Danilo Masotti, facci ridere ancora.

Danilo Masotti è un profilo facebook. È energia pura, sprigionata da un terminale remoto, elaborata da un server-robot, e riprodotta da un altro terminale, il mio. L'energia non se ne va in giro da sola. Ha sempre bisogno di un ospite che la faccia diventare vera. L'ospite, in questo caso, è fatto di plastica, silicio e cristalli liquidi.
È questa ferraglia che ogni tanto mi parla e racconta le prese di posizione di Danilo Masotti.
Danilo Masotti non elabora un pensiero originale. D'altronde, dopo Nietzsche, Deleuze, dopo il formalismo, lo strutturalismo e compagnia bella, parlare di origine è diventato un vero tabù. Non c'è inizio, non c'è origine.
L'inizio delle cose, se è ancora lecito usare questa parola, è sempre rinviato, e non è rinviato nel tempo, ma è rinviato nello spazio, presso un'altra sede, la quale, temporaneamente (qui si affaccia il tempo, ma sempre inteso come temporeggiamento), rappresenta  il contraltare, il controsenso, il senso opposto, dove il presunto inizio pare possa avere origine. Senonché, anche questo secondo punto rimanda ad un terzo punto, e così via, all'infinito, in una catena significante che leva il gusto della ricerca e del punto fisso. E il tutto avviene in un orizzonte deleziano dove sono possibili solo prese di posizione.
Non è il post-moderno. Ma ci siamo vicini.
Come si prende posizione? Si punta un nodo qualsiasi della rete, e si interagisce.
Purtroppo non funziona così. Nella rete non si è liberi di scegliere.
La parola libertà va solo menzionata (in un discorso orale, facendo segno con indice e medio di entrambe le mani), nello scritto, con virgolette (mai con apici, che possono ledere alcuni interpreti di codice html).
Libertà (senza virgolette) è tabù.
Come parlare di libertà, di sovranità, e di altre amenità simili in un quadro sincronico, dove ogni gesto e ogni parola sono sempre sintomatiche, sono sempre seconde rispetto a qualcosa che arretra e non si lascia prendere nel gioco delle differenze?
Ecco, gioco è la parola giusta.
Parola immune (per adesso) alle guerre semantiche, e che nel dibattito funziona (o ha funzionato) come l'incesto nella ricerca di Lévi-Strauss sulla parentela.
Tutta sta tiritera per dire che Danilo Masotti non prende posizione in modo casuale. Fugge, per non essere irretito. Fugge da quell'ordine strutturale che si era costruito spaccandosi la schiena sui testi di Nietzsche e di Deleuze, e che adesso lo sopravanza e aspetta nascosto dietro l'angolo con la sua faccia da perbenista.
Masotti sta attaccato dalla mattina alla sera al computer e al telefono per confutare le posizioni del perbenista. Confutare qui non significa prendere un testo, con un inizio e una fine (un libro, per esempio, o un articolo, un saggio, un pamphlet, un trattato, persino un romanzo, o una novella, un epub, un mobi, il testo di una conferenza, di una prolusione), e mostrarne l'infondatezza.
Libro è tabù.
Non ci sono libri. Non ci sono margini. Ogni opera (film, libro, musica, eccetera) sconfina in qualcos'altro. La filosofia sconfina nel romanzo, il romanzo nella cronaca, il saggio nella satira, il quaderno nel videogame, la rivista nel sito web.
Il libro stesso cede al cosiddetto testo, ad una scrittura senza capo né coda. Sino al punto che anche parlare di fonte diventa irrilevante, quasi impossibile. Non si tratta solo dell'ipertesto, della miriade di link che aboliscono (depotenziano) i margini di quello che appariva contenuto entro i limiti di una copertina, di un frontespizio, di una rilegatura, di un nome di autore.
Un profilo facebook va altre. Abolisce la possibilità di un pensiero lungo. Abolisce quella che un tempo era la prerogativa della scrittura, l'elaborazione di un pensiero un tantino complicato, rimettendo tutto alle tecniche del discorso orale. Facebook fa retrocedere le tecniche del ragionamento all'oralità.
Facebook ci costringe ad affidarci alla memoria personale.
L'altro giorno Danilo Masotti ha preso posizione contro i professori dell'accademia della crusca che, in un impeto di perbenismo, condito di sano multiculturalismo e postmodernismo della domenica, hanno piegato la grammatica e il vocabolario per farvi entrare gli errori di ortografia di un povero bambino (di uno sfigato, direbbe Masotti).
Non è vero che non esistono margini, scrive Masotti. Se procediamo per questa strada il vocabolario non servirà più a niente. Se potrà accogliere tutto, allora non accoglierà più nulla.
Per dire questa cosa semplice, un po' retrò, un po' conservatrice, per dire che l'accoglienza indiscriminata distrugge l'idea stessa di ordine, distrugge la possibilità stessa dell'accoglienza; per dire che il gesto che cerca di includere tutti, cancella, allo stesso tempo, la differenza tra dentro e fuori, quella stessa differenza che ha permesso la nascita del desiderio di essere inclusi; per dire tutto ciò Danilo Masotti deve anche fare ridere.
Se non fai ridere (si legge sul profilo Beba Gabanelli) le donne non ti filano. E non c'è bisogno di una ricerca dell'Università del Wisconsin per validarlo scientificamente. Noi donne  - scrive sempre Beba Gabanelli -, lo sappiamo da mo!
È per fare ridere le donne che Danilo Masotti conclude il suo post dicendo che se le cose stanno così, se nello scaduto post-moderno italiano ogni cosa è possibile, allora lui se ne va a puttane. Va a mignotte.
Di chi dovrebbero ridere le donne?
Dovrebbero ridere di quegli sfigati accademici della crusca che fino all'altro ieri chiamavano le mignotte signorine. E le chiamavano così per non offendere le donne, le donne che, loro malgrado, erano costrette, anche sotto tortura, a vendere il proprio corpo ad altrettanti mariti annoiati dalla copula domestica. Facendo ciò, censurando la parola mignotta, gli accademici della crusca  nascondevano anche questa cruda realtà, la cruda realtà alla quale Danilo Masitti si concede, ma solo per far ridere le donne.
Non è tutto uguale. Gli uomini sono uomini, e, come scrive il profilo Riccardo Paccosi, in mezzo alle gambe hanno lo spadino, e le donne hanno la fodera. Lo spadino si infila nella fodera, e poi nascono i figli. Non è tutto uguale, non è come scrivono gli LGBT sui loro profili.
Questi pensieri Riccard Paccosi li ha postati qualche settimana fa. E li cito a memoria, come d'altronde anche i post di Masotti e di Beba Gabanelli, perché non sono riuscito a rintracciarli. In facebook le cose non si trovavo. Dopo un giorno (o anche meno) finiscono seppellite da altre cose, da commenti, da mi piace, non mi piace, da link, da commenti con link e video o audio o citazioni incorporate di siti con tanto di immagini di donne accattivanti che paioni mignotte, ma poi non lo sono. Ci si deve affidare alla memoria, e con la memoria non si va molto lontano, si possono dominare argomentazioni di una mezza paginetta. Si possono fare ragionamenti brevi, magari infarciti di una valanga di allusioni, e conditi con un pizzico di ironia, giusto per far ridere le donne, perché alle signorine (e ai papponi) non gliene fotte una mazza di ridere, vogliono i dané, e ti scopano pure se hai la faccia di Danilo Masotti, ma solo se porti i dané.

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