Bocchigliero al tempo delle battaglie filologiche

Non tutti hanno la fortuna di poter sfogliare il Bollettino di Filologia dei Calabresi all'Estero. L'associazione che promuove la pubblicazione ha sede a Berwyn, Illinois 60402 (U.S.A.). Il bollettino esce una sola volta all'anno. Con quella di quest'anno siamo all'edizione XL.
Il motivo di tanta rarità è perché il libretto è pubblicato esclusivamente in forma cartacea, ed è inviato per posta tradizionale solo a chi ne faccia richiesta scritta al presidente dell'Associazione Calabresi in America, Mister Renato Turano.
Il Bollettino, manco a dirlo, è scritto in calabrese. Nei quaranta anni di estenuanti dibattimenti, i cultori e studiosi del Circolo della Lingua Avita (CLA), non hanno raggiunto un accordo su una versione di lingua (o dialetto) standard o istituzionale. È per questa ragione che ognuno scrive, se così si può dire, nella lingua propria, o perlomeno, del paesino di origine.
Anche la scelta dell'alfabeto ha incontrato non poche difficoltà. Se all'inizio era parso normale adottare il latino dell'inglese ufficiale, quello del codice ASCII, in breve ci si è resi conto delle difficoltà e delle peripezie grafiche necessarie per rendere le sfumature fonetiche delle parlate neolatine dell'Europa mediterranea.
Dopo estenuanti, e a dir poco ridicoli, tentativi di composizione, tutti hanno applaudito la decisione del Presidente del CLA, Prof John Filippelli, di Westcester, Illinois, di passare definitivamente all'alfabeto ISO 88 59-3 delle Lingue Europee Sudoccidentali e Varie, noto come Latin 3.
Rimane l'odiosa questione della lingua (o dialetto) comune. E fintanto che il nodo non verrà sciolto si dovranno continuare a leggere gli articoli negli idiomi tipici di ogni provincia, comune, frazione, e addirittura quartiere.
Di recente, il Prof Gamelane Haurea, solo per aver espresso un velato purismo, sostenendo che Vallune è da preferire a Gallune, o che Varcu e de chiate ha una validità semantica sostenibile, mentre Vorculechiata è una “non accettabile distorsione diacronica della Parol” (e qui cita il linguista francofono De Saussure), solo per aver posto la questione è stato accusato di Tosco-centrismo.
Arrivati a questo punto non posso esimermi da una divagazione parentetica, e informare il lettore che le trascrizioni di Vallune, Gallune &cc. riproposte qui, non sono fedeli al 100% alle versioni originali riportate nel Bollettino di quest'anno a pagina 28, in un articolo a firma del Prof Gamelane Haurea, dal titolo La questione della lingua. La trascrizione non è perfetta, dicevo, perché il programma LibreOffice con il quale sto scrivendo, e che nel menu Inserisci comprende la voce Caratteri speciali, cliccando la quale si accede ad una finestra popup, la quale, a sua volta, permette di scegliere tra diverse versioni di alfabeti, quali latino base, latino 1, latino esteso A, latino esteso B, non riporta, la suddetta finestra, il link di accesso all'alfabeto Latino 3. Pertanto, il lettore calabrese che non abbia dimestichezza con il dialetto di Bocchigliero – ammesso e non concesso che di dialetto a Bocchigliero ve ne sia uno solo (e l'articolo del professore, implicitamente e malvolentieri, riconosce che ve ne sono più d'uno [uno corretto e uno sbagliato] anche se lo scopo dell'articolo è, “analizzando le aberrazioni empiriche che affettano la lingua” {o il dialetto}, dimostrare il contrario o, se volgiamo essere più onesti, “contrabbandare l'idea che di dialetto a Bocchigliero ve n'è solo uno”, cioè il suo – del professore.) - insomma, un lettore che non abbia dimestichezza con il Bocchiglierese, un lettore di Verzino per esempio, sarebbe contento se si traslitterassero queste parole mediante l'Alfabeto Fonetico Internazionale (IPA). Ma ahimè, il lettore di Verzino, dovrà restare deluso, non solo perché i glifi dell'IPA sono un tantino bizantini, ma anche perché il sottoscritto non si perita al compito. Un certo aiuto potrebbe essere fornito dal Dizionario Dialettale della Calabria, Longo, Ravenna 1977, scritto da Gerhard Rohlfs. Un dizionario pregevole, e per merito del quale il Professore di Berlino ha ricevuto la cittadinanza onoraria dei comuni di Bova (1966), Candidoni (1979), Tropea e Cosenza (1981) e, il 13 aprile 1981, la laurea honoris causa in Lettere dall'Università della Calabria, nonché, il 14 luglio del 2002, in occasione dei 110 anni dalla sua nascita, l'onore toponomastico dell'intitolazione di una piazza, antistante le scuole elementari, nel comune di Badolato.
Sia come sia, ne La questione della lingua, il Prof Gamelane non propone l'adozione di una lingua inventata pan-calabrese, con una sua morfologia, una sintassi, regole per la formazione delle parole, una fonetica normativa, e soprattutto una grammatica prescrittiva.
Quando, nell'introduzione al suo Vocabolario dialettale della Magna Sila, scrive che la glottologia delle lingue o dialetti minori moderni “ha storicizzato evenienze strutturali”, trasformando “evidenze sincroniche in verità diacroniche”, non vuole screditare la ricerca del Prof Alphonse Basthanzio, di Bloomingdale, Illinois.
Si consideri, per esempio, la diatriba sugli Ausiliari propriamente detti. Il Prof Basthanzio sostiene che l'uso dei verbi essere e avere (essere, avire), nella formazione di tempi composti con valore di passato, sia dovuta all'influenza extra-locale di idiomi gallo-italici, grecanici e bizantini. E porta come esempio questa frase: s'avie misu i cavuzi. Stando alle prescrizioni delle grammatiche correnti - argomenta il Prof Basthanzio – quest'uso sarebbe una ingiustificabile anomalia, un'errore grave. Perché per i “verbi riflessivi indiretti - sempre stando alle grammatiche correnti - si dovrebbe adoperare l'ausiliare essere”.
Invece, l'uso dell'ausiliare avere è giustificato da una prassi consolidata. E se il bocchiglierese avesse una letteratura vera e propria, ovvero un patrimonio di opere a stampa, non sarebbe difficile dimostrarne la ricorrenza.
A confutare questa tesi hanno provveduto gli autorevoli Prof Frank Filippelli di Willow Springs, Illinois, e Prof Nicol Mary Papparella di Willowbrook, Illinois. Secondo i due studiosi, scrittori a quattro mani dell'articolo Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua (o dialetto?), “l'uso circostanziato dell'ausiliare avere in costrutti con verbi riflessivi diretti, indiretti e reciproci, intransitivi personali, e simili”, trova nelle lettere classiche ampio riscontro, come testimoniato da Boccaccio, «s'avea messe alcune pietruzze in bocca»; Berni, «rotta s'hanno la piastra e la maglia»; Ariosto, «ove intorno abbarbicata s'abbia, cit. in Fornaciari 1881:159.
Questi esempi mostrano, “oltre ogni dubbio”, che l'uso improprio del verbo avere, “non ha alcuna attinenza con gli idiomi grecanici, gallo-italici e bizantini”, perché non è dimostrato o dimostrabile che essi abbiano avuto “alcuna influenza sul Berni, sull'Ariosto, e meno che mai sul Boccaccio”.
Da queste evidenze filologiche si può concludere che l'uso dell'ausiliare avere ha una giustificazione eminentemente grammaticale. E dunque, che sono le grammatiche il vero fondamento delle lingue storiche o dialetti.
Senza grammatica, affermano convinti i due Prof, non vi sarebbero lingue, e tutti i parlanti sarebbero autorizzati ad esprimersi in un proprio idioletto, trascinando le discussioni verso una catastrofica babele.
Per chiudere questa rassegna non rimane che riportare la tesi conclusiva scritta dal decano del Circolo della Lingua Avita, il Prof Paschal Mary Greco. Non vi è alcun motivo – scrive il Frof - per screditare le grammatiche. Senza grammatiche non vi sarebbero le lingue (e i dialetti). Senza di esse non vi sarebbe una regola comune, e senza una regola comune non vi sarebbe alcuna comunità di parlanti. Va da sé, continua il Prof, che “senza una base normativa accettata, la locuzione sarebbe impossibile”.
Rimane aperto il paradosso di come sia possibile “comporre una grammatica prima che le regole grammaticali siano definite”. O questa grammatica sarà sgrammaticata, oppure la lingua nella quale sarà composta “avrà avuto già una sua grammaticità primitiva e pre-linguistica”.
Qui non è il caso di abbandonarsi alla metafisica o alla trascendenza, o dimenarsi nelle aporie dell'uovo e della gallina, e a tutti quelli che si appellano alla grammatica come ad un testo sacro, o che si affidano alla tradizione e alla filologia, o alle memorie di Don Peppino de Lillo, si può rispondere che si parla come si mangia, e con tutto rispetto, ruttargli in faccia.

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