aragosta, oppure in Oblio, dove il protagonista va dallo psicologo, e nel colloquio il paziente prende la mano al dottore e decostruisce il contesto dell’analisi fino a distruggere ogni possibilità di dialogo? Ecco, pensavo ad una cosa del genere. Pensavo allo spirito critico, alla volontà di sapere, di sapere tutto, di andare fino in fondo, a quella voglia sfrenata di conoscenza e di verità che ti porta dritto dritto alla tomba.

PSR – Si, ma chi sono questi maniaci?

GG – sono tutti quelli che appena si profila una coppia oppositiva – Germania / Italia, sovranismo / globalizzazione, Euro / Lira, Comunismo / Liberismo, Vecchi / Giovani, Nord / Sud, Costituzione / Riforma, Partigiani / Revisionisti, la lista è lunga e si rinnova, perché le coppie si consumano, c’è tutta una fabbrica che produce coppie oppositive e che risponde ad un bisogno consumistico sempre crescente di snodi per il ragionamento – sono quelli che appena il mercato caccia fuori una coppia di questo tipo ci si buttano a capofitto, scelgono uno dei due poli, e lavorano notte e giorno per affinare la distinzione, e alla fine della fiera, l’affinano così tanto, che non solo escludono ogni cosa e ogni persona dalla partizione, ma finiscono per farsi male, per deprimersi. Va molto di moda  dire che la solitudine – generata dal computer (dal computer, pensa un po’!) - sia la causa di suicidi, e persino di atti terroristici – Non siamo soli. Siamo sempre perennemente con gli altri. Siamo angosciati dagli altri, i quali entrano nelle nostre vite in continuazione, con ragionamenti lucidi e corretti, che ascoltati da un altro pianeta suonano come esercizi spirituali su come entrare con i propri piedi nella fossa.

PSR – “Io vorrei un copione. Come nei film. Che te vuoi dire una cosa e ti viene fuori così bene che l’altro col cazzo che ha l’ultima parola.”
Per chiudere in bellezza con un motto della nostra amica di Facebook.

 

 

l'immagine è coperta da copyright

Share/Save