Vi ricordate di John Hicks?

Vi ricordate di John Hicks, l'economista della flessibilità?
Come dimenticarlo!
È stato un neo-keynesiano, scopritore dei benefici della flessibilità.
Per questa scoperta gli hanno dato pure un premio nobel.
Oggi la flessibilità la conosciamo tutti. Ma ai tempi in cui Hicks ne decantava i benefici, nei primi anni Settanta, era una cosa nota a pochi.
Esaminando tabelle, statistiche e teoremi Hicks aveva scoperto che i salari e gli stipendi non scendevano neanche in presenta di una maggiore offerta di manodopera. Anche in presenza di una forte disoccupazione i salari rimanevano fissi ai livelli precedenti. È ciò contraddiceva ogni evidenza del modello neo-classico tradizionale dell'equilibrio generale.
La colpa di questa rigidità dei salari, manco a dirlo, era dei sindacati. Se fossero stati eliminati i sindacati, i salari si sarebbero comportati in modo conforme al modello dell'equilibrio generale, e sarebbero scesi quando l'offerta di manodopera fosse aumentata.
Ad essere errato non era il modello, erano i lavoratori – e i sindacati.
Negli anni Settanta il problema della rigidità dei salari era molto sentito. Le paghe dei lavoratori erano accusate di essere alla base di quel fenomeno chiamato stagflazione, ovvero l'aumento di inflazione in presenza di disoccupazione elevata.
Secondo il modello keynesiano standard l'aumento delle paghe dei lavoratori non avrebbe prodotto alcuna inflazione, perlomeno sino a quando non fosse stata raggiunta la piena occupazione.
Ma negli anni Settanta la disoccupazione aumentava insieme all'inflazione. Ed entrambe aumentavano per via della rigidità dei salari, o peggio, per la tendenza dei salari ad aumentare chiedendo un più che ragionevole adeguamento all'inflazione. E poiché ogni aumento generava nuova inflazione si innescava quel meccanismo noto come rincorsa prezzi-salari.
“Le cause di una tensione inflazionistica da aumenti salariali sono considerate – scriveva Hicks nel 1973 – di origine extra-economica e investono le organizzazioni sindacali, il corpo politico, l'opinione pubblica”.[J. Hicks, La crisi dell'economia keynesiana, Boringhieri 1975, p. 76]
Per combattere la rigidità e muoversi verso un sistema di flessibilità occorre agire contemporaneamente sui sindacati, sul corpo politico e sull'opinione pubblica. Nell'opera devono essere ingaggiati i giornali con la loro propaganda, gli attivisti politici che formano il corpo politico, e infine devono essere abbattuti i sindacati.
Quest'opera inizia negli anni Settanta e si conclude una quindicina di anni dopo, nei primi anni Novanta, quando si riesce ad ottenere un consenso generale sulla flessibilità. Quando cioè si riesce a convincere un'enclave di cosiddetti talebani, asserragliati nei partiti e nella FGCI, e in qualche giornale di partito, che la flessibilità è una garanzia per gli outsider. Negli anni Ottanta era stata la volta del PSI di Craxi – anche se certe avvisaglie si erano manifestate già con Berlinguer – poi è venuta la volta della FGCI (convertita da Dahrendorf), infine, negli anni zero del nuovo secolo, a capitolare sono stati i talebani della sinistra giovanile acculturata convinti dalla stampa che Gramsci e Che Guevara potevano essere sostituiti senza frizione con Bill Gates e Steve Jobs.
Tornando al tema, J.  Hicks scriveva che “la spinta salariale non è più alimentata dalla scarsezza di manodopera [come avveniva quando i lavoratori non si erano ancora sindacati]. Le retribuzioni aumentano, vi sia o no tale scarsezza, e ciò avviene in fasi di bassa congiuntura in misura pari, o quasi, a quella che caratterizza i momenti di boom. Ognuno si sente lasciato indietro rispetto agli altri. Gli elettrici ottengono un aumento e, di conseguenza, gli addetti al gas vogliono tener dietro” [86]
Perché quelli del gas vogliono un aumento? Per tener dietro agli elettrici. Ma se ognuno offre qualità diverse, perché deve pretendere un trattamento identico?
Perché ai lavoratori pare giusto così. “Gli economisti – scrive Hicks - si sono sforzati di dare definizioni di cosa sia giusto, ma io nutro seri dubbi che abbiano raggiunto lo scopo... Un assetto che soddisfi tutti i requisiti di equità è invero irrealizzabile e nessuno degli esistenti assetti sarà mai ritenuto giusto. Ciò è vero da sempre.”[79]
Eppure, si stupisce Hicks, negli ultimi 25 anni vige un sistema di rigidità ed equità che contraddice ogni principio e ogni evidenza teorica. Non solo i salari sono rigidi, ma tendono verso un medesimo valore, e lo fanno appellandosi a non meglio precisati principi di giustizia sociale.
“Come mai si è riusciti ad andare avanti così?” - chide Hicks.
“Perché – risponde – il sistema salariale non è mai stato sostanzialmente messo in discussione”[79].
Oggi che ci troviamo impantanati in un sistema di flessibilità abbiamo persino dimenticato cosa sia giusto.
Oggi, perlopiù, giusto vuol dire ricevere un compenso proporzionato al merito. Se il livello mediano del merito è 10, si dice che ricevere un compenso pari a 10 è giusto, se il livello sale a 12, è giusto un compenso di 12, se sale a 14, è giusto un compenso di 14. Ognuno deve ricevere per ciò che ha dato (prevalenza dell'offerta sulla domanda).
Pertanto, se ricevo un compenso di 18 avrò un quoziente meritocratico pari a 18, e se ricevo 40 volte di più di chi è posizionato nel livello mediano, significa che ho un quoziente di merito pari a 10x40=400. Una roba da far sembrare stupidi anche Einstein e Freud. Senza contare che ci sono geni, tipo Gates e Jobs, con un rapporto di 10x400, una roba da far impallidire lo stesso Padreterno.
Non c'è bisogno di dire che qualcosa, nella comune concezione della giustizia sociale, in questi anni di martellamento sulla flessibilità, è andata perduta.
La cosa triste è vedere qualche sfigato amico mio, forse addirittura più sfigato di me, convincere i sui vecchi genitori che è giusto ricevere un compenso in base al merito, o che i giovani sono meglio dei vecchi, o che chi parla inglese è meglio di chi parla il dialetto, e chi è fissato con il comunismo è meglio di chi se ne frega, che cambiare è meglio, che la concorrenza aumenta le opportunità, che ci sono i fannulloni e i nulla tenenti, che la casta si magna tutto, e che se le cose non vanno bene è perché ci sono i poteri occulti, tipo la trilateral o la bilderberg.
Ora, non voglio addentrarmi nei misteri della giustizia e del merito. Sia la giustizia, sia il merito, si manifestano nel tempo, sono eventi, e si inscrivono nella storia, lasciando tracce visibili a tutti. Ogni evento è incommensurabile, è unico. Ed è gusto che venga trattato per ciò che merita. Ma la sua unicità rimarrebbe un niente se non si ripetesse in tutti allo stesso modo.
Tradotto alla buona, in termini economici significa che tu, per il tuo merito, può aver diritto ad un compenso del valore 1.000, perché hai prodotto ricchezza per un pari importo. Ma avrai questi mille, solo quando io avrò in tasca 1.000 buoni di acquisto, donatimi sia che lo abbia meritato, sia a prescindere dal merito. E se non mi daranno i buoni di acquisto, con la scusa che ho lavorato ma non li ho meritati, a rimanere a bocca asciutta saremmo in due, io, il testone, e il genio di turno.
Questa è ragioneria.

fonte immagine e diritti wikipedia

http://upload.wikimedia.org/wikipedia/en/4/48/RandyForcesStan.jpg

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