Dare di più ai padri per far avere di più ai figli

Dare di più ai padri per far avere di più ai figli è il titolo dell'ultimo libro del professor Giovanni Mazzetti pubblicato da Asterios.
Si tratta di un libro di 324 pagine, quasi tutte dedicate alla confutazione di molti luoghi comuni in merito alla produttività del lavoro, al rapporto lavoratori attivi e pensionati, al baby boom, alla piramide generazionale, eccetera. Le confutazioni sono svolte con un linguaggio molto accessibile. Non bisogna avere particolari conoscenze per leggere il testo. E questo è un grande merito del professore. Tra l'altro uno degli obiettivi del libro è proprio la confutazione del senso comune che circonda i temi accennati sopra. Ciò che il professore si chiede è come certe idee possano essersi affermate e diffuse sino a diventare luoghi comuni sulla bocca di tutti, ripetute come se fossero verità di un'evidenza lampante, quando i dati disponibile, e talvolta facilmente consultabili, dimostrano tutto il contrario. Gran parte del merito del libro sta tutto qua.
Poi il professore ribadisce, sempre in modo chiaro e semplice, alcune idee già sostenute in lavori precedenti. Non guasta ricordarle qui.
La prima di queste idee riguarda la fine del ruolo propulsore dell'impresa nell'economia.
Secondo Mazzetti “lo straordinario sviluppo economico intervenuto nel Novecento ha svincolato la produzione della ricchezza dalla mera Quantità di lavoro erogata, facendola invece dipendere dalla sua produttività”[26].
L'aumento della produttività ha reso vano l'investimento produttivo, tale che ogni ulteriore unità di capitale investito in azienda non produce profitto. Anzi conduce ad una distruzione del capitale investito.
L'altra idea riguarda il futuro.
A pagina 165 scrive che “il capitale è un rapporto con il futuro”. E che questo rapporto non è preordinato. Non è mai detto che i soldi investiti facciano ritorno al suo possessore iniziale aumentati del profitto. A pagina 203 scrive quanto segue: “Che il denaro anticipato col credito privato riesca sempre a trovare la strada per trasformarsi necessariamente in valore è decisamente strampalata”.
Da queste premesse consegue che il futuro è aperto, ed è aperto in modo tale che i presenti non possono avanzare in esso se non a tentoni. Tutti i presenti, compreso il professor Mazzetti, del futuro non ne sanno più di altri.
Che fare allora? Procedere a tentativi ed errori? Si. Ma con un'avvertenza. Non c'è bisogno di ripetere gli errori del passato. L'errore, per esempio, di lasciare giacere inutilizzate le forze produttive disponibili. O soffrire la povertà nell'abbondanza.
Infine una critica. Perché il professore non prende in considerazione il fatto che la teoria dell'utilità marginale possa risolvere alcuni problemi della sua teoria generale della re-distribuzione del lavoro? Lo stesso Keynes scriveva che la teoria classica del valore non è in grado di spiegare la formazione dei prezzi, e che la teoria neoclassica dei prezzi non è in grado di spiegare la formazione del valore.
Allora?
Allora perché non provare con le due teorie insieme?

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