La mossa di Renzi

Quando ero studente delle superiori, al quinto anno sono stato eletto rappresentante d'istituto insieme al mio carissimo amico Luigi. Un giorno il Preside ci chiamò, dicendoci che dovevamo andare classe per classe a leggere una nuova disposizione che proibiva a chi arrivava alla seconda ora di poter entrare nell'istituto a seguire le altre ore di lezione. Il mio istituto era un professionale industriale, passavamo ore e ore a limare pezzi di ferro, un lavoro noiosissimo, tanto che ne approfittavamo per discutere del mondo, delle radio libere o di cinema. Tornando alla proposta del Preside, noi rifiutammo di farlo, ma lui ci ricordò che eravamo dei delegati, che eravamo un'istituzione e, in quanto tale, non potevamo rifiutare di svolgere il nostro compito: il vecchio ci aveva incastrato. Ci toccò andare in giro per le classi facendo la paternale ai ragazzi e informando che il provvedimento sarebbe scattato dal giorno dopo. Effettivamente gli ingressi alla seconda ora erano tantissimi. Il problema scaturiva dal fatto che il nostro era un istituto di soli uomini e che era stato costruito a due chilometri dalle altre scuole. Una scuola per i poveri poteva essere costruita solo in campagna. Il bisogno di tutti quei ragazzi era di poter amoreggiare con le ragazze che studiavano negli altri istituti, ma vista la distanza arrivavano in ritardo. Ai poveri viene negato anche l'amore. La reazione dei nostri compagni nei nostri confronti fu pesante: ci accusarono di essere dei traditori, di esserci venduti ai padroni che ci avevano promesso un bel sessanta. Eravamo fregati, presi tra due fuochi: da una parte le istituzioni e dall'altra il "popolo". Usciti da scuola pensammo per un'intera giornata a una via di uscita; allora eravamo giovani e tra una risata e l'altra trovammo la soluzione. La mattina dopo ci presentammo in orario davanti alla scuola, tutti entrarono in perfetto orario guardandoci in cagnesco. Io e Luigi invece ci sedemmo lungo il viale della scuola: i bidelli ci fecero segno di entrare, e noi ci mettemmo a mangiare un bel panino; a quella età la fame non ha orario. Il preside osservò la scena, intuendo che l'avevamo fregato e ordinò ai bidelli di chiudere le porte. La notizia si sparse in pochi secondi per la scuola, le risate si sprecarono. Alla seconda ora entrammo e fummo portati alla presenza del preside, che con lo sguardo di chi era stato spiazzato ci disse che per quel giorno non potevamo entrare. Dal giorno dopo il provvedimento che proibiva agli studenti di entrare alla seconda fu dimenticato: io e Luigi eravamo riusciti a non venire meno al nostro ruolo di delegati, ma allo stesso tempo avevamo fermato il provvedimento. Lo avevamo fatto distinguendo il ruolo istituzionale da quello di semplici studenti. Ho raccontato questa storia per dire una piccola cosa: che la politica non è solo rispetto della legge oppure della parola data, ma è un gioco di fantasia dove gli interessi dei rappresentati coincidono con quelli dei rappresentati. Quindi non vi concentrate soltanto sulle regole e le parole (i contenuti) ma guardate principalmente i risultati. Perché quello che può sembrare un tradimento può essere un'altra cosa: una cosa che si chiama politica.
 
fonte immagine wikipedia
http://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/d/d4/IWW_anti-conscription...

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