La malinconia del laureato – meridionale.

 

Sempre più spesso si sente il lamento di laureati meridionali costretti, dalle ristrettezze economiche, ad accettare impieghi non adeguati al loro curriculum.
Non si tratta propriamente di un lamento, ma di una condizione esistenziale che si rapporta al proprio passato come ad una cosa sepolta viva – Kristeva, Sole nero.
Si è in presenza di un passato che non passa, che fa rivivere tutta la propria vicenda umana come la storia di un fallimento, di un fallimento personale e generazionale.
La nostra generazione ha dovuto saltare il giro, scrive qualcuno. Siamo rimasti fregati, scrive qualcun altro. Se fossimo nati qualche decennio prima, ai tempi di Fanfani, Spadolini, De Mita, Andreotti e Craxi, non ci troveremmo a dover condividere le nostre angosce con i turnisti delle aziende di servizi.
Cosa chiedono questi laureati malinconici?
Chiedono un impiego adeguato al talento.
In molti casi chiedono di avere un posto, il Posto. Un posto che gli spetterebbe per via del fatto che qualcuno ha voluto che diventassero dei veri talenti.
E se qualcuno ha voluto la causa, adesso non può non volere le conseguenze.
Ma le conseguenze hanno un costo, un costo che nessuno vuole accollarsi.
Se questi talenti fossero valorizzati, si dice, alla lunga produrrebbero una ricchezza superiore al costo. Di gran lunga superiore. Perché il lavoro di concetto, si dice, produce più valore aggiunto di quanto ne crea il lavoro esecutivo.
Cos’è un talento, un lavoratore di concetto, un intellettuale?
Provare a fornire una definizione di lavoratore di concetto o cervello o intellettuale è un'impresa veramente ardua.
Per quanto riguarda i cervelli o intellettuali, vorrei ricordare alcune riflessioni del 1932 di Antonio Gramsci.
“Nel mondo moderno - scrive Gramsci - la categoria degli intellettuali si è ampliata in modo inaudito [1932]. Sono state elaborate dal sistema sociale democratico-burocratico masse imponenti, non tutte giustificate dalla necessità della produzione - queste masse sfruttano la loro posizione per farsi assegnare taglie ingenti sul reddito nazionale. La formazione di massa ha standardizzato gli individui e determinato gli stessi fenomeni di concorrenza che pone la necessità dell'organizzazione professionale di difesa, disoccupazione, superproduzione scolastica, emigrazione, ecc. [Einaudi 1520]
L'Italia anziché spendere qualche miliardo in posti per intellettuali, preferisce spendere il denaro in armamenti, e con ciò vedere compromesso il proprio futuro, visto che gli armamenti producono distruzione, mentre gli intellettuali contribuiscono, si dice, alla costruzione del futuro.
Se le armi, invece, producessero ricchezza, e magari in misura superiore alle idee?
O se le idee producessero armi, e le armi ricchezza, e la ricchezza disoccupazione intellettuale?
Queste sono questioni economiche da specialisti, da intellettuali, e qui non siamo sufficientemente qualificati per rispondere.
Certo, di intellettuali ce ne sono di tanti tipi, e “il sistema militare - continua Gramsci – offre un modello di queste complesse graduazioni: ufficiali subalterni, ufficiali superiori, Stato maggiore; e non bisogna dimenticare i graduati in truppa, la cui importanza reale è superiore a quanto di solito si pensi. È interessante notare che tutte queste parti si sentono solidali e anzi che gli strati inferiori manifestano un più appariscente spirito di corpo e traggono da esso una «boria» che spesso li espone a frizzi e motteggi” 1520.
Ma chi sono in verità gli intellettuali?
Sino a qui ho dato per scontata la questione.
Altrimenti, sarebbe mai potuta iniziare questa circonvoluzione?
La domanda se l'è posta anche da Gramsci: “Si può trovare un criterio unitario per caratterizzare ugualmente tutte le diverse e disparate attività intellettuali e per distinguere queste nello stesso tempo e in modo essenziale dalle attività degli altri raggruppamenti sociali?? 1516
La sua risposta è negativa.
Qualche riga dopo aggiunge che “tutti gli uomini sono intellettuali”.
Come dire che nessuno è intellettuale, o che non esiste un criterio, o che lui non lo ha trovato. Perlomeno nel testo che ho consultato.
Tuttavia, subito dopo, aggiunge che “non tutti gli uomini hanno nella società la funzione di intellettuali”.
Sia come sia, il laureato, intellettuale o meno, vive il rifiuto che lo Stato gli manifesta come la morte del passato della Belle Époque Democristiana e Comunista. Un passato morto e sepolto, ma che non vuole passare. Un passato che non è stato seppellito bene, e che pertanto ritorna a infestare i sogni del laureato.
La perdita di questo passato comporta un doloroso stato mentale, una mancanza di interesse per il mondo esterno.
Il Laureato non desidera più uscire di casa, non vuole incontrare nessuno, neanche gli amici più cari, rimane a letto tutta la giornata, non si lava, non si pettina, non si cura dell'aspetto fisico o dell'abbigliamento, va anche a fare la spesa con le pantofole.
Se è stato scartato dalla storia è perché è indegno, perché è brutto, perché è basso, è schifoso, è un mostro repellente.
Ogni pensiero, rimane a lungo un pensiero per il passato che non c’è più.
Emerge anche una diminuzione dall'auto-stima, che man mano si trasforma in aperta auto-denigrazione.
Il laureato si sente indegno, indegno persino del passato che è stato seppellito, oppure si sente incapace, non all'altezza, o anche moralmente spregevole. Colpevole di essere, tra le tutte le persone, quella che ha raggiunto il limite più basso di indecenza.
Si arriva al punto che la denigrazione aspira alla punizione, al castigo, alla cacciata. E in effetti il Laureato vive la sua passione come una traversata del deserto.
Non è sufficiente conoscere, nel proprio intimo, il livello di bassezza toccato. Si sente il bisogno irrefrenabile di rendere noto il proprio stato inviando post sui social ad amici e parenti, o a semplici conoscenti, per degradarsi davanti a loro. E addirittura commiserare i propri parenti per avere dei vincoli con una persona indegna come lui.
Per nulla consapevole di ciò che gli sta capitando si convince di essere nato storto, di avere persino una natura mostruosa.
“Il quadro di questa mania dell'inferiorità (soprattutto morale) - scrive Freud in Lutto.. - viene completato dall'insonnia e dal rifiuto di nutrirsi, e  - cosa psicologicamente assai notevole – da un superamento della pulsione di autoconservazione”.
Il Laureato non riesce a distogliere la carica emotiva dall'oggetto scomparso, dal passato che non c’è più.
Più la sofferenza e la solitudine si fanno patenti e manifeste, più il laureato si attacca all'oggetto perduto. Ma l'attaccamento prende la forma dello scongiuro, del ri-seppellimento convulsivo, della tumulazione definitiva.
La speranza è di ricacciare il passato nell'abisso dell'ignoto. Lo si vorrebbe cancellare dalla mente, e cancellarlo con effetto retroattivo. Senza avvedersi che cancellando la traccia dell'altro, ammesso che ciò sia mai possibile, si finisce per cancellare se stessi.

Share/Save