Far finire l’amore non è per niente facile

Il piccolo libricino che presenta la trascrizione di una conferenza tenuta a Montreuil a dei bambini, scritto da Jean-Luc Nancy nel 2008, si chiude col ricordo della morte di André Gorz e della moglie.
Il libro è dedicato all’amore.
L’amore è assoluto – scrive Nancy.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che l’amore non ha limiti. Se avesse limiti, se ci fosse qualcosa a limitarlo, a condizionarlo, a indirizzarlo, anche solo a suscitarlo o ad arricchirlo, non sarebbe vero amore.
Se dicessi ti amo un po’, ti amo tanto, o ti amo tantissimo, non si tratterebbe di amore. Se amassi i tuoi capelli, il tuo viso, tutto il tuo corpo, o il tuo carattere, la tua personalità, se ti amassi perché sei simpatico, perché fai ridire, perché ti muovi bene, perché sei alla moda, perché sei bravo, perché sei potente, perché sei ricco, perché sei un genio, perché sei tutte queste cose insieme, non ti amerei davvero.
Il vero amore è assoluto. “Non possiamo quantificare”.
Se in te amo lo splendore e la potenza del corpo, non amo te. In te amo solo ciò che è bello. E siccome la bellezza non è durevole, non è assoluta, e col tempo svanisce, non ti amo davvero.
L’amore che si gonfia di bellezza è destinato a finire presto.
Sulla soglia dei 40-50 anni i matrimoni si rompono, le coppie si sciolgono, e  si ritorna a caccia, e nella caccia ci si rimette in gioco, si fa sul serio, ci si impegna fino in fondo, e non si risparmiano colpi e numeri a effetto. Ma anche qui tutto dura un attimo. Rimane solo la faccia triste post-coitale, e il disgusto per l’impaccio.
Nell’amore “non posso quantificare”. Non posso dire che questo mi piace più di quello, che impazzisco per le tue chiappe o per il tuo sorriso.
“Se ti amo un po’ o molto – scrive Nancy -, vuol dire che ti apprezzo, che mi piaci, ma questo potrebbe benissimo applicarsi a degli oggetti, mi piacciono un po’ i mandarini ma preferisco le fragole. Mi piacciono un po’ i ravioli, ma preferisco di gran lunga le patatine fritte col ketchup. Posso dire lo stesso delle persone, mi piace molto Steve, mi piace molto Leila, ma siamo ancora lontani dall’amore”.
I sorrisi e le chiappe sono intercambiabili. Anche le persone sono intercambiabili. Se in una persona amo la bellezza, non amo la persona. E c’è sempre (sempre) una bellezza più bella, pronta ad imporsi e a sostituire la prima. Le cose belle sono intercambiabili - pure le cose brutte (e sono anche più a buon mercato).
Cosa vuol dire che una cosa è intercambiabile?
Vuol dire che ha un valore più o meno grande, un valore che rientra in un ordine, in una serie. Vuol dire che ogni membro della serie va bene tanto quanto un altro. Vuol dire che tra me e l’oggetto della serie non c’è un legame assoluto.
Se entro in un negozio per comprare un libro, dalla pila scelgo una copia qualsiasi, una vale l’altra, non c’è una copia che racconti la storia in modo più autentico. Tutte le copie raccontano la medesima storia.
Anche la copula si riduce a questo. Ogni copula è intercambiabile, ognuna racconta sempre la stessa monotona storia.
Tutto ciò che piace ha un valore, e tutto ciò che vale è intercambiabile. Il valore mette sullo stesso piano. Tuttalpiù gerarchizza, ma sempre e soltanto nello stesso ordine di grandezza. Ci sono piaceri grandi e piccoli, amorini belli o più belli, ma sempre sostituibili, sempre sul punto di esaurirsi, di consumarsi, di sfaldarsi, di disperdersi, di sciogliersi e dileguarsi, di finire prematuramente, o di scambiarsi con altri amori, con altre storie, con altre avventure, con altri corpi - a pacchi, a sacchi, a scatole intere - ci sono sempre piaceri pronti a scambiarsi con altri brandelli di esperienze dozzinali.
Si cerca nella copula un’esperienza autentica. E invece la copula restituisce sempre indifferentemente la stessa minestra riscaldata. È per questa ragione che i matrimoni falliscono, e i figli si ritrovano con i nonni, con gli zii, con i fratellastri, le sorellastre, le zie, le nonne, gli amanti, i compagni, i neo-mariti divorziati con altre storie alle spalle, con figli e figliastri e assistenti sociali alle calcagna.
Quando amo, se amo davvero, “non posso imporre alcuna misura, non posso dire se sia di più o di meno. TI AMO è assoluto, in latino questo vuol dire staccato da tutto, slegato da qualunque ordine di misura, termine di paragone. Il vero amore inizia al di là di ogni possibilità di definire quantità, o livelli, di stabilire paragoni. Fino a che siamo in grado di definire quantità o stabilire paragoni, la faccenda riguarda noi soltanto. Quando dico: mi piacciono le patatine fritte al ketchup e mi piace molto Leila, sono io ad affermare il mio gusto, la mia preferenza. In questo senso, Leila e le patatine fritte al ketchup sono intercambiabili, le persone come gli oggetti”.
Quando affermo il mio gusto – scrive Nancy – quando manifesto la mia preferenza, dispongo tutto su uno stesso piano. Io (l’io) diventa la misura di tutto ciò di cui posso disporre.
Il mondo è dispiegato davanti ai miei occhi, ogni cosa occupa un posto, tutto è ordinato, tutto ha un valore, tutto è, potenzialmente, nella mia disponibilità, tutto è a portata di mano.
In passato – nel Medioevo, ad esempio – le cose erano incasellate in un ordine fisso. La moglie del re non poteva essere posta sullo stesso piano della moglie del contadino. Le due donne non erano, per così dire, disponibili. Erano incasellate in un ordine dal quale non potevano essere rimosse, nemmeno, o soprattutto, idealmente. Il contadino non aveva accesso agli strumento che gli consentissero di immaginare la possibilità di far sua la moglie del re.
Oggi chiunque può immaginare di vincere alla lotteria e pensare di poter permettersi la donna più ambita del pianeta.
Nel Medioevo non mancavano certo le possibilità. E anche un contadino poteva diventare re. Ma, in attesa di diventare re, non aveva accesso al potere che gli consentiva di immaginare di poter giacere con la moglie del re. Il potere, la possibilità di poter fare qualsiasi cosa, gli era preclusa dal fatto che le cose non potevano essere poste sul medesimo piano di valore. Non potevano essere valorizzate con uno strumento di misura universale.
Liberarsi dai vincoli medievali significò dotarsi di un metodo, di un sistema, di un quadro generale, di un’episteme, di un paradigma che permettevano di porre sullo stesso piano ogni cosa.
Troppo frettolosamente qualcuno ha concluso che questo metodo, questo strumento, è rappresentato dal denaro – dal denaro moderno.
La nuova libertà nasce dalla possibilità di porre ogni cosa, persone comprese, come merce, come oggetto apprezzabile e disponibile sul mercato.
Il denaro esisteva anche prima – obietterà qualcun altro. E anche il mercato.
Certo.
Nel medioevo non tutto poteva essere portato al mercato e apprezzato.
Un residuo di medioevo lo sperimentiamo anche oggi, quando, per esempio, invitiamo un ragazzo a cena e ci sentiamo offese se, finito di mangiare, il ragazzo vuole pagare un corrispettivo per la cena e andarsene da casa nostra lasciandoci con un due di picche grande così. Una cena al ristorante e una cena da un amico non possono stare sullo stesso piano. Perlomeno qui da noi. Lo stesso retaggio medievale si sperimenta nella copula. Sarebbe un insulto insopportabile pagare 50 euro al  fidanzato dopo un amplesso riuscito (un regalo sarebbe una scelta più educata, scrive Aspesi).
Come è evidente da questi esempi, non sono né il mercato né il denaro a permettere di porre sullo stesso piano cose diverse, non sono il denaro e il mercato a trasformare le persone in oggetti disponibili. La disponibilità deve essere permessa da qualcos'altro.
“Si può vedere l’essenza del mondo moderno nel fatto che – scrive Heidegger – l’uomo si affranca dai legami medievali, rendendosi disponibile per se stesso”.
Cosa vuol dire rendersi disponibile per sé?
Secondo Heidegger – riassumo così, terra terra, come ho capito io – l’essenziale non è che l’uomo si sia emancipato dai vincoli precedenti, che sia diventato un soggetto libero, che adesso gli sia concesso tutto, mentre prima era incasellato in un ordine prestabilito ed eterno. L’essenziale è che l’uomo – ma qui parlare di uomo, di io o di coscienza è davvero prematuro – l’uomo è diventato il centro di riferimento di tutte le cose (persone e animali compresi).
Un mutamento di questa portata può avvenire solo se cambia il quadro generale, solo se le cose si mostrano in una nuova apertura, solo se ciò che chiamiamo moderno si affaccia al mondo.
Non sono il denaro moderno o il mercato moderno che con la loro comparsa dispongono le cose in fila, in serie, in ordine. L’ordine delle cose è anteriore alla loro comparsa. Il denaro e il mercato dispiegano la loro potenza soltanto quando già tutto il creato si è aperto al mondo, è diventato mondo.
“Il mondo – scrive Heidegger – è la denominazione dell’ente nella sua totalità”.  Ente è ogni cosa. Sono enti gli uomini, sono enti le piante, gli animali, le immagini, i pensieri, i sogni, le fanfaluche, gli ircocervi, il denaro, il mercato, la storia, la storia passata, il cerchioquadrato, carlo marx e il marxismo, una pietra e una zanzara, il mercato comune e il mondialismo, la globalizzazione, una pecora, la pecunia, il ragionamento, il sillogismo, il computer rotto, questa lista e ogni teoria sul mondo, compresa quella che sto banalizzando qui.
Mentre nel Medioevo ogni ente doveva corrispondere a Dio come al centro di riferimento e alla causa prima e suprema, nel mondo moderno ogni ente viene deposto dal soggetto davanti ai propri piedi, e il soggetto si pone difronte ad ogni cosa come principio di misura. L’uomo – scrive Heidegger  - viene ad occupare nel mondo una posizione centrale, e occupa questa posizione come qualcosa che ha prodotto esso stesso. L’uomo vale come regola e canone per ogni ente. Fonda se stesso come criterio di ogni misura con cui viene misurato (calcolato) ciò che deve valere come certo, cioè come vero, cioè come essente.
Calcolabile qui significa intercambiabile. Ciò che è misurabile è anche comparabile, e ciò che è comparabile è anche intercambiabile.
Il fidanzato che ho appena sdraiato è intercambiabile.
Il fidanzato che apprezzo infinitamente, che ammiro, che stimo, che adoro, il ragazzo che mi fa ridere e che mi soddisfa è un ragazzo stupendo, bello da morire, allegro, pieno di vita, è un ragazzo da godere fino allo spasimo, è un ragazzo che mi fa girare la testa, che entra ed esce dai party, dalle feste, dalle vacanze, da una piscina, da una sauna, da una spa, da un bordello, che scrive sul corriere e stampa libri o appare nei talk-show della domenica, eccetera, è un ragazzo che ha pronto il suo sostituto.
Cos'è allora il vero amore?
Il vero amore – scrive Nancy – sboccia quando siamo colpiti “da quello che di assolutamente unico c’è in lui, ma non nelle sue qualità, perché non si tratta di essere simpatici, belli, intelligenti, furbi, per non dire ricchi: se dico che «Amo Luigi perché ha il nuovo modello della playstation», allora non amo Luigi. E anche se dico «Amo Oriana per i suoi magnifici capelli biondi», non amo Oriana. Certo, i capelli, le qualità proprie della persona contano, ma quel che ricevo nell’amore, quel che crea la passione è ciò che chiamiamo l'unicità della persona”. Ciò che rende per me unica una persona è la scelta. “Una persona è scelta, distinta, posta su un altro piano rispetto a tutte le altre”.
Tutti sono unici.
È intorno a questa aporia che ruota la dimostrazione di Nancy.
Tutti sono identici nella loro unicità.
E abbiamo già capito verso quale polo si indirizzano le preferenze di Nancy.
L’amore deve lasciare che l’altro si presenti a me nella sua unicità, deve “lasciar venire a me una persona in quanto persona, per ciò che è e indipendentemente da ciò che ha”.
Lasciare venire una persona indipendentemente da ciò che ha.
Cosa vuol dire?
Vuol dire mettere da parte ogni aspettativa, ogni pregiudizio, ogni ragionamento, ogni previsione, ogni calcolo, ogni misura, ogni minuto atteggiamento che lasci filtrare o anche solo supporre la seppur minima intenzione cosciente. Se penso al colore, al colore della pelle, degli occhi, dei capelli, sarò costretta, mio malgrado, a ragionare, a computare, a calcolare, non fosse altro che a scartare la possibilità di ogni calcolo, di ogni ragionamento, e dire, non me ne frega niente del colore della pelle, non me ne frega niente del colore degli occhi o dei capelli.
Per lasciare venire una persona in quanto persona la scelta deve essere inconsapevole.
La ragione limita e indirizza la scelta.
Ma come è possibile scegliere in uno stato di totale sonnolenza della ragione?
Nell’amore, nell'amore vero, la ragione viene messa a tacere dall’irruzione dell’altro. Amare significa aprirsi alla venuta dell’altro. Disarmarsi e attendere, e nell’attesa dimenticare pure di attendere – questo è il vero amore.
Lasciar venire  a me una persona in quanto persona – scrive Nancy – indipendentemente da ciò che ha, questo è vero amore.
Certo, i capelli, le qualità proprie della persona contano.
Come potrebbe essere altrimenti!
Ci sono due persone identiche, con gli stessi capelli, lo stesso colore della pelle e degli occhi, la stessa bocca, la stessa altezza, la stessa bellezza, due gemelli, insomma, eppure sono due persone diverse, due persone uniche, distinte, due destini autonomi.
Se entro in un negozio per comprare un libro, dalla pila scelgo una copia qualsiasi, una vale l’altra, non c’è una copia che racconti la storia in modo più autentico. Tutte le copie raccontano la medesima storia. Eppure, ogni copia è unica. Ogni copia ha un destino proprio. Una può finire nelle mani di un lettore maniaco, ed essere letta, riletta e sottolineata. Mentre l’altra può finire in uno scaffale dell’ikea, solo per far mostra di sé agli invitati di un cocktail party, come capita a molti fidanzati, scelti soltanto per essere sfoggiati nelle occasioni mondane. Anche i membri di una serie, di una produzione in serie, sono unici, e anche se nessuno è in grado di distinguere una copia dall’altra, resta che ogni copia è diversa dall’altra. Se non fossero uniche non ci sarebbe nemmeno la serie. Questo è evidente.
Tutto è calcolabile, è misurabile, è apprezzabile, è comparabile, è scambiabile. L’unicità, invece, non può essere barattata, non può essere computata, non può entrare in nessun calcolo, non può rientrare nell’ordine di ciò che possiamo calcolare, prevedere, misurare in anticipo, programmare, prefigurare, sognare, credere di poter abbracciare, come si abbraccia una causa, una terra promessa, il comunismo, il messianismo, il progresso, la felicità, la libertà, la gioia, la follia sconsiderata. L’unicità di una persona ci viene sbattuta in faccia, ce l’abbiamo davanti agli occhi, e non possiamo scansarla o non considerarla. Eppure rimane strutturalmente segreta.
Cosa vuol dire?
Vuol dire che non possiamo abbracciarla. Vuol dire che nessun abbraccio è in grado di contenere, di circoscrivere, di circondare, di far propria una persona. Possiamo sempre e solo cogliere, di volta in volta, un aspetto, possiamo accarezzare i capelli e il viso, toccare una mano, baciare la bocca, e tenderci fino allo spasimo, possiamo insistere e insistere, e andare fino in fondo, o ancora più giù, ma non arriveremo mai sino al punto di toccare la persona stessa.
L’amore è eterno – scrive Nancy. “Una volta che ha avuto inizio non ha più senso parlare di durata. Eterno significa ciò che è fuori dal tempo”.
Se non fosse così, se l’amore non fosse eterno, non sarebbe vero amore. Il vero amore deve essere  incondizionato, smisurato, incalcolabile, imprevedibile. Tutto ciò che è nel tempo, invece, è calcolabile, misurabile, è, appunto, a tempo, a termine, è condizionato, ha una scadenza.
“Non è che possiamo dire «Ti amo per tre mesi». Sarebbe quel genere di amore vacanziero che riempie le pagine delle riviste di gossip: quella robaccia che racconta dei vip e dei loro amori estivi e vi da consigli, ci si può trovare tutta una morale, un’etica, un’estetica per cui è normale andare in vacanza, uscire con un ragazzo o un ragazza, non dico tre mesi ma tre settimane, una settimana. Senza alcun impegno. Questo non è amore.”
Non è amore, non perché duri poco. Non è amore perché dura. L’amore non ha durata. Non si può stabilire una durata per l’amore. Questo non potere non deriva da una decisione, per così dire, morale. Non è che sarebbe immorale dire ad un ragazzo «Amiamoci per una settimana, ammucchiamoci dalla sera alla mattina, e poi, chi si è visto si è visto». Accoppiamenti di questo tipo sono sempre possibili. E va bene. Non c’è niente di male. «Amiamoci in due, in tre, ammucchiamoci tra maschi e maschi, ammucchiamoci tra femmine e femmine, ammucchiamoci misti, con trans, eccetera». Va bene. Non c’è niente di male. Ci sono persone attratte dalle cose più impensabili, e disposte a tutto per un briciolo di piace. E sia! Ma l’amore è diverso. E non si può amare per tre mesi o una settimana, perché è impossibile dire quando l’amore cominci. Ha certamente un inizio, ma è un inizio che sfugge ad ogni calcolo e ad ogni misura, ad ogni previsione. Da qui lo stupore e l’incredulità che coglie gli amanti e gli fa dire «Adesso, ma davvero proprio adesso sta capitando a me?».
Eterno non significa per sempre, eterno significa senza inizio né fine.
Di un ammucchio sappiamo tutto: inizio, durata e fine.
Ci si dispone all’amore. Ma nessuno ha il potere di farlo accadere. Si può attendere, e si deve sempre attendere, anche quando l’attesa sembra non finire mai. Poi l’amore viene da sé. Atteso, suscitato, chiamato, viene all’improvviso, anzitempo, in contrattempo.
Chi non ha il potere di far venire l’amore non ha neanche il potere per farlo cessare.
“Nell’amore – scrive Nancy – l’altro non diventa me, non si identifica con me, ma i due sono inseparabili, non possono fare a meno l’uno dell’altro come si dice, senza però essere uno solo, dato che per l’appunto sono due”.
L’altro non diventa me. Perché?
Perché ogni membro di una coppia è unico e irripetibile.
Ogni membro di una serie è irripetibile. Anche quando ogni membro è una copia esatta prodotta meccanicamente, come può essere un libro stampato, ogni copia è distinta nella serie, ed è unica. La copia del libro che ho scelto e comprato io è la mia, è questa, è qui. E l’altra che hai comprato tu è con te, è lì, e non è qui. Anche questo è evidente.
Nonostante le copie siano tutte uguali, ognuna di essa è unica.
È in virtù di questa unicità irripetibile che nell’amore si è sempre in due. Si è insieme, ma sempre separati, sempre distanti, sempre sul punto di perdersi.
Quando si dice che siamo come una persona sola, che ci intendiamo perfettamente, che siamo come due cuori e una capanna e compagnia bella, si vuol nascondere quel margine grazie al quale ognuno è unico e irripetibile.
Serrato nella propria unicità l’altro mostra sempre un lato opaco, impenetrabile, contorto, incomprensibile, inafferrabile, sfuggente, bizzarro, persino stizzoso.
Unico vuol dire anche non sovrapponibile, non identificabile, non afferrabile.
Uniti nell’amore non vuol dire insperabili. Ci si unisce perché si è separati, e si rimane uniti fintanto che si permane nella propria separatezza.
Uniti vuol dire che è accaduto qualcosa che mi ha segnato per sempre, che mi ha intaccato, che mi ha aperto il cuore. L’altro sarà sempre con me, anche oltre la sua morte, morirà solo con me.
Da qui il tema e la irrefrenabile pulsione all’omicidio-suicidio, e a quel disastro, a quell'abuso, a quella violenza che vorrebbe trovare nell’amore e nei segni incancellabili che lascia, se non il diritto, perlomeno l’autorizzazione, e talvolta anche la giustificazione, ad agire. Si allude qui a quella violenza estrema chiamata femminicidio.
“L’anno scorso – ricorda Nancy – è morto André Gorz. È morto con sua moglie, si sono suicidati entrambi, avevano deciso che si sarebbero uccisi quando sarebbero stati troppo malati, troppo vecchi, e così hanno fatto”.
Questi due anziani si amavano. Si sono amati sino alla fine. L’idea che la morte dell’uno potesse interrompere l’amore era insopportabile. Solo morendo contemporaneamente l’amore sarebbe davvero entrato nell’eternità.
Forse le cose non sono andate così, forse i due amanti hanno deciso di togliersi la vita per altre ragioni, perché erano vecchi, perché erano malati, eccetera. Per capire, forse, bisognerebbe leggere il libro che Gorz ha scritto prima di morire, dal titolo Lettera a D. Storia di un amore.
“Il sogno degli amanti in tutte le grandi leggende è di morire insieme, come Giulietta e Romeo. Capita molto spesso alle anziane coppie che hanno vissuto insieme tutta la vita, di provare il desiderio di morire insieme. È molto penoso per loro pensare che uno sopravviverà all’altra e dovrà proseguire da solo nella vita. L’idea di morire insieme vuol dire che la morte sarebbe forse l’unico modo di essere completamente insieme.”
Qui le cose diventano veramente complicate, e tentare una spiegazione è difficile.
Davvero uccidendo l’altro si mette a tacere l’amore?
E perché capita spesso che chi ha tolto la vita alla propria amante cerchi, a sua volta, di uccidersi?
Torniamo all’esempio del libro. Si dice che ci si innamora di certi libri. Li si legge più e più volte. Ma di cosa ci si innamora precisamente?
Ci si innamora del contenuto del libro.
È evidente.
Solo un feticista si innamora della carta, della colla e dell’inchiostro di cui i libro è composto.
Eppure senza carta, colla e inchiostro non ci sarebbe alcun contenuto. Anche questo è evidente. E non va per niente sottovalutato. I contenuti non possono transitare senza un supporto. Fosse solo un misero bit, un po’ di corrente e un grammo di silicio.
Anche l’amore (la persona) non può giungere a noi senza un corpo, un viso, una figura precisa e ben definita. Senza corpo non si dà amore. Da qui a credere che distruggendo il corpo si possa distruggere l’amore ce ne passa.
Il contenuto del libro non è uguale per tutti. È condizionato dall’esperienza puntuale che io faccio in quel momento, mentre tengo tra le mani le pagine, ed è condizionato da tutto il mondo che in quel momento mi accoglie. È per questa ragione che ogni lettura è diversa dall’altra, e che ogni persona fornisce una propria interpretazione.
Il contenuto del libro entra dentro di me. Fa parte di me. È mio. Inizio a usare le parole e le frasi che ho trovato nel libro. E non c’è modo di mettere a tacere i personaggi del libro che adesso sono in me e parlano dentro di me. Non li posso mettere a tacere neanche distruggendo il libro, bruciandolo. L’unico modo per mettere a tacere il libro è bruciare insieme ad esso. Bruciare insieme. Ecco l’unico modo di far finire tutto. Senonché il contenuto del libro si è ripetuto in altre persone, ha preso piede nelle menti e nei cuori di altre persone, e per farlo tacere definitivamente bisognerebbe mettere a morte tutti, incendiare il mondo intero in un grande falò.
Far finire l’amore non è per niente facile.

Share/Save