Come rubare i gioielli di famiglia

In questi giorni si è fatto un gran parlare della vendita di alcuni asset strategici (pezzi da novanta) dell'industria italiana. Si tratta della Telecom e dell'Alitalia. Due aziende, a dire il vero, che non se la passavano bene.
Perché non se la passavano bene?
Per via del fatto che l'offerta nei due settori è strutturalmente superiore alla domanda. Tradotto terra terra, ci sono troppo ditte che offrono servizi telefonici, e ci sono troppe ditte che offrono voli a prezzi sempre più stracciati. C'è un'accesa concorrenza al ribasso. E ci sono scarsi spazi per introdurre servizi nuovi. Si vedano le compagnie aeree. Ci manca solo di far viaggiare i passeggeri in piedi o far volare gli aerei senza carburante (vedi ryanair), ma poi si è arrivati all'osso.
Cosa vuol dire tutto ciò in termini economici?
Vuol dire che il margine di profitto è basso o prossimo allo zero. Investire in questi settori, con l'obiettivo di staccare una cedola, non ha senso.
Come mai allora c'è qualcuno (nella fattispecie telefonica e air france) disposto a spendere dei soldi in questi settori?
Evidentemente questo qualcuno o è un fesso o ha intravisto interessi che oggi ai più non sono visibili.
Oppure c'è qualcos'altro?
Prima di rispondere sgombriamo il campo da alcune spiegazione in parte fuorvianti.
Si dice che lo Stato ha fatto male a non intervenire permettendo che questi gioielli passassero in mani straniere. Gli stranieri, si sa, non fanno certo gli interessi degli italiani. Se questi stranieri sono spagnoli o francesi, faranno gli interessi degli spagnoli e dei francesi.
Perché, viene da obiettare, Tronchetti Provera e Colaninno hanno fatto gli interessi degli italiani?
Una volta entrati in queste aziende non hanno preteso come prima cosa di licenziare una valanga di personale (buona parte del quale, nel caso Alitalia, è andata a ingrossare le file degli esodati) e di raccogliere le passività in cosiddette bad company, oppure comprare con soldi delle banche (cioè con i soldi nostri) e poi staccare anche delle cedole (caricando tutto sulle bollette), dimenticando di rimborsare il capitale preso in prestito, o scorporando qualche ramo e facendolo finire in certe compagnia di real estate per lucrare (in separata sede) in conto capitale (Pirelli RE)?
Siamo sicuri che i francesi o gli spagnoli sono peggiori?
Poi c'è la questione dell'Headquarter. Se la sede viene spostata in un altro posto, per esempio in Francia, decideranno tutto i francesi, e a loro beneficio. Se ci saranno degli eccessi di capacità produttiva (come in effetti ci sono) i primi a cadere saranno gli italiani. Anche questa spiegazione è solo in parte vera. Intanto, perché anche l'attuale Alitalia, in mano ai capitani coraggiosi nostrani, ha licenziato un sacco di brava gente italiana (che stimava super pagata) e ha iniziato a comprare servizi da un'azienda ungherese. E poi perché i francesi, investendo soldi francesi in Italia, sottraggono risorse alla Francia. I capitali affluiti in Italia, e che serviranno per garantire il funzionamento dell'azienda e che permetteranno a molti lavoratori italiani di portare lo stipendio a casa, saranno sottratti ad altrettanti lavoratori francesi. Se tanto mi da tanto, è l'Italia a guadagnarci. Ma anche questo ragionamento è fuorviante. Perché i capitali, oggi, non hanno nazione (o quasi), sono, tra gli elementi della produzione, quelli che si de-territorializzano (e ri-territorializzano) con più facilità. E non sarebbe strano scoprire che i francesi (i presunti francesi) stanno comprando aziende cosiddette italiane con soldi italiani (per esempio con i risparmi dei depositi di BNL BNP Paribas).
Come si vede, il tema italiano vs straniero è totalmente stravolto dalla tecnica moderna. Per esempio dalle borse valori e da internet. Già Carl Schmitt, oltre mezzo secolo fa, evidenziava come la tecnica tende a far sparire la distinzione tra amici e nemici. Questa lezione di scienza politica ce la siamo dimenticati? O la tiriamo fuori solo nelle discussioni al bar zeppe di citazioni, per far vedere che abbiamo una biblioteca da gente colta?
Torniamo alla questione. Come mai i presunti francesi investono capitali in settori cotti? In settori cioè che non generano profitti, o se li generano, sono prossimi allo zero (a meno che non siano generati con artifici contabili, o usufruendo di regimi di semi monopoli garantiti dallo Stato)?
Lo fanno per ridurre la concorrenza - certo. Per eliminare un avversario per incorporazione. Per fare economie di scala e tutto il resto. Ma lo fanno anche, e sempre più spesso, per guadagnare in conto capitale.
Vi ricordate il tempo in cui andava di moda pagare i CEO (AD) con le stock option? Una volta gli amministratori venivano pagati con una parte dei ricavi delle vendite (cedendo loro una parte dei profitti). Perché le aziende faceva profitti. Quando le aziende hanno smesso di fare profitti, il mondo dell'economia ha cominciato ad essere invaso da un eccesso di capitali. Questi capitali non potevano essere investi nella produzione, perché non avrebbero generato alcun guadagno. Anzi ne sarebbero usciti con delle perdite e con una relativa riduzione del capitale iniziale. È da questo momento che inizia una corsa al guadagno in conto capitale.
Come si genera un guadagno in conto capitale?
Compro un'azienda per 500 e la vendo per 700, con un guadagno in conto capitale (capital gain) di 200.
Negli ultimi 20 anni l'investimento nell'impresa, in molti settori, è consistito solo in questo. In finanza. I CEO, pagati con le stock option, si sono fatti in quattro per far aumentare il valore del capitale dell'azienda. Anche truccando i bilanci (Enron, Parmalat).
E anche i cittadini ci hanno preso gusto, comprando e vendendo azioni, come se il gioco fosse a somma positiva, come se alla fine ci dovessero guadagnare tutti. E invece il gioco è a somma zero, e si riduce nel trasferimento di denaro dalle tasche degli uni alle tasche di altri.
Questo gioco segue regole diverse da quelle meramente aziendalistiche.
Ci si guadagna anche a far andare male un'azienda. Per esempio gonfiando i bilanci dell'azienda che gestisco, giusto per far vedere che è florida. E poi la vendo a 10. Quando non è più nelle mie mani, svelo le magagne, o la nuova proprietà le scopre da sé, e il prezzo del capitale scende (le azioni si deprezzano). A questo punito le ricompro, per esempio a 8, con un giordano di 2. Anche questo è un guadagno in conto capitale. E la cosa bella è che posso fare tutto questo giocando allo scoperto, senza cioè nemmeno essere in possesso delle azioni.
La finanza!
Che bel gioco! Sembra che a perderci non ci sia nessuno. Poi scoppia la bolla e il fesso di turno si ritrova senza casa. Perché l'Euribor è andato alle stelle e lui non ce la fa a pagare la rata, o peggio, qualcuno  pare abbia ha truccato il Libor.
La cosa più bella di questi cosiddetti investimenti è che sui capital gain si pagano delle tasse bassissime. Sino all'altro ieri veramente una sciocchezza.
Per i lavoratori e i pensionati l'aliquota minima è il 23% (poi ci sono le detrazioni per lavoro e pensione, quindi si può scendere sino ad un 20%, e in casi di redditi veramente bassi arrivare anche a zero). Per il capital gain, fino al 2011, l'aliquota era del 12,5%. Veramente fantastico. Un'aliquota secca. Questi gudagni non si cumulavano ad ulteriori redditi facendo scattare aliquote più alte e determinando il passaggio in altre fasce di reddito (valide per le esenzioni dalle visite mediche o per l'accesso all'asilo nido e all'università).
Non è una bella cosa?
Poi nel 2011 il governo Monti ci ha messo una pezza, portando le aliquote al 20% (però scontando le minusvalenze nella misura del 65%).
Che dire! Il mondo è pieno di opportunità. Bisogna saperle cogliere.
fonte e diritto immagine:
immagine coperta da copyrigth
http://www.borsaitaliana.it/notizie/sotto-la-lente/dossier-titoli-scheda...

Share/Save