Se questa non è noia

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Secondo un'indagine del quotidiano francese Libération sono ancora in molti a confondere lavoro con forza-lavoro, e tanti quelli che chiedono la liberazione della forza-lavoro, la fine della forza-lavoro, la riduzione della forza-lavoro, eccetera.
Non è il caso in questa sede di dilungarsi sulla differenza tra i due termini, anche perché sulla materia esiste una bibliografia sterminata e alla portata di chiunque voglia approfondire la questione, e interpretazioni autenticate da scuole riconosciute da organismi regolarmente insediati e raggruppati in circoli nazionali e internazionali.
Per il lettore di lingua francese che non abbia voglia o tempo di recarsi in una biblioteca per consultare gli elenchi bibliografici, e sfogliare qualche polveroso volume, per un lettore di questo tipo, per uno che vuole la pappa pronta, è disponibile la voce di wikiberal.fr che recita così: “La force de travail désigne l’ensemble des facultés physiques et intellectuelles d’un homme, qu’il doit mettre en mouvement pour produire de la valeur, par son travail”.
A chi chiede la riduzione della forza-lavoro, ovvero la riduzione “des facultés physiques et intellectuelles d’un homme”, non può certo essere attribuita una volontà nichilista consapevole. Sarebbe troppo imputare questa volontà ad una persona affetta da pigrizia, un sentimento che, tra i sette peccati capitali, è forse il più odioso, tanto che Dante colloca questa categoria di anime dannate fuori di tutto, persino fuori dall'inferno.
Sia come sia, il pigro, nonostante la pigrizia, dato che una pigrizia totale è inammissibile, reclama la fine della forza lavoro. Sorvolando sulla palese assurdità dell'appello, non è difficile intuire cosa vi sia alla base di una tale richiesta. Vi è l'idea che il lavoro è alienazione.
Questa supposizione è confortata da fr.wikipedia.org, che in questa materia non è certamente una fonte canonica, ma che per un pigro latente come il sottoscritto, è più che sufficiente come fonte: “le travail (production) fournit par la force de travail vaut plus que cette dernière: la différence entre les deux correspond à la plu-value par laquelle le capitaliste génère un profit. Il s'agit d'une aliénation” (cfr. wikipedia.fr force de travaille).
Il s'agit d'un aliénation”: certo! Ma di cosa parliamo quando parliamo di alienazione? Nel linguaggio corrente per alienazione si intende l'atto con il quale si cede ad altri la proprietà di un bene. Nel caso della forza lavoro la cessione riguarda il lavoro.
D'accordo con la vox populi, il larousse.fr definisce l'alienazione come la “Transmission volontaire ou légale à autrui de la propriété d'un bien ou d'un droit.”
Di solito, quando un bene viene alienato, si riceve come controvalore un altro bene, o un titolo equivalente.
Come mai allora tanta acredine verso l'alienazione, considerata da alcuni una vera e propria sciagura? Perché non è raro il caso che il bene alienato sia di un valore superiore al bene ricevuto in cambio. E qui sta il segreto della differenza tra lavoro e forza-lavoro.
Chi chiede la fine della forza lavoro, invece di pretendere un giusto controvalore, evidentemente si appella ad una definizione diversa di aliénation.
Secondo il Centre National des Ressources Textuelles et Lexicales (CNRTL) vi è aliénation quando vi sono “troubles psychiques profonds privant un individu de ses facultés mentales” (http://www.cnrtl.fr/lexicographie/aliénation). Dunque, l'alienato è un pazzo.
Cosa si chiede allora con la fine della forza-lavoro? Si chiede forse la fine della pazzia?
No di sicuro.
Insieme alla fine dell'alienazione si chiede la fine della forza-lavoro. Perché è la forza-lavoro la fonte dell'aliénation, cioè della “privation de libertés, de droits humains essentiels éprouvée par une personne ou un groupe social sous la pression de facteurs permanents” (CNRTL, ib.).
I fattori permanenti di cui parla il CNTRL sono la ripetizione quotidiana degli stessi gesti, è alzarsi tutte le mattine con la sveglia, bere il solito caffè, prendere la metropolitana o il treno suburbano, recarsi a Varese o a Lodi, timbrare il cartellino, smistare gli stessi colli, timbrare, forare, ordinare, archiviare, pigiare, il tutto in trecento movimenti al giorno per 5 giorni la settimana per tutta la vita - o quasi.
Se questa non è noia.
Come se non bastasse, tutto questo dispendio di forza-lavoro – e qui appare giustificata una certa confusione tra lavoro e forza-lavoro, perché ciò che effettivamente cede alla noia mortale e si perde nella ripetizione di movimenti campionati e scientificamente adattati, è proprio la vita stessa, sono le “facultés physiques et intellectuelles d’un homme” - come se non bastasse, si diceva, questo spreco di forza vitale in operazioni ripetitive e mortificanti, standardizzate e burocratizzate, verificate e affinate da studiosi di discipline delle organizzazioni complesse, priva l'individuo di quell'élan vital necessario ad un uso genuino della forza, un uso conforme alle attività ricreative e di alto livello.
Queste sono argomentazioni evidenti. E se hanno portato al rifiuto della forza-lavoro (pardon! del lavoro), lo hanno fatto a ragion veduta. Nessuno deve sottostare all'alienazione, e accettare di sottoporsi a compiti ripetitivi e noiosi. L'alienazione non è nella natura delle cose. L'individuo veramente completo e in armonia con se stesso e con la storia universale, è un individuo libero di estrinsecare la sua natura come meglio crede, senza il dovere di sottostare ad una sfera di attività esclusiva, ma con il diritto di perfezionarsi in qualsiasi ramo, a suo piacimento, di occuparsi, insomma, di attività di alto livello.
Rimane da chiedersi chi eseguirà quei compiti di basso livello che richiedono operazioni ripetitive e noiose. E soprattutto, rimane da chiedersi, se veramente le attività di alto livello sono esenti da routine e subroutine, da ripetizioni, dalla noia mortale richiesta dall'applicazione e dalla dedizione continua ad un'attività, anche quando quest'attività non è presente nelle tipologie classificate dall'ISTAT. Perché altrimenti si convalida l'idea diffusa - e tipica del povero - che il ricco, la vita da ricchi, sia fantastica, alla Donald Trump. Che il personaggio di alto livello, non caca tutti i giorni, ma se lo fa, lo fa in un cesso d'oro massiccio, che Umberto Eco non si spacca la schiena sui codici miniati, o perde la vista sugli incunaboli, ma che le idee gli crescono nella mente per generazione spontanea.
A meno che non si voglia portare come teste Ligabue, il quale ha scritto su un blog di essere fortunato di fare un lavoro che gli piace.
Ora, i casi sono due. O Ligabue non lavora, perché lavoro vuol dire routine. Oppure Ligabue svolge un'attività di alto livello, caca nelle tazze d'oro massiccio, ogni mattina butta i calzini usati e ne indossa di nuovi, e quando la sera si addormenta, le muse, nel sonno, gli dettano le canzoni che lui prontamente la mattina trascrive con la penna stilografica regalatagli dal compianto Luciano Pavarotti.
Se questo non è lavoro, poco ci manca.
E poi dicono che tutti vogliono fare gli artisti.
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