Menger e Nietzsche

 

Nella nota numero 11 di Geld (Denaro), pubblicato nel 1909, Carl Menger dice che il termine tedesco e olandese Geld (sostantivo verbale di Gelten = pagare, offrire un dono in cambio, o corrispondere un indennizzo) significa originariamente prestazione, remunerazione di qualsiasi tipo.
In gotico - continua Menger – Gild significa imposta, interesse, tributo, e in inglese antico Gilt è uguale a risarcimento, sacrificio. In nordico antico Gjald è uguale a pagamento, tributo.
Il significato originario del termine Geld - continua la nota - riferito all’economia naturale (equivalente a «prestazione», anche nel senso generale di venire incontro a una preghiera, contribuire) è trapassato in quello moderno riferito all’economia monetaria, dove Geld significa prestazione in denaro.
Il denaro, perlomeno per gli antichi tedeschi e olandesi (ma io non escluderei dal conto alcuni discendenti nostri contemporanei) significa pagamento di un’imposta, di un tributo, di una prestazione, significa venire incontro ad una preghiera, la preghiera di contribuire alle casse dell’ente riscossore con un sacrificio consistente e adeguato.
Nella nota successiva, quando si tratta di confutare la teoria di una moneta fondata sulla fede di chi accetta lo strumento di scambio al posto della cosa, Menger dimentica quasi completamente queste considerazioni etimologiche.
Gli autori che, legati a opinioni antistoriche, credono di spiegare l’origine del denaro partendo dal diritto positivo o da un contratto sociale inerente l’estinzione di debiti, omettono il fatto che la costituzione del debito e del debitore presuppongono il denaro.
La moneta di conto,  la moneta scritturale – sembra voler dire Menger -, presuppone la moneta sonante.
L’idea che la moneta sonante (o un bene-equivalente) sia accettata perché si ha fede che il mercato la riaccetti in cambio di beni, è un'idea che non spiega la specificità della moneta. Per questi studiosi, dice Menger, la fede è essenziale per capire il funzionamento del denaro. Nella loro spiegazione la fede dà sfogo ad un pregiudizio. Il pregiudizio che solo e soltanto il denaro venga accettato come equivalente dei beni che cediamo in cambio, e che venga accettato soltanto nella prospettiva (e quindi nella fiducia) di potersene liberare nello stesso modo e in ragione della stessa fiducia accordataci da altre persone. Ma qui – continua Menger nella stessa lunghissima nota – si trascura il fatto che questa non è affatto una caratteristica peculiare del denaro.
Anche il commerciante, ribatte Menger, acquista merci nella fiducia di rivenderle ad un acquirente. Se non avesse fiducia nell’acquirente non le acquisterebbe. Ma ciò che spinge l’acquirente a comprare la merce non è la fiducia, ma quella caratteristica rarità della merce che la rende appetibile in quel momento su quel mercato. Dunque, conclude Menger, la vera caratteristica peculiare del denaro, in rapporto alle altre merci, non consiste nella fiducia che si manifesterebbe soltanto nel caso del denaro, e non anche in quello delle altre merci, bensì nella relativa grande commerciabilità della merce-denaro, con la quale chiunque ha interesse a scambiare le proprie merci meno commerciabili.
La regola è semplice. Tra tutte, diventa moneta quella merce che ha una maggiore domanda, che è più desiderata.
In potenza, tutte le merci sono moneta, tutte le merci sono equivalenti.
Se non è il diritto positivo, se non è un contratto sociale, se non è la fede, cosa permette alle merci, le une diverse dalle altre, di stare sul mercato e mostrare la loro equivalenza?
È la consuetudine, dice Menger -  in seguito, anche le norme statali.
È l’istinto gregario, l’istinto del gregge, ribatterebbe Nietzsche.
Il «perché», dice Nietzsche nel Crepuscolo, il «perché» una cosa accade, non deve tanto fornire, se è possibile, la causa per se stessa, quanto piuttosto una determinata specie di causa – una causa acquietante, liberatrice, rasserenante. Il fatto che qualcosa di già noto, vissuto, inscritto nel ricordo, venga stabilito come causa, è la conseguenza prima di questo bisogno. Il nuovo - continua Nietzsche – il non vissuto, l’estraneo viene escluso come causa. Non soltanto viene cercata come causa una determinata specie di spiegazioni, ma anche una specie eletta e privilegiata di spiegazioni, quelle, cioè, con cui è stato eliminato nella maniera più rapida, nel maggior numero di casi, il sentimento dell’estraneo, del nuovo, del non vissuto – le spiegazioni più abituali. Corollario: una determinata specie di ordinamento causale acquista sempre maggior preponderanza, si concentra nel sistema e campeggia infine in posizione dominante, vale a dire semplicemente escludendo altre cause e spiegazioni. - Il banchiere pensa subito all’«affare», il cristiano al «peccato», l’economista all’«utile».
L’utile può emergere come causa solo perché e in quanto viene separato dalla scelta e la scelta relegata a proprietà della coscienza. Solo a questo punto la coscienza può scegliere rettamente, scegliendo ciò che gli è utile. Si ragiona, per assurdo, come se la coscienza potesse scegliere ciò che non è utile, ciò che gli è dannoso. È qui evidente un paralogismo. Un paralogismo, scrive Deleuze nel suo Nietzsche, del risentimento, che si fonda sulla finzione di una forza separata da ciò che è in suo potere. Si proietta un’immagine astratta e neutralizzata di utilità. Ciò che è scarso è utile. Chi sceglie ciò che è scarso ha scelto bene, ragionevolmente, meritevolmente, chi, al contrario, sceglie ciò che non è scarso ha scelto male, colpevolmente.
La scelta presuppone un soggetto libero, capace di agire o di trattenersi dall’azione. Ma gli uomini, aggiunge Nietzsche nel Crepuscolo, vennero ritenuto liberi per poter essere giudicati e puniti, e per appestare l’innocenza dell’avvenire per mezzo della pena e della colpa.
Nella nota numero 4, quando si tratta di argomentare il passaggio dal baratto al denaro, Menger chiama in causa Herbert Spencer e il suo Principles of Sociology. Non è un caso che Nietzsche, per esempio nella Genealogia della morale, rivolga una valanga di insulti proprio all’indirizzo di Spencer.
La libertà, la felicità, l'utilità presuppongono la volontà come causa. Ma porre la volontà come causa è voler rendere responsabile qualcuno della propria esistenza. È credere che con lui – scrive ancora Nietzsche nel Crepuscolo – si faccia il tentativo di raggiungere un ideale di uomo, un ideale di felicità.
Nella realtà, continua Nietzsche, lo scopo non esiste. Siamo stati noi a inventarlo. Le cose accadono e si susseguono, siamo un frammento del fato, si appartiene al tutto, si è nel tutto – non c’è nulla che possa giudicare, misurare, verificare, condannare, perché questo equivarrebbe a giudicare, misurare, verificare, condannare il tutto. Ma fuori dal tutto non c’è nulla.
Appellarsi al tema dell’utile per spiegare la comparsa della merce-denaro è come tentare di introdurre la quiete nel movimento, l’essere nel divenire.
L’utile non è il centro intorno al quale ruota l’economia. Non è la legge che chiama a sé e domina, allo stesso tempo e nello stesso luogo, ogni agente economico.
Ogni occorrenza ha il suo tempo e il suo luogo. Il centro è dappertutto. E l’essere comincia in ogni attimo, in ogni cosa, e in ogni cosa comincia in modo differente, mentre l’utile mostra sempre la solita imbalsamata e neutra figura.
Bisogna tuttavia riconoscere che, fino ad un certo punto, Menger sembra seguire con interesse crescente la strada che lo porta alla distruzione di quel centro permanente, a partire dal quale si  originano, e intorno al quale non smettono di ruotare tutti i valori. Mi riferisco al suo rifiuto della teoria del valore-lavoro o teoria del costo di produzione. Quando dice che ogni merce può diventare porta-valore (moneta-merce) segue le stesse tracce di Nietzsche.
La merce-moneta non interpreta e non mette in luce un valore sottostante, nascosto nell’origine, il valore-lavoro, per esempio. La merce-moneta performa il valore attraverso un’imposizione, una violenza, una forza, un urto; istituisce un nuovo ordine di valori, e lo istituisce senza negare alcunché, ma affermando la sua differenza, la sua esclusività, la sua rarità, la sua possanza. Questa affermazione, che è sempre una performance, non è per nulla stabile, non ha, direbbe Foucault commentatore di Nietzsche, un significato essenziale in sé. Impone alle cose solo una direzione, le piega ad una volontà nuova, le fa entrare in un altro gioco. Non ha, aggiungo io, alcun significato, se per significato si intende il riferimento o il rimando a qualcosa di stabile, di fisso, di trascendente, a fronte del quale si dispiegherebbero una serie interminabile di significanti, come nel caso di Geld, Dinero, Dinhero, Dnàr, eccetera, significanti che interpreterebbero tutti un identico significato nascosto e fisso, per esempio il valore-lavoro o il valore d’uso, i quali, stando al centro del sistema, e permettendo le sostituzioni, sarebbero imperturbabili, intangibili, eterni, neutri. Ciò che ritorna nelle parole Hund, Dog e Cane, sarebbe sempre lo stesso, lo stesso nella sua figura neutra, morta, imbalsamata, fuori dalla storia; ciò che ritorna non sarebbe un cane, un altro cane, il mio cane; ciò che torna sarebbe la caninità, l’esser cane del cane, il cane sans phrase.
Al centro, la permutazione dei valori è interdetta.
Ciò che invece ritorna nella merce-denaro è sempre un’altra merce, un’altra merce-denaro. La merce-denaro fa il prezzo. E lo fa tornarne in ogni altra merce, e ogni volta secondo le differenti occorrenze. Non è un negare l’altro. Al contrario, è un valorizzare l’altro, è un dirgli di sì.
Da questo momento si dovrebbe iniziare a pensare che non c’è centro. Che il centro non ha un posto naturale, che non è un posto fisso, bensì una funzione, una specie di non-luogo nel quale si producono senza fine sostituzioni di merci-denaro. Ma proprio quando Menger è sul punto di scoprire a modo suo questa funzione della Merce-Denaro, arretra e ripiega su un centro fisso.
Eppure la strada imboccata era giusta. All’apparizione della Merce-Denaro non concorrono né la provvidenza né una causa finale. Tutto avviene per caso. E il caso non è un tirare a sorte, un lancio di dadi, una mera possibilità.
L’intera storia di un uso, scrive Nietzsche nella Genealogia, può essere un’interrotta catena di segni che accenna a sempre nuove interpretazioni e riassestamenti, le cui cause non hanno neppure bisogno di essere in connessione tra loro, anzi talvolta si susseguono e si alterano in modo meramente casuale. «Evoluzionismo» di una «cosa», di un uso, di un organo, è tutt’altro che un progressus verso una meta, e ancor meno un progresso logico e di brevissima durata, raggiunto con il minimo dispendio di forza e di beni – bensì il susseguirsi di processi d’assestamento svolgentesi in tale cosa, più o meno spinti in profondità, più o meno indipendenti l’uno dall’altro, con l’aggiunta delle resistenze che continuamente si muovono contro, delle tentate metamorfosi di forma a scopo di difesa e di reazione, nonché degli esisti di fortunate controreazioni. La forma è fluida, ma il «senso» lo è ancor di più.
Il denaro-metallico, scrive Menger, non fu una creazione della legge, non fu un’invenzione che presuppose una collaborazione, non fu nemmeno un fenomeno di origine sociale. Non fu il caso a crearlo, e non fu neanche la conseguenza di una coercizione statale o di un accordo volontario.
Fu la cognizione esatta degli interessi individuali a far sì che, non appena accumulata ed entrata in circolazione una sufficiente quantità di metalli nobili, proprio questi scacciassero gradualmente i vecchi mezzi di scambio usati sino ad allora. Fu il frutto del susseguirsi di processi di aggiustamento più o meno indipendenti l’uno dall’altro, con l’aggiunta delle resistenze che continuamente si muovono contro, degli esiti di fortunate controreazioni, in un processo destinato a rimanere fluido, sempre a rischio di essere reinterpretato, trasvalutato, sormontato da forze più forti.
Quando Menger è sul punto di scoprire che la forma è fluida e che il senso lo è ancor di più, quando è sul punto di scoprire l’eterno ritorno, arretra verso ciò che chiama Perfetta Fungibilità.
Che cos’è la fungibilità?
La merce-denaro diventa fungibile quando può stare al posto di un’altra merce-denaro, quando può prenderne il posto pur rimanendo se stessa. Sostituirsi all’altro, mostrarsi come si mostrerebbe l’altro, mostrarsi nell’altro, ecco cos’è la fungibilità, è il principio della ripetizione della differenza. Non significa il ritorno del medesimo, il ritorno dell’uno nel diverso, non significa permanenza o stato di equilibrio.
Quando Menger descrive questo processo non ha in mente la moneta scritturale - l’unità di conto - la quale tornerebbe a manifestare sempre lo stesso significato o lo stesso valore in ogni sua occorrenza. Manger ha in mente la moneta sonante, la moneta spicciola, il dischetto metallico. È il dischetto metallico ad essere fungibile, ed è proprio questa sua fungibilità ad aver dato la possibilità alla moneta di conto di emergere e manifestare la sua straordinaria possanza.
Qui il discorso di Menger è di una potenza sbalorditiva, e si avvicina moltissimo a quello di Nietzsche.
La nascita delle varie monete di metallo, scrive Menger, ha conseguenze estremamente importanti sia per il commercio, sia per il diritto privato. Con i dischetti di metallo nasce la possibilità di contrarre non solo debiti il cui contenuto sia costituito da una determinata quantità di monete di un determinato tipo, ma anche quei debiti (di grande importanza nella vita quotidiana) il cui contenuto sia costituito da una determinata quantità di unità monetarie o unità di conto rappresentabili in monete di vario tipo.
Menger trasferisce dal cielo alla terra la teoria della moneta.
All’origine del diritto, del commercio, all’origine dei conti e del contare stesso, ci sono i dischetti di metallo, c’è la moneta sonante, anzi, ci sono le varie pezzature di monete sonanti. Perché di monete, nella realtà, ce ne sono sempre più d’una, e di vario taglio.
All’origine la moneta è una merce che si staglia e si impone su tutte le altre, questa imposizione ri-trascrive tutte le convenzione, reinterpreta il vecchio ordinamento, fonda un nuovo ordine scritturale, una nuova costituzione.
Se chiedete a Menger da dove derivino i nuovi valori, vi risponderà come Nietzsche, e cioè che i nuovi valori emergono da una contesa. Una contesa che non si indirizza verso uno stato terminale o di equilibrio, ma che, invece, pone e ripropone se stessa senza tregua. Una contesa non organizzata, senza regole, o meglio, una contesa che reinterpreta le vecchie regole e le trasvaluta. Una contesa nella quale la forza non si mostra mai, e dove i contendenti non sono mai in equilibrio.
Fa ridere il discorso degli analisti di geopolitici e amanti degli scenari bellici, i quali si aggrappano all’idea di potenze – la Germania, la Cina, gli USA, la UE - dotate di una forza che all'occorrenza possono usare o non usare, che possono usare per fini ritenuti buoni o, al contrario, per fini ritenuti malvagi.
Immaginate le merci-denaro dispiegate le une di fonte alle altre, tutte fungibili, tutte, potenzialmente, nel medesimo posto, al posto dell’altra o nell'altra, ma, per forza di cose, ognuna in un posto diverso, un posto che non è fisso, che si muove, e si muove, per ognuna, al più impercettibile movimento anche di una sola di tutte le altre. Immaginate tutto ciò, e avrete un sistema di valori, valori economici o valori politici.
Menger non si spinge fino a tanto. Si arresta alle porte del nuovo continente. Spera – crede - nella fungibilità Perfetta.
Cosa vuol dire fungibilità Perfetta?
Vuol dire che ogni merce-denaro, ogni moneta, è sostituibile con qualsiasi altra, senza resto.
Senza resto vuol dire, senza disseminazione, senza perdita, senza crisi, senza possibilità di deviazione, di pervertimento, di distruzione, di cancellazione, di novità, di caso, di fortuna.
Una moneta perfettamente fungibile permette di contrarre obbligazioni generiche, scrive Menger nella nota 27. Le obbligazioni generiche si contrappongono alle obbligazioni che hanno per contenuto prestazioni individuali determinate, come ad esempio, una determinata casa o un determinato cavallo.
Le obbligazioni generiche sono quelle il cui contenuto è definito da un nome comune o da una caratteristica generica, per esempio, continua Menger, da un cavallo in generale, da un certo quantitativo di grano di media qualità, o di un vino di una certa qualità.
Nelle obbligazioni generiche si scambierebbero cavalli in generale - cavalli sans phrase. Senonché, bisognerebbe ricordare a Menger, che non esistono, e non sono mai esistiti, cavalli in generale, e ciò che non esiste non può essere scambiato. Se poi Menger fa riferimento al nome comune, e vuole sostenere che l’oggetto del contratto è il nome comune, ovvero, non il cavallo, ma la cavallità, bisogna ricordargli quanto dice a proposito dei dischetti di metallo e  della loro precedenza rispetto al diritto e al contratto. La contrattazione è una possibilità aperta dai dischetti di metallo, non il contrario. Senza dischetti non c’è alcuna contrattazione, quando si contratta in dischetti, il contratto non può non subire tutte le traversie e le perturbazioni alle quali possono andare incontro i dischetti di metallo, proprio perché i dischetti sono finiti, esistono.
Senza i dischetti di metallo non ci sarebbe la possibilità di alcuna virtualizzazione, e il mercato di pesce a termine troverebbe sede solo nella fantasia.
Non si può non convenire con Menger quando, nella stessa nota, mostra gli enormi risultati ottenuti con i futures. Tuttavia, da qui a sostenere che a rendere i metalli coniati straordinariamente idonei ad essere oggetti di obbligazioni generiche è la loro perfetta fungibilità (che dipende dalle capacità tecniche degli stabilimenti in cui vengono coniati) ce ne passa.
La perfetta fungibilità non solo è smentita da tutta la storia del denaro, dai suoi ripetuti apprezzamenti e deprezzamene, ma è smentita da motivi validi in via di diritto. È smentita dal fatto che  i dischetti di metallo esistono, ed esistono, di diritto, l’uno in modo diverso dall’altro. La loro comparazione lascia sempre un resto, una differenza.
La differenza esiste, perché si dà un resto.
Nel capitolo 4, nelle stesse righe che rimandano alla nota 27, Menger ammette quanto segue. Inutile dire, scrive, che anche il più razionale dei sistemi monetari e le tecniche più avanzate di coniazione dei metalli monetari non possono eliminare definitivamente singoli difetti di fungibilità, dovuti appunto alla particolare tecnica di coniazione adottata, al mutamento della relazione tra i metalli impiegati e via dicendo. A questo scopo, continua, deve subentrare ancora, per vari aspetti, la mano dello Stato sul sistema monetario e sul sistema dei pagamenti.
Bisogna affidarsi allo Stato, perché, se ci si mette nelle mani dei privati, la perfetta fungibilità diventa impresa impossibile.
I pezzi da 5$, scrive Menger nella nota 29, pezzi coniati per un periodo di tempo abbastanza lungo dai Bechtler in Nord Carolina (a Rutherford) erano, in parte, fino a ½% più piccoli; i pezzi da 5$ controllati a Filadelfia nel 1849 risultarono equivalenti a 4,94 cents, e soltanto a 4,96 ½ cents calcolando il valore della lega d’argento. I pezzi più vecchi da 5$ messi sempre in circolazione da Becthler erano persino dall’1 al 6% (con una media del 3%) al di sotto del loro valore nominale, e del 2% i pezzi da 1$ coniato dal solo A. Bechtler. Anche le monete d’oro da 20,10,5 e 2 ½ $ coniate dai Mormoni nello Stato dell’Utah si rivelarono in media assai irregolari quanto a peso e titolo di fino: il pezzo da 10 dollari – continua la nota – valeva in media 8,52$, e così in proporzione tutti gli altri tipi.
Le cose non sono andate meglio con lo Stato. Così Menger, nel capitolo 5, deve rilevare come la storia offra numerosi esempi di casi in cui i governi (robustamente sostenuti da erronee teorie monetarie) hanno fatto un uso distorto del privilegio di battere moneta, o lo hanno fatto in maniera tanto utile al proprio tornaconto quanto dannosa per la collettività.
Il discorso di Menger è molto simile al discorso di Nietzsche. Entrambi parlano di valori, e fanno riferimento ad un contesto di forze immanenti, in cui sia la forma sia il contenuto sono fluidi. Mentre Nietzsche si attiene a questo quadro sino in fondo, e ne trae tutte le conseguenze, e quando deve rapportarsi al tempo e allo spazio tira fuori la struttura dell’eterno ritorno, Menger, invece, quando ha a che fare con lo spazio e il tempo (con i futures e i contratti a termine) tira fuori dal cilindro la fungibilità perfetta.
La fungibilità perfetta non è l’eterno ritorno. La fungibilità perfetta è un nome comune (un’idea), pensa Menger, e in quanto idea non è soggetta alle vicissitudini spazio-temporali. L’eterno ritorno, al contrario, si mantiene sempre ancorato ad un piano di immanenza (fuori del tutto non c’è niente, e, a rigore, anche il tutto è un niente, perché il tutto può essere abbracciato solo da un luogo esterno). In più, per Nietzsche, anche i nomi comuni sono iscrizioni, coniazioni, stampi e dischetti di metallo, e come tali, cioè come cose finite, sono soggetti a tutti i tiramenti a cui sono sottoposte le altre cose in campo.
Per la verità anche Menger era arrivato a proporre qualcosa del genere, quando scriveva che i contratti e la leggi sono possibili solo dopo l’introduzione dei dischetti di metallo, e sono legati a doppia mandata al destino di questi ultimi.
Poi, però, molla tutto, e tira fuori la storia della perfetta fungibilità, e siccome i privati non sono in grado di garantirla, tira fuori lo Stato, ma anche lo Stato non è in grado di garantirla, allora tira in ballo le teorie sbagliate, eccetera.
Per i liberisti come Menger, e tutti i liberisti sono come Menger, c’è sempre qualcosa di sbagliato nella realtà. Se si eliminassero tutti gli impedimenti (se si levassero tutti i lacci e laccioli, come si dice in Italia, con una retorica che provoca il vomito), se si levasse ogni ostacolo di tipo burocratico,  civilistico, eccetera, se si togliessero di mezzo i ladri, i politici e le mazzette, se si mettessero in galera un po’ di mafiosi e qualche banchiere, le cose filerebbero lisce, gli scambi si chiuderebbero senza resto, e l’economia procederebbe senza crisi. Se ci sono crisi (e qui si chiude il cerchio delle spiegazioni accomodanti e idealizzanti dei liberisti) è proprio perché ci sono questi impedimenti, e le crisi servono a toglierli di mezzo, a fare piazza pulita, a debellare (mai termine risultò più appropriato) proprio quelle cose che mostravano le maggiori resistenze rispetto ad un sistema  ideale di fungibilità perfetta.
Il fatto è che questo schema idealista della perfetta fungibilità, questa ostinata negazione del mondo dell’aldiqua, a favore di un mondo dell’aldilà, ha attratto a sé anche molti di quelli che in questo gioco al massacro hanno perso quasi tutto. Questa forza di attrazione dimostra la potenza di questo ragionamento, la sua vivacità, in confronto ai sistemi decrepiti di derivazione ricardiana.
Nel ragionamento liberista le crisi sono sempre interpretate come una deviazione dall’ideale, come un’applicazione scorretta dell’ideale, come una manipolazione delle regole del mercato da parte di soggetti colpevoli di aver alterato i valori, di aver eluso i controlli. Si tratta sempre di trovare un colpevole, infliggergli una pena esemplare, è il colpevole si chiama Ponti, si chiama Madoff, si chiama governo politico o il governo tecnico, si chiama Stato interventista,  monopoli, banche, finanza, eccetera.
Sul banco degli imputati c’è il colpevole, è il colpevole è l’aldiqua.
Non è qui il caso di addentrarsi nel testo vero e proprio di Geld. E pertanto vi rimando ad un commetto dettagliato proposto su questo sito da Franco Catafalco. Ne trascrivo qui solo alcuni passaggi.
Quando la Merce-Denaro si diffonde e prende piede non si può più parlare – dice Menger nel paragrafo 5 del primo capitolo – non si può più parlare di differenza di grado tra una merce che si è imposta sulle altre come mezzo di scambio. Non si può più parlare, aggiungo io, di differenza, visto e considerato che la differenza è sempre e soltanto una differenza di grado, ovvero un differenziarsi. Dobbiamo invece parlare – continua Menger - di differenza di sostanza (i corsivi sono di Menger). Superata una certa soglia [quale soglia?] la merce-denaro deve diventare un punto fermo, un'unità fissa, riconoscibile. Da questo momento, conclude Menger, ogni altra merce, nel tragitto che va dal suo produttore al consumatore, deve passare ripetutamente attraverso la forma di transazione del prezzo monetario. La merce diventa un mezzo di uso universale. In una nazione nella quale determinati beni sono diventati intermediari dello scambio, e come tali si sono consolidati nell’uso generale, chi va al mercato per barattare i propri beni con altri ha ormai non solo l’interesse economico a venderli prima di tutto in cambio di denaro, ma normalmente è anche costretto a farlo.
Ad un certo punto, superato un certo grado, dice Menger, non è più possibile per un’altra merce qualsiasi imporsi come merce-moneta. Da un certo punto in poi si produce un salto di qualità, e si impone al centro del sistema di valori una sola merce, la quale, non si capisce bene in base a quali criteri (Menger non lo chiarisce), si presenta come centro del sistema. Da questo momento si può accedere al mercato,  scambiare, vendere la propria merce, solo e soltanto se si accetta come contro valore la merce-denaro normale.
Perché Menger introduce questo passaggio?
Perché, direbbe giustamente Nietzsche, ha paura dell’ignoto, ha paura che altri occupino temporaneamente il posto centrale, ha paura che il valore non si stabilizzi mai. E siccome ha in mente il baratto, ha in mente un’idea di baratto fuori dalla storia, prima della storia (un po’ alla Rousseau), spera che l’angoscia suscitata dalla permutazione permanente al centro sia placata dal ripristino di una presunta innocenza primitiva in cui i valori erano fissi, determinati, sgorganti da un’origine unica.
Che un bene venga ceduto dal suo possessore in cambio di un altro bene per lui più utile, scrive Menger nell’Introduzione, è un fatto che anche la persona più comune riesce a capire. Ma che una persona ceda il suo bene per un disco di metallo o per un pezzo di carta, suscita uno stupore, una sorpresa, una incredulità, un mistero incomprensibili.
È mai possibile cedere una cosa di valore, contro un'altra cosa che non ha alcun valore pratico?
È possibile, dice Menger, se c’è la certezza che le cose non cambino, che tutto si traduca e ritraduca nella stessa unita di valore, che al centro vi sia fissa un’unica e stabile unità di valore. È possibile se tutto avviene come in una sorta di baratto differito, senza differenza, in cui la certezza sarebbe garantita dall’immediatezza del mezzo di scambio.
Che un bene venga barattato con un altro, che una persona sia ben disposta a cedere un suo bene in cambio di un altro bene per lui più utile, lo capiscono anche le persone più comuni. Lo capiscono anche i tonti, dice Menger. Nel baratto non c’è alcun mistero, non c’è alcun rischio, tutto avviene in piena trasparenza, tutto è immediato, si scambia cosa con cosa, non c’è resto, non c’è possibilità di fregatura, non c’è fiducia nel prossimo, c’è solo passaggio istantaneo della cosa, consegna, transito, ma questo transito avviene in pieno giorno, una mano consegna il bene a cui tengo e al quale sono ancora attacco, mentre l'altra afferra il bene altrui, il controvalore. Tutto avviene senza mollare la presa, ma in un mondo ideale, dove non esistono i pacchi e i contro-paccotti.
È la descrizione di questo paradiso dell’economia politica che ha attratto, e ancora oggi attrae, molti benpensanti e volenterosi cittadini e li porta a credere che il baratto, o una sua formula telematica, sia la soluzione di tutti i malesseri del mondo.
Come è accaduto che l’uomo del baratto si sia lasciato convincere a lasciare la presa sul suo bene, a lasciarlo andare via con il compratore, accettando come controvalore una conchiglia, un disco d’oro, una carta moneta, per lui di nessuna utilità?
È incredibile, scrive Menger.
Come si spiega tutta questa ingenuità, tutta questa fiducia nel prossimo, quando è risaputo che un pezzo di carta, o un disco d’oro, non valgono niente, non hanno alcuna utilità immediata, dicono di rappresentare un controvalore, promettono di scambiarsi con la cosa desiderata, ma che, non di rado, non mantengono la promessa, e finiscono per tradire la fiducia in loro riposta?
Come è possibile tanta fiducia in un dischetto di metallo?
Come è possibile fugare il pericolo, chiede Menger, come è possibile eliminare il rischio di una eventuale trasvalutazione inarrestabile dei valori?
È possibile imponendo una merce-denaro come centro del sistema.
Poi non conta che questo centro del sistema sia ballerino, che sia soggetto a forze incontrollate, che il valore vacilli di continuo, o che qualcuno se ne approfitti, approfitti della certezza che al centro il valore si supponga stabile, e speculi su questa fiducia.
Se il valore si svaluta o si rivaluta accade perché, concludono in genere i liberisti della domenica, ci sono impedimenti esterni, ci sono le leggi, c’è lo Stato, c’è  tutta una serie di pastoie che impediscono al sistema e al suo centro di generare il prezzo esatto.
Il prezzo fluttua, dicono i liberisti della domenica, e permette la speculazione, non perché la posizione centrale è una finzione (ovvero una cosa artificiale spacciata per naturale), ma fluttua perché non si lascia al centro di espletare in pieno la sua funzione e di produrre un prezzo naturale.
Nel capitolo 5 Menger, dopo aver vantato i benefici di un sistema di coniazione centralizzato a controllo statale, deve riconoscere che, anche dopo l’introduzione di un sistema uniforme di valute nazionali, restano una serie di inconvenienti del sistema monetario, che si fanno sentire nelle transazioni commerciali, e che le misure tecnico-valutarie e di politica monetaria non riescono a eliminare. E fa una lista di inconvenienti, in 5 punti. Il risultato comune di tutti questi impedimenti, continua Menger, che nessuna misura tecnica e nessun sistema di coniazione, per quanto razionale, sono in grado di rimuovere, è quello di ridurre la rigorosa fungibilità economica delle monete della stessa specie, e ancor di più la reciproca fungibilità di analoghe quantità di monete differenti. A questo punto, dice Menger, un sistema uniforme di contabilità e di pagamento, pienamente sicuro e corrispondente a tutte le necessità del commercio, non può essere ottenuto con semplici misure tecniche e di politica della monetazione.
È davvero impressionante la vicinanza di Menger a Nietzsche. Un sistema uniforme di conto e il contare stesso, dipendono dai dischetti di metallo. E siccome i deschetti esistono, e sono, di diritto, l’uno diverso dall’altro, dal loro confronto rimane un resto, tale da non permettere una piena fungibilità. Monete di uguale valore, uscite dalla stessa zecca, sono diverse tra loro. Questa diversità manda all’aria l'idea di conti perfetti, manda all'aria l’idea di esattezza matematico-contabile. I conti, tutti i conti, sono affettati da questa differenza - di diritto. Il pareggio del conto è solo un’illusione, una fabbricazione, una finzione, una costruzione imposta da una forza a suo beneficio. La moneta di conto deve sempre passare per la moneta spicciola, in questo passaggio si produce una disseminazione, si contabilizzano i profitti e le perdite. La moneta può transitare da un conto all’altro tutte le volte che vuole, passare innumerevoli volte nelle stanze di compensazione, poi arriva il momento di tradursi in moneta sonante, la quale, nel frattempo, non è rimasta ferma, si è mossa insieme a tutto il contesto nel quale era innestata, e, di conseguenza, il suo valore è mutato. La realizzazione della moneta di conto, la sua trasformazione in moneta spicciola, lascia un resto. Questo resto viene incassato da qualcuno.
È per cautelarsi contro questa evenienza – sempre, e di diritto, possibile - che sono stati inventati i contratti indicizzati, gli swaps e tutte le forme di assicurazione conosciute dalla finanza contemporanea. Se il sistema fosse perfettamente fungibile, non ci sarebbe bisogno di alcuna di queste misure. La moneta di conto corrisponderebbe esattamente alla moneta spicciola, e l’intelligibile sarebbe perfettamente incollato al sensibile, non ci sarebbe tempo per l’errore, e lo spazio per l’erranza sarebbe nullo.
Siccome tutto ciò non è possibile, e l’intelligibile deve sempre incarnarsi nel sensibile, allora deve intervenire lo Stato, quell’entità che, tra tutte le forze in campo, Menger suppone essere la più qualificata per imporre, in modo forzoso, l’idea di una perfetta fungibilità.
Le difficoltà a cui accennavamo, scrive Menger, possono essere neutralizzate (è interessante il termine che qui usa Menger) solamente mediante un sistema di misure governative, che in parte riguardano la regolamentazione della estinzione dei debiti pecuniari - e quindi rientrano non solo nell'ambito della politica valutarie ma anche in quello del diritto privato. Solo attraverso questa combinazione, da parte dello Stato, di misure tecniche di coniazione, regolamenti giuridico-amministrativi e norme di diritto privato, il sistema dei vari tipi di monete nazionali diventa un sistema di unità di conto legalmente fungibili.
Insomma, alla fine deve intervenire la forza, una forza supposta più grande, per resettare la differenza che emerge dal confronto di forze più piccole. La mano pesante dello Stato deve intervenire per garantire l’esattezza della matematica, per garantire che i conti, anche se errati o erranti, alla scadenza siano esatti per il valore pattuito in moneta di conto.
C’è qui il riconoscimento pieno che dietro la realtà non c’è niente, non c’è una sostanza, non c’è un soggetto, non c’è alcuna entità che fissi il valore una volta per tutte e lo mantenga in questa fissità. Non c’è un’origine, rispetto alla quale, la merce o il denaro sarebbero mere apparenze, fenomeni episodici transeunti, sui quali non poter far alcun affidamento.
La dottrina del denaro come strumento di misura del prezzo è da rigettare completamente, poiché si basa proprio sull’idea che all’origine del prezzo vi sia una sostanza, anzi, che il prezzo sia proprio la l’espressione numeraria di questa quiddità celata in ogni merce e in ogni moneta-merce.
Alla base di questa dottrina, scrive Menger nel capitolo 10, una dottrina enunciata nelle più svariate forme da teorici dell’economia e sorretta da un pregiudizio popolare, vi è un duplice errore. L’errore popolare secondo il quale i contraenti devono ricevere un'uguale quantità di valore, altrimenti l’uno perderebbe quanto l’altro guadagna. E l’errore teorico secondo cui, affinché si realizzi la supposta equivalenza di valori, il valore di tali beni possa e debba essere misurato prima dello scambio mediante il denaro.
Al di fuori dello scambio, Menger lo ha chiarito molto bene, non c’è alcun valore. Il valore è qualcosa di prospettico, e presuppone già una pluralità di forze. Non è mai separato dalle forze che lo esprimo, non è mai neutro o neutralizzato. È sempre attivo. Lo strumento di scambio – ammesso che ve ne sia qualcuno – non misura una forza, tuttalpiù è una forza tra le altre, e misura non meno di quanto venga misurato – c’è un effetto di ritorno che non può essere eliminato in vista di una misura esatta, stabile, fissa, ferma, immobile, neutra.
Poi, continua Menger, supporre una uguaglianza di valore dei beni da scambiare, in qualunque senso la si voglia intendere, non è affatto lo scopo di chi attua lo scambio. I soggetti economici non perseguono l’intenzione di scambiare beni che soddisfano bisogni equivalenti (Aristotele), o identiche «utilità» (Condillac), o «uguali quantità di lavoro contenute nei beni» (Ricardo), o «uguali costi di produzione»  (J.B. Say), o servizi equivalenti per i soggetti che scambiano (Bastiat), o «beni di uguale utilità economica complessiva»  (Goldschmidt), o addirittura «uguali quantità di valore d’uso fungibile racchiuso nei beni» (Knies).
I soggetti economici procedono nello scambio per assicurarsi un soddisfacimento migliore di quanto sarebbe senza quella operazione, o, se si vuole, per ricavarne un guadagno. Il prezzo nasce proprio da questo desiderio, nasce dal desiderio, dice Menger. I prezzi effettivi sono il risultato di tutto il processo, e non l’origine del processo stesso.
L’opinione che nei beni da scambiare, dice Menger (cito alla lettera), sono contenute, già prima dello scambio stesso, certe quantità di valore di scambio («racchiuse» dai beni), e che queste ultime, già prima della formazione del prezzo, vengano misurate mediante il valore di scambio dell’unità monetaria (l’astratto quantitativo di valore di scambio da essa rappresentato) in modo da stabilire una «uguaglianza di valore» dei beni da scambiare – ebbene, questa opinione è un puro parto della fantasia.
Come scambiarsi due merci se esse non possono essere preventivamente comparate?
Due merci che non possono essere comparate non sono scambiabili.
Come posso desiderare di scambiare il mio oggetto con quello di un’altra persona se quest’oggetto, preventivamente, non ha per me un certo valore, un valore di qualsiasi natura, ma pur sempre un valore?
Il valore e il valorizzare coincidono esattamente con il volere. Non c’è alcun volere dove non si manifesta un valore. Volere (o volontà) e valore sono la medesima cosa.
Nella nota 36 Menger chiarisce che i contraenti non procedono a effettuare lo scambio indipendentemente da tutte le circostanze (come accadrebbe sulla base del rapporto fittizio: x quintali di carbone = y libre di rame = z staia di grano), ma se e soltanto in quanto ricavano un profitto che si spiega sulla base del diverso valore d’uso che beni diversi (anche su uno stesso mercato e nello tesso istante) possono avere per due diversi soggetti economici, in quanto, per esempio, il bene «a» che si trova in possesso del soggetto economico «A» ha per costui un valore d’uso inferiore a quello del ben «b» che si trova in possesso del soggetto economico «B», mentre per «B» vale il rapporto di valutazione inverso. Se manca il presupposto del profitto, lo scambio non può avere luogo, e in realtà non ha luogo. I soggetti economici non concludono uno scambio in qualsiasi circostanza, ma solo se promette a entrambi un profitto (corsivo di Menger, cito alla lettera, anche di seguito). Se in ogni istante, su un medesimo mercato, esistessero a priori rapporti di scambio fissi, allora nelle transazioni tra commercianti un profitto per entrambi i contraenti sarebbe impossibile. Se invece si tiene bene in mente che quel rapporto di scambio dei beni che si suppone esista permanentemente sui mercati già prima che si concludano atti di scambio è, nella sua stretta formulazione matematica, soltanto un parto della fantasia (se cioè si ribadisce fermamente che il rapporto di scambio dei beni sui nostri mercati non è la premessa bensì il risultato del gioco degli interessi economici dei contraenti), allora anche il profitto derivante per entrambi i commercianti dallo scambio dei beni trova la sua naturale quanto illuminante spiegazione.
Menger è costretto a far rientrare dalla finestra ciò che aveva cacciato dalla porta.
Ciò che Menger ha contestato fermamente è l’idea – la fantasia – che vi sia un valore, precedente lo scambio, «racchiuso» dai beni. Dietro ai beni, dietro alle merci, non c’è nulla. Dietro alle merci ci sono altre merci, in un piano sequenza dove merci si oppongono a merci, e dove il valore emerge proprio da questo confronto.
Adesso veniamo a sapere, e Menger ce lo dice in una nota, che i contraenti decidono di portare le merci al mercato sulla base della speranza di ottenere un profitto, e che in assenza di questa speranza, cioè in assenza della previsione di un profitto, lo scambio non si avvia.
Nell’ipotesi di uno scambio di equivalenze i contraenti non si recherebbero nemmeno al mercato. Solo la speranza di una non equivalenza, di un disvalore, di una differenza, attrae i contraenti verso lo scambio.
Alla base del divenire merce del denaro, o del divenire denaro della merce, c’è un preventivo apprezzamento del bene altrui. Questo apprezzamene, che si forma prima del prezzo, si misura sul valore d’uso della merce.
Il valore d’uso non è una qualità intrinseca della merce.
Menger ha già ampiamente dimostrato l'insussistenza della proprietà intrinseca.
Se il valore d’uso fosse un valore «racchiuso» dal bene, sarebbe impossibile un qualsiasi profitto, sarebbe impossibile lo scambio stesso. Persino il baratto sarebbe impossibile. Se il valore d’uso fosse la sostanza della merce, non ci sarebbe alcun valore d’uso differente dall’altro, non ci sarebbe valore d’uso.
Se il valore d'uso non è un valore intimo, e non è un valore estrinseco, un valore che deriva da una contesa, da un mercanteggiare, perché il mercanteggiare, dice Menger, è reso possibile e diviene effettivo solo sulla base di una valutazione del valore d’uso e, dunque, dalla convinzione di realizzare un plusvalore nello scambio, da dove deriva il valore del valore-uso?
I contraenti – dice Menger – realizzano uno scambio solo se esso promette a entrambi un profitto.
Come si misura questa promessa di profitto?
Si misura sulla base di una valutazione preventiva che attribuisce al bene dell’altro un valore inferiore al nostro bene. E poiché questo valutare avviene prima dello scambio effettivo, e anche in assenza di qualsiasi scambio, questo valutare, dal quale scaturisce ogni altra misura di valore, deriva da una fantasia, da un fantasticare a proposito del valore che ci si aspetta di realizzare cambiando il proprio bene con quello di qualcun altro.
Alla base della teoria del valore di Menger c’è dunque un fantasticare, un fantasma, il fantasma del valore d’uso dall’altro che affetta, investe e invasa, il mio valore d’uso.
Il mio valore d’uso (l’intimità stessa) può avviarsi al mercato e contendere con il bene del compratore, solo in virtù di questa preventiva invasione.
Proprio in virtù di questa invasione la merce singola si sdoppia, si sdoppia in due valori-d’uso e in due valori di scambio. Ed è in virtù di questo sdoppiamento che si produce lo scambio e il profitto. La merce singola ha due valori doppi che non collimano, e lasciano sul terreno un resto, cioè un profitto. Il profitto è alla base dello scambio, ma è anche alla base della crisi. Se non ci fosse profitto, gli scambi sarebbero esatti e non ci sarebbero crisi. Ma se non ci fossero crisi non ci sarebbe nemmeno scambio. Ci sarebbe forse il baratto, ma un baratto di tipo speciale, dove anche il valore d’uso è neutralizzato. Occorrerebbe immaginare uno scambio neutro, neutralizzato, una tabula rasa, uno scambio senza scambio. Uno scambiarsi il nulla.
Menger chiarisce ancora meglio questo punto nel capito 11, quando deve affrontare la spinosa questione del denaro come strumento di misura del valore di scambio dei beni.
Il denaro non è un mezzo. Non è un media. Un media non è un mezzo. Bisognerebbe spiegarlo a McLuhan. In più, il denaro, preso da solo, non significa niente. Sia il contenuto, sia la forma, sono fluidi. Il denaro non trasporta un significato (valore) precostituito e indipendente. Non c’è nessuna indipendenza tra significato e mezzo. Non c’è, da una parte, la libertà del significato, al quale viene assoggettato un mezzo di significazione. Ne c’è nessuna libertà. E non c’è, al contrario, nessun mezzo che divenga significativo di per sé. In sé il denaro non vale niente, vale solo in rapporto alle merci, o, tuttalpiù, rispetto ad altro denaro.
Questo valorizzarsi del denaro rispetto ad altro denaro Menger lo chiama valore intrinseco del denaro.
Il valore, al contrario di ciò che viene spiegato in una teoria evoluzionista, alla Spencer, non è il risultato di una selezione, di un processo meccanico dal quale risulterebbe come vincitore il più adatto, e rispetto alla quale il volere e il valore non avrebbero alcun potere, in cui il contesto, scrive Nietzsche nella Genealogia, è sempre ostile, e in cui il volere ha sempre bisogno di stimoli esterni per agire, e in cui la sua azione è fondamentalmente una reazione. Il denaro può volere se stesso, può voler diventare più o meno consistente, e in virtù di questa consistenza, imprimere una svola alla rete delle merci con le quali si rapporta. La necessità, all'occorrenza, può scuotere il bossolo dei casi.
Il denaro può alterare il suo valore intrinseco, avanzando o arretrando, aumentando o diminuendo la sua quantità sul mercato.
Intanto, dice Menger, la fissazione di un valore di scambio è di grande utilità pratica nella vita economica.
Il valore di scambio è indispensabile per dare una misura ad un patrimonio, a un’eredità, ad altre suddivisioni patrimoniali, a operazioni di credito, a imposizioni fiscali, ad accertamenti di danni patrimoniali, eccetera. La valutazione dei beni assomiglia ad una misurazione, a un procedimento che mira a stabilire la grandezza incognita di un oggetto, confrontandola con una grandezza nota, assunta come unità.
Menger parla giustamente di similitudine, di verosimiglianza. La valutazione, verosimilmente, si presenta come una misurazione di una grandezza sconosciuta mediante una grandezza nota, assunta come unità. Nel mondo di Menger tutto si muove, e non ci sono atomi che vorticano meccanicamente su se stesi, ma ci sono forze fluide che si fronteggiano, rapporti che non si fissano in nessuna unità stabile. Per questa ragione, qualche riga dopo, Menger deve ammettere che, per ciò che attiene al valore di scambio, è giusto parlare di processo metaforico.
Si può riconoscere, dice Menger, nelle procedure di stima, che vengono ripetute quotidianamente e hanno un'enorme importanza pratica, una «misurazione del valore di scambio dei beni», e nel denaro o nell’unità monetaria uno «strumento di misura» di quest’ultimo, sia pure in senso metaforico.
Il denaro non è una grandezza nota che all’occorrenza può essere utilizzata come misura del valore di scambio. Non solo perché il denaro si muove insieme alle merci che deve valutare, ma anche perché la misura della sua unità (o la sua unità di misura) non può essere stabilita a priori, essendo il valore del denaro il frutto di un processo.
È proprio in virtù di questa continua fluttuazione del valore del denaro che la ricerca di un bene di valore di scambio estrinseco universale e invariabile non ha smesso di appassionare schiere di studiosi.
Il fatto che – dice Menger - identiche quantità di denaro non diano, su diversi mercati e persino su uno stesso mercato in periodi diversi, lo stesso potere di disporre sui beni del mercato (potere d’acquisto), ha suggerito l’idea di cercare nella sfera degli oggetti in circolazione un altro bene (o addirittura altri gruppi o complessi di beni – paniere) che possa corrispondere pienamente allo scopo.
La scoperta di un tale bene di valore costante sarebbe di un’importanza inestimabile per la vita economica nel suo complesso. Una rendita, derivante da questo bene, dice Menger, garantirebbe un tenore di vita di un certo livello in ogni tempo e in ogni luogo, e il possesso di una certa quantità di questo bene garantirebbe la realizzazione di determinati scopi, indipendentemente dalle condizioni locali degli altri fattori economici. Se mai esistesse, continua Menger, con esso potremmo eliminare una parte non indifferente dell’attuale insicurezza che pervade la vita economica. Con un tale mezzo, aggiungo io, si potrebbero definitivamente eliminare il ciclo e le crisi economiche.
Ma un tale bene, conclude Menger, il cui rapporto di scambio con tutti gli altri beni (con ciascuno di essi e con qualsiasi combinazione quantitativa e qualitativa di beni) che sia identico dappertutto e rimanga invariato nel corso del tempo, oggi non esistere (e non può mai esistere, di diritto, aggiungo io). Un bene del genere, dice Menger, è impensabile, stando agli attuali rapporti di mercato. Un bene siffatto presupporrebbe necessariamente la stabilità del rapporto di scambio di tutti i beni, anche del rapporto reciproco tra i beni del mercato (e quindi l’identità di tale rapporto reciproco su tutti i mercati).
Ma questa identità non può darsi. Non c’è identità del singolo bene. L'identità, contrariamente a quanto hanno pensato o sperato molti economisti, non è una proprietà che affiora dall’interno di un singolo bene. Così posta, la teoria del denaro come criterio di misura del valore di scambio, chiarisce Menger nella nota 47, è posta su un fondamento irrealistico (fittizio). Un fondamento costruito a bella posta da chi aveva un interesse nello stabilire la fissità di un’unità di misura.
I teorici che hanno sostenuto questa finzione hanno innanzitutto ignorato la circostanza, dice Menger sempre nella nota, che il valore di scambio dei beni espresso in denaro – il loro «valore monetario» - rappresenta soltanto «un rapporto di scambio» tra beni da acquistare e il denaro, un rapporto che di conseguenza non può manifestarsi nel singolo [corsivo di Menger] bene, ed è oltretutto mutevole, non univocamente determinato, bensì esposto al gioco degli interessi individuali concorrenti sul mercato.
Questi teorici, dice Menger, hanno concepito il «valore di scambio» dei beni come qualcosa di inerente ai singoli beni (sia alla merce che al denaro), come un «quantitativo di valore di scambio» contenuto al loro interno. E non lo hanno fatto soltanto in senso figurato, ma parlando con tutta serietà di una «capacità di scambio insita nei singoli beni», e definendo l’atto di valutare i beni in unità monetarie come una «misurazione» di questo quantitativo di valore di scambio mediante il quantitativo di valore di scambio insito nel denaro e nell’unità monetaria.
Invece, parlando per metafora, usando una figura retorica, si può riconoscere, prendendo atto delle procedure di stima che vengono ripetute quotidianamente e hanno un'enorme importanza pratica, si può riconoscere in queste procedure una «misurazione del valore di scambio dei beni», e nel denaro o nell’unità monetaria uno «strumento di misura» di quest’ultimo, sia pure in senso metaforico.
È davvero sorprendente questa conclusione. Il denaro, le procedure di stima, e tutte le minute misurazioni quotidiane, non sono una constatazione di un valore effettivo di qualcosa che starebbe lì fiori, dentro le cose, e rispetto al quale, il linguaggio dell’economia, la misurazione, i numeri, le percentuali e tutte le curve con le quali si cerca di rappresentare questo valore, sarebbero una  riproduzione, un rispecchiamento, una mimesi.
Il linguaggio della misurazione del valore è fittizio, crea ciò di cui parla, è una performance, un atto di parola, un atto linguistico, un performativo.
La vicinanza con Nietzsche è davvero impressionante.
Nella Genealogia (I,13) Nietzsche chiarisce che non esiste - non si dà - alcun «essere» al di sotto del fare, dell’agire, del divenire. E che le verità fittizie sono sempre orientate verso il tentativo di comprendere e rendere calcolabile il mondo reale. Tutto ciò di cui acquistiamo coscienza, scrive Nietzsche  (Opere VIII/2, 263),  è assolutamente costruito a bella posta, semplificato, schematizzato, interpretato. Non ci imbattiamo mai in «fatti». Il pensare, così come lo pongono i teorici della conoscenza, è una finzione affatto arbitraria, ottenuta con l’isolare un elemento del processo e sottrarre tutti gli altri, si tratta di una costruzione artificiale al fine di farsi capire.
Le virgolette di Menger ora trovano una spiegazione. Quando Menger pone tra virgolette le espressioni «valore monetario», «valore di scambio», «misurazione del valore di scambio dei beni» eccetera, vuole segnalare che in tutti questi casi si tratta di finzioni, e che lui stesso adopera queste finzioni per farsi capire. Nel mentre le demolisce, le usa, ne fa un uso retorico, fittizio.
Da una parte mostra che il linguaggio dei teorici, a proposito di valore, non è constativo, ma è performativo, e dall’altra mostra che questo effetto performativo non può essere preso sul serio, perché si tratta appunto di una costruzione fantastica.
Sulla scia di Paul de Man, e della sua lettura della retorica in Nietzsche (Allegorie della lettura, 1,IV) si può arrivare a dire che la critica di Menger degli economisti classici può essere descritta come la destabilizzazione dell’illusione che il linguaggio della verità (episteme) possa essere rimpiazzato da un linguaggio della persuasione (doxa).
Il fatto curioso è che qualche pagina dopo queste considerazioni destabilizzanti di tipo nicciano, Menger si gloria del fatto che, nonostante tutto, gli economisti siano riusciti a trovare un sotterfugio per ingannare sia l’opinione sia la scienza.
Da quando gli studiosi si sono resi conto che la ricerca di beni o complessi di beni (panieri) di valore di scambio uguale nello spazio e nel tempo, in grado cioè di neutralizzare lo spazio e il tempo, è una chimera, il tentativo, scrive Menger, è stato rivolto a misurare (corsivo di Menger), a fissare matematicamente la diversità nello spazio e le variazioni nel tempo del valore di scambio estrinseco del denaro.
Lo ribadisco ancora una volta. Menger sottolinea la parola Misurare, perché vuole avvertirci, se ce ne fosse ancora bisogno, che questo misurare è fittizio, ed è fittizio perché l’unità di valore con cui si pretende di misurare non può precedere, di diritto, la misurazione stessa. Il valore emerge a cose fatte. Non può risultare dai fatti, almeno sino a quando questi fatti non sono belli e finiti. In questo senso ha ragione Nietzsche quando dice che non ci sono fatti, che la misurazione di un fatto è un'interpretazione, ovvero una finzione, una costruzione, una performance, un performativo.
In Cosa significa pensare, scrive Franco Catafalco, Heidegger mostra la stessa cosa in questo modo. Si dice ad esempio: io penso che questa notte nevicherà. Chi parla così non ha un pensiero, ma una semplice opinione. Il nostro fare e non fare si muove ogni giorno in opinioni di questo genere, ed è necessario che sia così. Anche le scienze non ne sono esenti. Quanto unilaterali sono queste opinioni? Non appartiene forse ai più alti principi della scienza di indagare i propri oggetti a partire dal numero più alto di lati, o addirittura da tutti i lati? Dove c’è qui ancora qualcosa di unilaterale? Esattamente nel punto in cui si trova l’ambito della sua ricerca. La scienza storia, ad esempio, indaga su un’epoca in base a tutti i suoi possibili aspetti, senza mai ricercare che cosa è la storia. Essa non è assolutamente in grado di porsi scientificamente questa domanda. Su percorsi storici nessuno troverà mai cos’è la storia.
Husserl, continua ancora Catafalco, dice la stessa cosa in modo più elegante. L'induzione a partire da dati di fatto dell'esperienza non può fondare la validità di una legge, fonda soltanto la più o meno alta probabilità di questa validità, solo la probabilità e non la legge ha una giustificazione apoditticamente evidente. [Ricerche logiche, 143]
Il discorso dovrebbe essere chiuso.
E tuttavia, continua Menger, l’idea di come poter neutralizzare lo spazio e il tempo era a portata di mano (11,6). Preso atto della diversità e delle oscillazioni di valore di un mezzo di misurazione, e della conseguente impossibilità di eliminare l’insicurezza che queste oscillazioni inducono nella vita economica, tanto valeva misurarle, in modo da dominare per questa via, invece di essere dominati, quell’elemento di insicurezza per la vita economica.
Visto che le oscillazioni non possono, di diritto, essere dominate, perché, quale che sia la strada che si imbocca, si cade in un circolo, tanto valeva, dice Menger, misurare queste oscillazioni del valore. Ma misurarle a cose fatte non serve a nulla. A meno che, misurandole, non si voglia indicare una tendenza. Ma indicare una tendenza, mostrare verso dove una serie storica si indirizza, è re-introdurre il teleologismo.
Tutte le misurazioni tendenziali, tutti i discorsi tendenziali, tutti i discorsi che si pongono come scopo di anticipare l’avvenire, sono affetti da teleologismo. Non se ne salva nessuno. Tutti quei ricercatori che si beano di aver azzeccato la previsione sono malati di onto-teologismo. Fanno teologia.
Le cose sarebbero semplici, scrive Franco Catafalco, se si potesse chiudere la vicenda con questo anatema.
Tuttavia, il debole, una volta constata la sua debolezza, non è detto che si arrenda. E infatti Menger non si arrende, neanche di fronte all’evidenza del suo stesso ragionamento.
La scienza economia  non può dominare l’evento. Non ha alcuna possibilità di procurarsi un metro per misurare ciò che viene, e neutralizzarne la novità. E nonostante ciò Menger  si ostina a scrivere che il problema sarebbe risolto, e tutto potrebbe essere dominato e ricondotto entro le leggi del fino ad oggi,  se, per esempio, riuscissimo a stabilire – sia pure solamente in generale (grosso modo) – che su un certo mercato, con una identica somma di denaro, si possono o si sarebbero potuti acquistare grosso modo 1/3 di beni in più che su un altro mercato, oppure, sullo stesso mercato e con la stessa somma di denaro, grosso modo 1/6 in meno o ¼ in più di beni che in un altro periodo, poniamo un secolo prima.
È da notare qui la strana logica che viene introdotta, una logica del Come se. Facciamo Come se, contiamo Come se, comportiamoci Come se non ci fosse un mondo in divenire, come se le cose fossero fisse e enumerabili, e in base a questo conteggio comportiamoci in modo che la venuta dell’evento sia il più possibile, grosso modo, in generale, assimilabile a ciò che è noto. Contiamo, enumeriamo, consultiamo le serie storiche, facciamo in modo di impedire la venuta dell’avvenire.
Un modo c’è, dice Menger. Se si tratta di formarsi un giudizio sulla variazione del potere d’acquisto generale del denaro (cioè del valore del denaro espresso in merci) su un unico e medesimo mercato (per esempio ad Amburgo), allora il procedimento più semplice è quello di sommare anzitutto i prezzi fissati su quel mercato, in un determinato periodo, per le rispettive quantità unitarie di un gruppo il più ampio possibile di merci di vario genere (i cosiddetti prezzi unitari), e poi confrontare il risultato con l’insieme aggregato dei prezzi ottenuto allo stesso modo, per il medesimo mercato e il medesimo gruppo di merci, ma rispetto ad altri periodi. Il confronto tra questi cosiddetti numeri-indice ci fornisce una base – per molti aspetti insufficiente ma comunque utile per singoli scopi pratici – per valutare se su un determinato mercato i prezzi dei beni in generale (grosso modo) abbiano subìto un aumento oppure una riduzione tra i due periodi.
Come si può apprezzare in questa lunga citazione, Menger ha ancora il buon gusto di scrivere e dire apertamente che le misurazioni cosiddette scientifiche, i numeri-indici e tutta la statistica economica, seguono la regola del grosso modo, del pressappoco, e che che tutta questa misurazione, ha solo un fine pratico, neutralizzare il discorso dell’economia politica, neutralizzare la politica, la decisione, impedire al futuro di venire, neutralizzare l'avvenire.
Ecco qui stabilita una unita di misura universale nell’unico modo in cui Menger crede e pensa che possa essere stabilità, ovvero costruendo un abito, che all’occorrenza, ma solo per fini pratici limitati, il gregge degli economisti contabili e dei geopolitologi della domenica può indossare per produrre e sfoderare le statistiche, i dati di fatto, le serie storiche, i numeri indice e compagnia bella.

Le note di Franco Catafalco al testo di Menger sono molto più lunghe e articolate, e riassumendole  spero di non averle tradite.
In conclusione di questa tirata è forse il caso di ripetere qui la lezione impartita dagli animali a Zarathustra, lezione che è un’ottima descrizione di come funziona il mercato.

«O Zarathustra» risposero gli animali, «per coloro che pensano come noi danzano tutte le cose: vengono e si danno la mano e ridono e fuggono — e ritornano. Tutto se ne va, tutto ritorna; eternamente gira la ruota dell’essere. Tutto muore, tutto torna a fiorire, eternamente corre l’anno dell’essere. Tutto si rompe, tutto si ricompone, eternamente si costruisce la stessa casa dell’essere. Tutto si separa, tutto torna a salutarsi; eternamente rimane a sé fedele l’anello dell’essere. In ogni attimo comincia l’essere; intorno a ogni Qui ruota la pallina Là. Il centro è dappertutto. Curvo è il sentiero dell’eternità».

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