Il Buy Back di ENI. Ti presto 6 miliardi, tu me ne restituisci 2

L'Italia ha un debito pubblico alto, e rischia anche di sforare la soglia del 3% del deficit. Sia il debito pubblico, sia il deficit, sono rapportati al PIL. Un modo per farli apparire più piccoli è far crescere il PIL. Ma il PIL non cresce, anzi, diminuisce, perché diminuiscono i suoi componenti, cioè i consumi e gli investimenti.
Con gli 80 euro Renzi ha provato ad intervenire sui consumi, ma i risultati non si sono visti. Non solo perché gli 80 euro sono stati assorbiti da altri tributi, ma soprattutto perché è dagli anni Ottanta che il moltiplicatore non agisce più, lo dimostra anche l'aumento, registrato in questi giorni,  dei depositi bancari. I consumi, addirittura, sono ulteriormente calati. E la battaglia è finita prima di incominciare.
In questi giorni Renzi ha iniziato un tour per le aziende italiane. Si sta concentrando sugli investimenti.
Per attrarre investimenti, soprattutto stranieri, dice Taddei, il responsabile economico PD, e un oracolo per Renzi, bisogna eliminare tutti gli ostacoli che impediscono al Venture Capital di affluire in Italia. Questi impedimenti sono i soliti: un mercato del lavoro rigido e una burocrazia farraginosa. Insomma, continua Taddei, bisogna agire selettivamente, ed eliminare (licenziare) un po' di burocrati fannulloni, e eliminare (abrogare) il diritto del lavoro.
Accanto a questo piano, una minestra riscaldata che i vari governi propinano sin dai primi anni novanta, se non addirittura dai primi anni ottanta, ne esiste un altro più concreto, con il quale si vuole agire sull'altro membro del rapporto Debito/PIL.
Siccome non c'è verso di far aumentare il PIL, si prova a far diminuire il debito.
Stando a Renzi/Taddei il risultato si otterrebbe vendendo un pezzo del patrimonio pubblico.
Il piano originario di dismissioni contemplava la vendita di importanti asset pubblici, aziende che vanno bene e macinano utili, come ENI, Enel, Poste, STMicroelectronics, Enav, Fincantieri.
Dalla collocazione di Poste, Enav e Fincantieri si prevedeva di incassare tra i 5 e 6 miliardi. Ma l'operazione è stata bloccata dopo l'insuccesso dell'Ipo di Fincantieri.
Il caso Fincantieri è emblematico sia di come la fiducia nel Venture Capital è mal riposta, sia della confusione che regna sotto il cielo.
Gli investitori istituzionali (i capitali di rischio) hanno presentato richieste per circa 177,74 milioni di titoli, in rapporto a un massimo di 563,2 milioni di titoli offerti inizialmente, raggiungendo un misero rapporto di copertura di 0,32.
Evidentemente il Venture Capital non ama il rischio. Non ama investire. Perché è alla ricerca di quelle occasioni sicure, come l'acquisto di titoli del debito sovrano, o il lancio e la quotazione di StartUp che, una volta vendute e incassato il guadagno, non sono in grado di generare valore e ricchezza.
Se non fosse stato per i piccoli risparmiatori italiani, i quali hanno richiesto circa 400,74 milioni di azioni, su un’offerta iniziale di minime 140,78 milioni di titoli, con un rapporto di copertura di 2,85, l'IPO sarebbe stata un disastro ancora peggiore.
Il Venture Capital, nonostante le offerte di Renzi/Taddei, non è interessato agli investimenti. È  interessato soltanto alla rendita. È  interessato ad estrarre valore da quelle situazioni e da quelle aziende che, per conto proprio, sono in grado da sole di generare ricchezza.
Il caso ENI, il caso della collocazione di una parte delle azioni dell'ENI, è emblematico di questa situazione, e della confusione generale.
Nel caso di ENI il Venture Capitalist è lo Stato. Spetta allo Stato decidere se investire o meno nella ricerca e  nello sviluppo, per esempio nella ricerca sulle energie verdi, nello sviluppo di un settore in forte espansione. Ma lo Stato si limita a finanziare l'installazione di pannelli solari e pale eoliche importate dall'estero, e non pensa minimamente a mettere in rete le aziende italiane che già operano nel settore e delle quali è il maggiore azionista, per esempio STMmicroelectronics, Finmeccanica, Eni, Enel, non pensa minimamente a creare un distretto industriale del verde.
Le obiezioni alla costruzione di un distretto del verde sono le solite. Lo Stato non deve intervenire in economia, perché tutto quello che fa lo fa male, e in perdita.
Non c'è bisogno di dire che questa obiezione è smentita dai fatti. Gli unici giganti dell'industria che in Italia vanno bene e macinano successi sono aziende a partecipazione statale.
Secondo un'altra obiezione non si può investire perché non ci sono soldi. Anche questa obiezione è falsa.
Prendiamo il caso Eni. Il  10 maggio 2014 l'Assemblea dell'azienda ha deliberato un piano di Buy Back (riacquisto di proprie azioni) per un importo massimo di 6 miliardi di euro. Il piano è stato affidato ad una banca d'affari e dovrà essere portato a termine entro 18 mesi.
Perché l'ENI ha deciso di cedere al mercato un volume così ingente di soldi liquidi che tiene in cassa, e non ha deciso invece di investire queste risorse in ricerca e sviluppo, per esempio nella costruzione di un distretto del verde?
Il motivo è presto detto.
Il piano è stato architettato dai contabili dello Stato e sorretto della teoria economica di Taddei/Renzi (e predecessori) e prevede quanto segue.
Con l'operazione di BuyBack l'Eni acquista dal mercato 363 milioni di azioni proprie, azioni che in seguito verranno cancellate, permettendo agli azionisti attuali di aumentare la loro quota di proprietà. In particolare il Mef (lo Stato) salirà al 33%, così da poter vendere un 3% circa delle sue azioni, senza scendere sotto la soglia di Opa. Dalla vendita incasserà 2 miliardi di euro.
Insomma, lo Stato si libera di 6 miliardi per incassarne 2.
Se questa non è contabilità stellare!
Ora, le cose sono due, 1) o non c'è alcuna possibilità di valorizzazione dei capitali perché il ruolo dell'impresa (di qualunque impresa) si è esaurito, e allora bisogna gettare la spugna; o 2) il governo ragiona come un Venture Capitalist e non gli interessa l'investimento di lungo periodo, non gli interessa creare un Distretto della Green Economy, non gli interessa rischiare, gli interessa soltanto entrare in possesso di una rendita sicura (2 miliardi) adesso!, oggi, costi quel che costi - (6 miliardi di mancati investimenti, di mancati posti di lavoro, di mancato aumento del PIL, di mancato benessere per la collettività).
 

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