I fustigatori dei banchieri

Focus economia è una trasmissione condotta da Sebastiano Barisoni, va in onda tutti i giorni su radio24. Come altre due-tre trasmissioni, in onda nelle ore di maggior ascolto, si occupa di temi di stretta attualità. E lo fa con uno stile e un ardore e un lessico senza freni inibitori. Quando c’è da andare duro non si risparmiano parolacce e vaffanculo. A dire il vero, Barisoni, tra i conduttori di punta di radio24 (tra i quali spicca anche Cruciani) è il più compito, il più tranquillo, e tira in mezzo il cazzo giusto quando veramente si è rotto i coglioni.
Ultimamente ha preso di mira le banche. Anzi, i banchieri. E ci va giù duro. Soprattutto con due banche venete, colpevoli di non avere mantenuto le promesse, e di aver fatto perdere agli investitori (i soliti piccoli risparmiatori) un ammontare complessivo di circa 11 miliardi.
Nel caso della Popolare di Vicenza, gli azionisti hanno perso il 99 e passa percento del valore del capitale investito. Hanno perso tutto, insomma. Chi ha comprato a 40 euro, oggi si ritrova solo 10 centesimi.
Di chi è la colpa di questo disastro?
È ovvio. La colpa è dei banchieri, la colpa è dei consigli di amministrazione, dei revisori contabili, dei collegi sindacali, è dei professoroni universitari, chiamati a stimare gli asset delle banche.
Come mai nessuno si è accorto che queste banche non valevano 40, ma bensì 0,1?
Nessuno ha visto niente, sembra suggerire Barisoni, perché tutti erano, chi più chi meno, conniventi.
Conveniva a tutti nascondere le perdite, e far finta che le cose andassero a gonfie vele.
I presidenti delle due banche venete non si sa che fine abbiano fatto. Zonin pare si sia spostato all’estero. Ha ceduto le sue aziende vinicole ai figli e si è trasferito in Sudafrica - pare.
Comunque sia, Barisoni ci va giù duro, e non perde occasione per mandare affanculo banchieri e bancari colpevoli di aver ridotto alla fame migliaia e migliaia di investitori, di avere bruciato una montagna di risparmi e di avere rovinato il futuro di interi territori, un tempo fiore all’occhiello dell’economia italiana.
La banca è un intermediario. Raccoglie denaro e lo presta ad interesse. La differenza tra il prezzo di acquisto del denaro e il prezzo di vendita (sottratti i costi di gestione e le tasse) costituisce l’utile. Il guadagno è distribuito agli azionisti, che così sono remunerati per aver ceduto alla banca tutto o parte del loro gruzzolo.
La banca non mette sul mercato i soldi ricevuti degli azionisti. Nessuno nell’economia di oggi usa solo ed esclusivamente il capitale proprio. Tutti ricorrono al credito, persino le aziende che realizzano sistematicamente utili.
La banca mette sul mercato i soldi che si è prestata da terzi. Questi terzi sono i correntisti o altre banche. La lista dei soggetti che prestano soldi alle banche è lunga, e gli strumenti di raccolta sono molto variegati.
Sia come sia, la banca riceve questi soldi in prestito con la promessa di restituirli alla scadenza, magari maggiorati di un interesse.
A sua volta, la banca presta i soldi ad altri soggetti, i quali promettono di restituirli alla scadenza maggioranti di un interesse superiore a quello pagato ai cosiddetti risparmiatori. Un interesse di grande lunga superiore, a meno che non si sia amici del CEO, del presidente, o del direttore di filiale.
Le banche non possono prestare denaro a loro piacimento. Devono seguire delle regole rigide fissate da accordi internazionali. Ma tutto questo è noto da tempo. Soprattutto agli ascoltatori di radio24.
Ci sono banchieri che non seguono nemmeno queste regole. E prestano i soldi dei risparmiatori violando il limite di garanzia. Ma questa è un’altra storia. E l’abbiamo ascoltata fino alla noia.
L’elemento nuovo introdotto da Barisoni è questo. Se l’Italia fosse un paese come gli altri - e l’Italia non è un paese come gli altri - i banchieri farebbero i banchieri, i ladri farebbero i ladri, e i politici e i magistrati si limiterebbero ad indossare i loro parrucconi nelle occasioni di gran gala.
Se tutto va a catafascio, e il capitalismo nostrano stenta a misurarsi con il capitalismo d'oltralpe, o con il capitalismo asiatico, è perché il sistema è malato, è infestato di parassiti, di truffatori, di ladri, di incompetenti, di corruttori, di malversatori, di una imprenditorialità cialtrona e di rapina che non risparmia nemmeno il piccolo gruzzolo messo da parte dal vecchietto al fine di non pesare sui parenti nemmeno da morto.
Ebbene, se le cose stanno così, non c’è speranza di ripresa, siamo destinati a rimanere il fanalino di coda del mondo, con grande vergogna della poca gente per bene che si spacca la schiena e che paga anche per questi sciagurati concittadini.
È evidente che se si chiudessero nelle galere tutti i corruttori, i cialtroni, gli incapaci, i fannulloni, i delinquenti, i corrotti e i corruttori, i malversatori, i concussori, gli elusori, gli evasori, i legislatori della domenica, i giuristi inconcludenti, gli avvocati e i notai parassiti, i tassisti prezzolati, i medici amici degli amici, i direttori di ASL che non capiscono una mazza né di amministrazione aziendale né tanto meno di aziende sanitarie, i borsisti imparentati col rettore, i professori universitari affetti da anacolutismo cronico, se si eliminasse tutta la marmaglia che appesantisce e grava sul groppone della nazione il capitalismo italico filerebbe via verso record impensati, e supererebbe di gran lunga quello francese e quello tedesco.
Ultimamente mi è capitato di leggere sta filippica liberare persino sul manifesto.
Cosa c’è di sbagliato in questo predicozzo?
Niente.
Va da sé che il ladro deve essere arrestato e lo studente meritevole privilegiato, e che un mondo pieno zeppo di brave persone  è migliore di un mondo infestato di briganti.
Ma l’idea – se di idea si può parlare – che il mondo andrebbe a gonfie vele se tutti fossimo più buoni ignora persino le più elementari evidenze della scienza economica.
Prendiamo le banche. Le banche fanno credito, prestano denaro sulla fiducia. Anche nel migliore dei mondi possibili la fiducia può essere disattesa. La delusione, il non ritorno, la perdita, sono un presupposto a-priori della struttura della fiducia.
Non si dà fiducia senza interruzione.
Solo nella mente di Dio il credito e il debito sono uniti indissolubilmente.
L’interruzione è una fortuna. Altrimenti vivremmo in un mondo precompresso nei calcoli di una mente infinita e infallibile.
Se c’è errore, se c’è erranza, se c’è speranza, è perché c’è interruzione.
L’idea di questi nuovi sacerdoti del capitalismo, e tra essi sono da annoverare molti giornalisti benpensanti di sinistra e estrema sinistra, ai quali è apparsa in sonno la santa matrona del liberalismo, è che il capitalismo è eterno, che se non funzione come dovrebbe è per colpa di qualche parassita, di qualche incompetente, di qualche cialtrone, o di qualche mariuolo.
Il capitalismo, si dice, non ha niente che non va, è l’ultimo e il migliore dei sistemi possibili, e durerebbe in eterno solo se lo si lasciasse lavorare come dovrebbe, solo se si eliminassero tutti quei corpi estranei che ne impediscono il corretto funzionamento.
Se questa non è teologia pura poco ci manca.
La banca presta i soldi all’azienda, l’azienda produce automobili, le automobili non si vendono, l’azienda non può restituire i soldi, la banca fallisce. È tutto regolare. La banca presti i soldi al lavoratore, il lavoratore perde il lavoro e non può restituire i soldi.
Fino al 1887 il debitore insolvente finiva in carcere. Evidentemente non si era ben compresa la dinamica regolare del credito. Oggi, grazie a Dio, chi non paga i debiti non finisce in galera.
Anche l'imprenditore onesto può diventare vittima di una crisi di sovrapproduzione.
Caro Barisoni il capitalismo non è perfetto. Di più. Il capitalismo non è nemmeno un sistema imperfetto che tende alla perfezione. Il capitalismo è un sistema pieno zeppo di magagne, basterebbe un alito di vento per buttarlo giù, eppure resiste.
Molto schematicamente.
a) Si può far credito senza che vi sia alcun deposito effettivo. Un titolo il cui oggetto non sia impossibile ma solamente possibile può benissimo essere emesso senza che il suo oggetto reale (il suo referente) sia presente, il titolo diventa effettivo sia per chi lo emette sia per chi lo accetta. Affinché la promessa produca i suoi effetti non è necessario che il referente (il deposito) sia effettivo, è sufficiente che si presuma possibile. Se lo Stato (o la banca) emette e ci consegna una nota di credito, è sufficiente,  affinché il titolo produca il suo effetto, che io creda che a Fort Knox ci sia un deposito corrispondente di oro. Di più, il titolo produce i suoi effetti anche se so che a Fort Knox non c’è alcun deposito. Appartiene alla struttura stessa del titolo poter funzionare in assenza del suo referente. La nota di credito nasce proprio dall’esigenza di non portarsi dietro il referente (l’oro).
b) Il titolo deve poter funzionare anche in assenza dell’intenzione presente di chi lo ha emesso. Non avrebbe alcun senso emettere un titolo che non possa staccarsi dall’intenzione presente di chi lo ha emesso. Il titolo deve poter funzionare anche dopo una interruzione radicale con l’intenzione di chi lo ha emesso. Una banconota deve poter funzionare anche se chi ce l’ha consegnata è morto e non può più rispondere e garantire della sua emissione.
Il credito, la fiducia, si trasmette al titolo, che perciò diventa autonomo dal contesto che lo ha visto emergere. Questa interruzione non è un accidente, un errore, una deviazione, eccetera. È il modo ordinario di funzionamento del titolo di credito.
Se all’inizio della catena del valore il titolo nomina un deposito a Fort Knox, nel suo corso potenzialmente infinito può, di volta in volta, far segno ad altri depositi, ad altri titoli, a merci, a servizi, a patrimoni, a promesse, a pegni, a ipoteche, a valute estere, eccetera eccetera. Parlare di inizio della catena del valore è del tutto fuori luogo. Nonostante l’evidenza del metallo giallo, per diventare titolo il primo deposito deve già avere un valore, e questo valore non emerge da sé. In sé stesso l’oro non vale nulla. È il marchio, il conio, che ne determina il valore. Tutto ha inizio col marchio - non con chi marchia, come concludono troppo frettolosamente i detrattori delle banche centrali, o dell’euro.
L’intenzione di concedere credito deve diventare titolo. Il titolo, se vuol essere tale, deve poter andare in giro e scambiarsi con qualsiasi cosa, persino, dopo innumerevoli passaggi, con il revolver usato dall’assassino. A nessuno – tranne che a Barisoni – verrebbe in mente di mettere in croce il banchiere che all’inizio, se vi è inizio in queste cose, ha deciso di dar credito ad un tizio, che ha ceduto il titolo ad un terzo che lo ha usato per distruggere la vita ad un quarto.
c) Il titolo, se vuole funzionare come titolo, deve potersi staccare dal contesto che lo ha visto sorgere. Deve spezzare il cordone con l’intenzione cosiddetta originale e con la sua appartenenza ad un contesto rigido.
L’idea dei benpensanti è quella di una circolazione ristretta, controllata, di un circuito in cui tutto ciò che si stacca  - il negativo – ritorni alla base e ricostituisca l’unità, senza resto, senza perdite. Il titolo non può andarsene in giro da solo, avere grilli per la testa, iniziare a parlare, mettersi a testa in giù, eccetera.
Ciò non vuol dire che un titolo possa produrre effetti fuori da ogni contesto, al contrario. Il titolo può sempre essere innestato in un nuovo contesto. Non ha mai un centro di ancoraggio assoluto.
Il titolo viene emesso da una banca e rappresenta un mutuo ipotecario. Poi viene cartolarizzato e rappresenta una quota parte di un SPV (Special Purpose Vehicle), poi viene comprato da un risparmiatori e rappresenta un pezzettino della sua liquidazione. Questa duplicazione o duplicità del titolo, la sua polisemia, non è un’anomalia, è il suo modo regolare di funzionare. Un titolo che non potesse assumere valori diversi in contesti diversi non sarebbe un titolo. Un titolo che fosse legato strettamente alla sua fonte non sarebbe un titolo, e non lo sarebbe neanche se si volesse il suo ritorno (ROI) alla base per congiungersi col capitale originario.
La possibilità della perdita, della disseminazione, non sono anomalie causate dall’imperizia, dalla furbizia, dalla malafede, dalla cattiveria e via discorrendo. Il titolo può stare anche al posto della fuffa, può anche andare distrutto. È tutto regolare. Che il risparmio venga distrutto è possibile. Può accadere. Ciò non vuol dire che nessuno è responsabile. Vuol dire che non ci si può fare niente. Il capitale può distruggersi. Mettetevi l’anima in pace. È il suo funzionamento ordinario. Non è colpa del banchiere se il capitale si brucia. Anzi, è colpa del banchiere, ma solo perché siamo in Italia.
 
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