Senza lavoro e senza reddito

La proposta di un reddito di cittadinanza (basic income) nasce da un'idea di giustizia, sostenuta da una teoria economica solida.
Semplificando si può riassumere questa teoria in 5 punti:

1 – sproporzione smisurata tra lavoro vivo e lavoro morto;
2 – irrilevanza del lavoro come misura del valore;
3 – disgregazione del confine che separava il lavoro produttivo dal lavoro improduttivo;
4 – nascita della fabbrica diffusa;
5 – partecipazione generalizzata di tutta la collettività alla produzione della ricchezza.

Insomma, secondo questa teoria, partecipiamo alla produzione non solo quando siamo seduti ad una scrivania, o quando programmiamo un tornio a controllo numerico, ma vi partecipiamo anche quando assistiamo i genitori e i figli malati, quando piantiamo dei fiori nel giardino o esponiamo un vaso alla finestra, quando facciamo la spesa e usiamo la carta punti, e anche quando, come cantano i NoveNove, facim o sfaccimm.
Nonostante il quadro sia notevolmente mutato, si continua ad erogare un reddito (un salario o uno stipendio) solo a chi si ritiene partecipi direttamente alla produzione. Vengono retribuite solo quelle prestazioni che corrispondono ad una posizione tradizionale. Vengono pagate solo quelle prestazioni  alle quali corrisponde una costrizione.
Nessuno è felice di alzarsi la mattina, timbrare il cartellino, entrare in un gabbiotto e esigere il pagamento del pedaggio. Come nessuno è felice di timbrare il cartellino, sedersi alla cassa e ascoltare per otto ore il bip dello scanner. Se qualcuno lo fa, è perché è costretto dal bisogno, perché è pagato per stare lì. Se la sua prestazione non fosse remunerata, col cavolo che rimarrebbe inchiodato per otto ore al suo posto di lavoro!
Come in tutte le cose, anche qui ci sono delle eccezioni. Prendiamo i cantanti. Il cantante, l'artista, è felice di fare il suo lavoro. È contento. È grato al padreterno per essersi mostrato così generoso, e avergli offerto l'attività adatta a lui. L'artista non si alza ogni mattina alla stesa ora. Certe volte dorme fino a tardi, perché la sera prima ha fatto le ore piccole. E certe volte non dorme per niente, tormentato dall'angoscia o dal furore creativo. Non timbra il cartellino. La contro-prestazione che riceve (il caché) non è una paga vera e propria, non è una vera e propria contro-partita, è semplicemente la manifestazione palpabile che la sua persona vale qualcosa, che è apprezzata, che la sua opera è valutata e considerata come un bene irrinunciabile.
Da quando è venuta meno la distinzione tra lavoro produttivo e lavoro improduttivo, da quando la fabbrica tradizionale è diventata fabbrica diffusa e il valore viene estratto dall'intera società, anche la distinzione tra operaio/impiegato e uomo di mondo è venuta meno. Lo dimostra anche il fatto recente delle sempre più numerose petizioni firmate da cantanti, attori, registi e scrittori, con le quali si chiede allo Stato di intervenire per proteggere il settore con sovvenzioni e prebende. Anche il mondo dell'arte ha conosciuto la disoccupazione, e anche l'artista ha diritto al reddito garantito.
In un mondo dominato dal lavoro sociale diffuso parlare di disoccupazione è inappropriato. La coppia occupato/disoccupato fotografa una relazione tra forze produttive e rapporti di produzione che risale ad un'epoca antecedente l'avvento della fabbrica diffusa.
Nella fabbrica diffusa non ci sono, da una parte, i lavoratori salariati e gli impiegati che timbrano il cartellino, e dall'altra, i cantanti che, quando gli tira, creano, e quando non gli tira sono depressi, e si drogano. Non ci sono da un lato gli operai/impiegati che, per essere produttivi e all'altezza dei colleghi rumeni, si sfiancano di straordinari, e dall'altro i disoccupati che, per non essere da meno degli artisti, non timbrano il cartellino, e si aggirano per le città e per le campagna, raccogliendo i lavori più scarsi e oscuri.
Nella fabbrica diffusa, sia che timbri il cartellino, sia che non lo timbri, sia che produci in proprio, che hai una partita iva, che partecipi alla fase creativa della produzione, come avviene  nel regime a qualità totale, sia che ti produci in una performance estemporanea, sei un addetto, un operatore, un nodo nella rete della macchina produttiva, sei un anello della catena, e congiungi un attimo all'altro, e produci quello che ci appare come il presente stresso della nostra quotidianità.
Tutto ciò stando alla teoria economica che sostiene la proposta del reddito di cittadinanza.
Le forze produttive si sono emancipate, mentre i rapporti di produzione sono ancora legati ad uno schema tradizionale. Dunque, a ricevere un reddito per le loro prestazioni sono solo quegli operatori che occupano posizioni tradizionali. Ad essere remunerata per la propria opera è la maestra della scuola materna quando custodisce i nostri figli. Non lo sono i nonni quando, più o meno volontariamente, svolgono lo stesso lavoro. I giornalisti del fatto quotidiano sono remunerati, anche quando sparano panzane dai loro blog. Io che raccolgo dati dispersi e li analizzo nel mio sito, non sono pagato, anche se il mio lavoro contribuisce a far funzionare un sistema industriale chiamato Google. E anche quando trovo un bug in Facebook, e lo segnalo ai programmatori, eccetera eccetera, non sono pagato. Mentre un pirata informatico che testa la sicurezza di un sistema è pagato regolarmente. Chi fa la televisione è pagato, ma io, cantano sempre i NoveNove, perché la devo guardare a gratìs?
Per queste e altre ragioni l'introduzione di un reddito universale di cittadinanza è vista come un atto di giustizia sociale. Poiché ognuno contribuisce alla produzione della ricchezza sociale, ognuno ha diritto a ricevere una remunerazione. E poiché questa partecipazione non è misurabile, perché nel frattempo anche i crateri di misurazione sono stati alterati o sono, addirittura, venuti meno, ad ogni cittadino deve essere riconosciuta una misura identica di reddito.
Sul piano pratico la proposta del reddito universale di cittadinanza va incontro a diverse obiezioni.
A parte la spinosa questione di definire chi è, e chi non è, cittadino, gli economisti mainstream sostengono che il reddito di Cittadinanza eroderebbe le fondamenta del mercato. Se la percezione del reddito è svincolata da un controprestazione (da un lavoro) chi garantisce che il reddito percepito sotto forma di salario garantito possa essere speso in ciò che si desidera?
Se il cittadino, una volta percepito il reddito, si sente libero di dedicare le sue energie a ciò che più gli piace, chi garantisce che il treno che verrei prendere per andare da Roma a Milano si trovi all'orario prefissato sul binario, e che il bar dove voglio fare colazione sia aperto, e che la metropolitana mi conduca alla stazione?
Secondo i sostenitori del reddito di cittadinanza, i cittadini, una volta percepito il reddito, non rimarranno con le mani in mano.
Si può partecipare alla produzione sociale in modi diversi, anche senza la mediazione della merce.
I sostenitori del reddito di cittadinanza più avveduti (Derive Approdi, Basic Incom, 1994), rifuggono dai problemi sollevati dalla proposta di un reddito monetario universale, ripiegando verso forme più ristrette di basic income.
Lo Stato non dovrebbe erogare denaro, ma una serie di servizi - iscrizione gratuita all'università, buoni pasto, tessere del cinema, case popolari, eccetera. Il reddito - argomentano i Reddito Garantisti - non finirebbe nelle mani di persone, per così dire, nulla facenti, ma in quelle di impiegati dello Stato.
Per questa via si tornerebbe – ribattono gli economisti mainstream – allo Stato assistenziale pre-anni Ottanta. Mentre alcuni continuerebbero a svolgere il lavoro necessario, altri sarebbero impiegati in servizi socialmente utili, o addirittura inutili. E a godere della redistribuzione del tempo (e del reddito) in eccesso sarebbero soprattutto i secondi, mentre i primi ne beneficerebbero solo di riflesso.
Secondo i sostenitori del reddito di cittadinanza questi problemi si supererebbero in un tipo di società dove a mediare la produzione e la distribuzione della ricchezza non sono più il mercato, il denaro e lo Stato, ma una forma diversa di socialità – per esempio il comunismo.
Le obiezioni più forti alla proposta del reddito universale di cittadinanza sono di tipo teorico. E hanno una valenza più allargata, più stringente, più cogente.
Secondo la teoria avversa al reddito di cittadinanza la domanda non può transitare senza fissarsi nella cosa, per esempio nel pane o nella pecora, nel tabacco o nel bit.
In più, nel prodotto offerto, se è offerto, vi è sempre, preventivamente, la marca della domanda. La marca è il riferimento all'altro nel medesimo, e fa delle cose prodotte il luogo del valore e della valorizzazione.
Non appena c'è valorizzazione, c'è reificazione, c'è denaro (materiale o immateriale).
Là dove il denaro circola, staccato dall'intenzione che lo ha prodotto, vi è disseminazione, tesaurizzazione, risparmio, investimento (produttivo e improduttivo), appropriazione, ex-propriazione, accumulazione, perdita, distruzione, crisi, disoccupazione.
Nulla garantisce che il denaro in circolazione giunga a destinazione, e colleghi la domanda con l'offerta.
Il reddito garantito non risolve il problema della crisi e della disoccupazione. Nemmeno in una società comunista. Nemmeno in una società senza denaro, senza banche, senza titoli, senza mercato.  Se produco una maglia con l'intenzione di scambiarla con una scarpa, la maglia diventa un segno. Fa segno alla scarpa. È una scarpa. Vale quanto una scarpa. Nessuno garantisce che la maglia si scambi con una scarpa. Una miriade incalcolabile di eventi possono impedire lo scambio, impedire alla maglia di arrivare a destinazione. Compreso il caso che io voglia tenerla per me, e non scambiarla più.
In ogni caso il produttore della scarpa rimarrà disoccupato. Dovrà contabilizzare un'eccedenza. Dovrà distruggere un valore, dovrà distruggere capitale. Così come avviene in ogni crisi. E siamo solo al baratto. Pensate alla miriade di incroci possibili in una società dove circola la somma complessiva di un reddito universale di cittadinanza. Pensate a quanti scambi mancati, a quante micro-crisi, a quante ritenzioni, ritiri, disseminazioni, eccetera sono possibili in un mondo dove una maglia sta al posto di una scarpa, che sta al posto di uno zaino, che sta al posto di una penna, che sta al posto di una pera, eccetera eccetera.
Ciò non toglie che la disoccupazione, un fenomeno che ancora oggi ci ostiniamo a chiamare con un termine obsoleto, è odiosa. E che è insopportabile che ci siano persone che si danno da fare, che sono qui, in mezzo a noi, e che privi di reddito, si aggirano come dei disperati, come dei perdenti. Ed è altrettanto insopportabile che ci siano persone, e sono tante, costrette a sfiancarsi di straordinari, a morire di super-lavoro.
Il reddito di cittadinanza è una trovata imperfetta, non risolve tutti i problemi, forse la riduzione generalizzata dell'orario di lavoro, in questo frangente storico, potrebbe essere una misura più gestibile. Ma in ogni caso, interrompendo l'attesa di una soluzione congrua definitiva, bisogna fare qualcosa. Anche un reddito garantito di base più andare bene.

 

fonte immagine e diritti wikipedia

https://it.wikipedia.org/wiki/'O_Zul%C3%B9#/media/File:%27o_Zul%C3%B9_2.JPG

 

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