Il cifrario di Freud

 

All’inizio del capitolo 2 dell'Interpretazione dei sogni, Freud dice che la scienza non ammette un problema di interpretazione dei sogni. Per essa il sogno non è affatto un atto psichico, bensì un processo somatico. Al contrario, i profani, pur ammettendo che il sogno è incomprensibile e assurdo, tuttavia non gli negano ogni significato. Guidati da un’oscura intuizione gli accordano un senso, anche se celato, e lo considerano un surrogato di un altro processo mentale, per cui si tratterebbe solo di interpretare la vera natura di questo surrogato per giungere al significato celato del sogno.
Il mondo dei profani, dice Freud, da tempo immemorabile si è sforzato di interpretare i sogni avvelenasi di due metodi differenti: 1) un metodo simbolico, che considera il sogno nella sua totalità, e 2) un metodo di decifrazione, che tratta il sogno come una specie di linguaggio cifrato in cui ogni segno viene tradotto, secondo una chiave prestabilita, in un altro segno di significato conosciuto.
Il primo metodo è usato nella Bibbia da Giuseppe (Genesi 41,2-4) per interpretare il sogno, avuto dal faraone, in cui sette vacche grasse sono divorate da sette vacche magre. Le vacche sono interpretate come anni, sette anni di prosperità che si trasformano in sette anni di carestia. La sostituzione simbolica porta alla predizione di sette anni di carestia in Egitto.
Secondo questo metodo, dice Freud, il sogno si occupa prevalentemente del futuro, di cui intuisce in anticipo la configurazione. È un residuo del significato profetico un tempo riconosciuto ai sogni. La riuscita dell'interpretazione è legata all’ingegnosità, all’intuizione immediata, e per questa ragione il metodo riuscì a elevarsi a esercizio d’arte legato in apparenza a doti particolari. Aristotele, nota Freud, precisa che il miglior interprete di sogni è colui che meglio coglie le analogie: perché, come le immagini nell’acqua, le immagini del sogno sono deformate dal movimento. Coglie nel giusto chi nell’immagine deformata riesce a riconoscere il vero.
Il secondo metodo, dice Freud, è molto lontano dal primo. Ho sognato una lettera, ma anche un funerale, eccetera; consulto un Libro dei sogni – un cifrario - e trovo che Lettera va tradotto con Dispiacere, Funerale con Fidanzamento. Spetta ora a me creare un nesso fra i termini chiave decifrati, nesso che di nuovo accolgo come rivolto al futuro. Una variante interessante di questo metodo, che ne corregge in parte il carattere di traduzione puramente meccanica, si trova nel libro sull’interpretazione del sogno – Oneirocritica - di Artemidoro di Daldi.
L’essenziale di questo procedimento, conclude Freud, è che il lavoro d’interpretazione non è volto alla totalità del sogno, ma ad ogni singolo brano del suo contenuto, come se il sogno fosse un conglomerato, in cui ogni frammento richiede una determinazione particolare.
I due metodi tradizionali e popolari di interpretazione del sogno, dice Freud, non hanno una validità scientifica sostenibile. Il primo – metodo simbolico – ha un’applicazione limitata ed è incapace di una spiegazione generale. Il secondo - metodo di decifrazione – non garantisce per nulla l’attendibilità della Chiave del libro dei sogni. Le voci elencate nel cifrario, i rimandi, e i significati che propone, sono del tutto arbitrari.
Nonostante la completa inaffidabilità scientifica dei due metodi popolari, Freud si è comunque convinto che la loro adozione sembra essersi avvicinata alla verità delle cose più del giudizio della scienza.
Debbo affermare che, dice Freud, il sogno ha effettivamente un significato, e che un procedimento scientifico nell’interpretazione del sogno è possibile.
Il procedimento scientifico deve prendere le mosse dal metodo di decifrazione. Non bisogna fissare l’attenzione sul sogno nella sua totalità, ma solo su singoli elementi parziali del suo contenuto. E tuttavia, aggiunge Freud, il mio metodo non è comodo come il metodo popolare di decifrazione, che traduce il contenuto del sogno in base a una chiave fissa. Anzi, continua Freud, sono quasi rassegnato al fatto che lo stesso contenuto possa rivestire un significato diverso, secondo le persone e il contesto.
È per questa ragione che Freud si sente costretto a ricorrere ai propri sogni.
Nel caso dei miei propri sogni, dice Freud, sono certamente in grado di controllare sia la persona – il ché appare ovvio, ma poi, come si vedrà, non è così ovvio - sia il contesto. E nonostante tutto, conclude Freud, qualcuno potrà sempre porre in dubbio l’attendibilità di queste autoanalisi, e dire che l’arbitrio non è affatto escluso dall'interpretazione.
Dove si insinua l’arbitrio?
Prima di tutto nel cifrario. Nella corrispondenza tra il contenuto sognato e la sua traduzione. Niente assicura che la traduzione parola per parola sia esatta. I significanti assumo un senso a seconda della struttura nella quale sono inseriti. In più, questa struttura comprende il contesto in cui la significazione si produce. Per questa ragione un cifrario fisso è improponibile. Esso presuppone un modo di sognare sempre identico – nella stessa persona e da persona a persona - in cui i Significanti si presentano con un supposto significato sempre identico, dove Lettera sta sempre per Missiva e mai per Lettera dell’alfabeto. Va da sé che è solo il contesto in cui il Significante Lettera appare, ad aiutare a capire quale tra i due significati scegliere.
Nel caso dell’autoanalisi Freud crede di poter dominare questo arbitrio. Crede di avere una certa autorità sia su quello che sogna, e dunque sull’inconscio, sia sul contesto generale in cui il sogno e l'interpretazione si innestano. Crede, spera, di possedere questa autorità, perché in verità dubita sempre, e fino alla fine, della traduzione. I Simboli onirici – i Significanti - dice ancora Freud Nell’interpretazione, sono spesso plurisignificanti e ambigui. Soltanto il contesto ci consente di volta in volta l’interpretazione esatta.
Sia come sia, Freud, a differenza dalla scienza del suo tempo, che considerava il sogno come un mero processo somatico, lo considera come un sintomo. Il sogno, scrive, è inseribile nella concatenazione psichica e va trattato come un sintomo a cui va applicato il metodo d’interpretazione già elaborato per il sintomo. Dunque, il processo di traduzione non si limita al sogno, ma riguarda, più in generale, l’intero impianto della psicanalisi e tutta l'interpretazione dello psichico.
A questa questione Derrida ha dedicato uno dei suoi saggi più famosi, Freud e la scena della scrittura. Si tratta di una conferenza tenuta all’Istitut de psychanalyse nel 1966.
La decostruzione, dice Derrida, non è una psicanalisi della filosofia. Anche se certe apparenze fanno pensare il contrario. Per esempio l’analisi di una rimozione e di una repressione storica della scrittura. Una rimozione che costituisce l’origine della filosofia come episteme, della verità come unità del logos e della phoné. Rimozione, non dimenticanza, ribadisce Derrida. Rimozione, e non esclusione. Rimozione non riuscita, in via di decomposizione storica. Una non-riuscita che conferisce al suo divenire una certa leggibilità e ne limita l'opacità storica. Poi c’è la forma sintomatica del ritorno del represso. La rimozione della scrittura come di ciò che minaccia la Presenza e la signoria dell’Assenza.
In merito al tema della traduzione Derrida dice che il fatto che manchi una cifrario – un codice – esauriente e assolutamente infallibile, significa che nella scrittura psichica, che annuncia così il tema di ogni scrittura in generale, la differenza tra Significato e Significante non è mai radicale. L’esperienza inconscia non prende a prestito, ma produce i propri Significanti. Non li crea nel loro corpo, ma produce la loro significanza. Ma allora, conclude Derrida, non sono più dei Significanti. E la possibilità della traduzione, anche se non è certo annullata, sembrerebbe in via di principio e definitivamente limitata. E ciò perché, come Freud allude nell’articolo sulla Rimozione, la produzione del rimosso può avere un destino proprio, può lavorare in modo del tutto individuale. E ciò significa che il rimosso segue una via quasi completamente idiomatica. Pertanto, non può esserci traduzione, visto che non c’è un codice permanente di sostituzione o di trasformazione dei Significanti sempre Presente. Se la struttura onirica produce i propri Significanti, bisognerebbe riscrivere il cifrario ad ogni sogno, il ché rende impossibile ogni interpretazione.
Eppure, dice Derrida, Freud continua a tradurre. Crede alla generalità e alla costanza di un certo cifrario della scrittura onirica. Anche se poi si arrende e chiede [Interpretazione dei sogni] se molti di questi simboli onirici non si presentino come i “segni” della stenografia, con un significato fissato una volta per sempre, e ci si sente tentati di abbozzare un nuovo “libro dei sogni”, secondo il metodo cifrato. E di fatto, dice Derrida, Freud ha sempre continuato a proporre cifrari e codici, regole, di grande generalità. Tanto che la sostituzione dei Significanti sembra essere l’attività essenziale dell'interpretazione psicanalitica. E tuttavia, nota Derrida, Freud assegna un limite essenziale a questa operazione. Anzi due limiti.
Da una parte la sonorità dell’espressione verbale del sogno [quella che Saussure chiama immagine acustica], il Corpo dell'espressione, non si cancella di fronte al significato. Agisce in quanto tale. Un corpo verbale, dice Derrida, non si lascia tradurre o trasportare in un’altra lingua. È proprio quello che la traduzione lascia cadere. Lascia cadere il corpo. Qui sta anche l’energia essenziale della traduzione. Poiché il corpo del significante costituisce l’idioma per ogni scena di sogno, il sogno è intraducibile. Il sogno dipende così intimamente dall'espressione verbale [dall’immagine acustica] – rileva Ferenczi – che ogni lingua ha la propria lingua di sogno.
Da un’altra parte, se non è possibile tradurre il sogno in un’altra lingua è anche perché, all'interno dell'apparato psichico, non si ha mai rapporto di semplice traduzione. Si parla a torto, dice Freud, di traduzione o trascrizione per descrivere il passaggio dai pensieri inconsci attraverso il preconscio verso la coscienza. Il concetto di traduzione suppone un testo già pronto, immobile, Presenza impassibile, di cui si trasferirebbe senza danno il contenuto significato in un altro linguaggio, quello del preconscio o del conscio. A questo proposito [Interpretazione dei sogni, la Rimozione] Freud ribadisce che quando si dice che un pensiero inconscio tende alla traduzione nel preconscio per poi penetrare nella coscienza, non si intende dire che debba formarsi un secondo pensiero situato in un altro punto, una trascrizione per così dire, accanto alla quale continua a sussistere l’originale. Non c’è nessun originale che passa da un luogo ad un altro. Per la penetrazione nella coscienza, dice Freud, intendo escludere accuratamente qualsiasi idea di cambiamento di luogo.
Se il sogno non è un pensiero inconscio che tende alla traduzione, dunque al passaggio, nel preconscio e nella coscienza, se non è una Presenza fissa nell'inconscio, allora cos’è? Come si fissa, se si fissa?
Qui entra in campo la questione della memoria.
Freud, dice Derrida, è partito da un sistema di tracce funzionanti secondo un modello naturale. Si trattava di spigare la memoria nello stile delle scienze naturali, che è ciò che si fa ancora oggi, anche in ambito scientifico, quando si considera la memoria come un hard drive sul quale sono incise, fissate e accumulate una serie di informazioni codificate secondo un linguaggio convenzionale o naturale. I processi psichici sono intesi come stati quantitativi di particelle materiali identificabili in cui si fissano i ricordi.
Il problema di questa teoria è che non riesce a spiegare la persistenza della traccia memorizzata e della verginità della sostanza che la riceve. I neuroni, dice Freud [Progetto di una psicologia], dovrebbero essere contemporaneamente influenzati e inalterati, non prevenuti. Non possiamo immaginare un apparato capace di un funzionamento tanto complesso. Ma la situazione potrebbe essere risolta se si assegna la caratteristica di venire permanentemente influenzati dall’eccitamento a una certa classe di neuroni, e quella di restare immutabili, pronti a ricevere nuovi eccitamenti, a un’altra classe. Se si distingue tra neuroni cancellabili [memoria Ram] e neuroni non cancellabili [Memoria Rom] il problema è risolto.
Così, dice Freud, è nata la distinzione corrente tra “cellule percettive” e “cellule mnemoniche”, distinzione che non si adatta però ad alcun altro contesto e che non ha alcun elemento a suo sostegno.
Per questa ragione Freud rigetta la teoria delle doppie cellule, ed elabora l’ipotesi delle barriere di contatto e delle facilitazioni. Secondo questo nuovo schema, esisterebbero due tipi di neuroni. Un tipo permeabile, che non offrirebbe resistenza agli stimoli esterni e che dunque non manterrebbe traccia delle impressioni, e un secondo tipo che offrirebbe, invece, resistenza (barriere di contatto), conservando stampata la traccia. La forza di impressione passerebbe liscia nel primo tipo di neuroni, e troverebbe resistenza, resistenza opposta da un’altra forza, nel secondo tipo di neuroni. Le tracce mnestiche emergerebbero da questo scontro di forze. Il tutto, dice Derrida, presuppone una certa violenza e una certa resistenza difronte all'effrazione.
Se questa spiegazione si fermasse qui, saremmo ancora nello schema della doppia tipologia di neuroni. Ci sarebbero i neuroni della percezione (La memoria Ram) che accolgono l’informazione e la trasmettono ai neuroni della memoria vera e propria (memoria Rom), i quali la fissano definitivamente nel ricordo. Ma le cose non stanno così. Vi è un fluire di eccitamento, un transito di energia, di forza, che si imprimerebbe allo stesso modo, se la resistenza fosse uguale. Se la resistenza – la facilitazione - fosse ovunque uguale non vi sarebbe nulla in grado di spiegare perché il fluire dell’eccitamento dovrebbe scegliere una via, e dunque imprimere una traccia [un Significante], anziché un’altra. Perciò, dice Freud, si deve concludere che la memoria è rappresentata dalle differenze delle facilitazioni esistenti tra i neuroni. La memoria emerge da queste differenze. La memoria non è un’impressione solidificata in una facilitazione, in una traccia permanente. Lo metafora del magazzino non ha fondamento. Non c’è niente di fisso che sia stoccato in un deposito. La memoria personale non funziona come una memoria fissa, come un Hard Drive. Se la memoria fosse un mero magazzino, non ci sarebbe bisogno di alcuna interpretazione dei sogni, non ci sarebbero lapsus, dimenticanza, confusione, rimozione, repressione, non ci sarebbe alterazione del ricordo, insomma.
La traccia come memoria, dice Derrida, non è una facilitazione pura che sia sempre possibile recuperare come semplice presenza, è la differenza inafferrabile e invisibile tra le facilitazioni. Sappiamo già che la vita psichica non è la trasparenza del senso né l’opacità della forza, ma la differenza nel lavoro delle forze. Nietzsche diceva questo – conclude Derrida.
La memoria – il ricordo, quello che si vuole! - non è un terzo elemento fisso (il senso, il valore, il significato, il campo - aggiunge Deleuze) che sta tra le forze, o che le forze caverebbero da un magazzino. Il valore è lo stato delle forze - se le forze avessero uno stato -, più la traccia.
E infatti le forze non hanno uno stato. Freud, come Nietzsche, scrive Deleuze, pensa la coscienza in rapporto alla superiorità, ossia in termini di valori. La coscienza non è mai coscienza di sé, ma di un io in rapporto al sé che non è cosciente. Non è coscienza del padrone, ma del servo in rapporto a un padrone che non può essere cosciente. [Hegel].
In una lettura di Freud guidata totalmente da Nietzsche, Derrida innesta l’altro tema nicciano: l’eterno ritorno.
La memoria, scrive Freud, è la forza continuamente attiva di un’esperienza. E dipende dall’entità dell’impressione e dalla frequenza con cui una stessa impressione si ripete.
Cosa vuol dire?
Dove ha inizio la memoria?
Sotto la pressione delle esigenze della vita, scrive Freud, il sistema nervoso è stato costretto a immagazzinare quantità di carica. Ma ora esso evita, almeno fino a un certo punto, di lasciarsi colmare di carica, stabilendo le facilitazioni. La vita si difende attraverso le facilitazioni.
Le facilitazioni trattengono il carico e lo differiscono, questo trattenimento lascia una traccia.
Tracciare significa fratturare, segnare, imprimere. L’impressione in sé non significa niente, non è ancora la memoria, perché la memoria (forza continuamente attiva) dipende dall’entità dell’impressione e dalla frequenza con cui si ripete. Ma la ripetizione non è un puro trasferimento di un testo fisso, presente nell'inconscio, trattenuto una volta per tutte. L’inconscio non è un libro infinito che accoglie in sequenza ogni carica fissandola in una trascrizione distinta. La memoria funziona come un notes magico. Sul quale si scrive, e si riscrive, all’infinito, perché si scrive su una pellicola cancellabile. Anche se la cancellazione non è mai completa. Rimangono delle tracce in una sottostante tavoletta di cera.
La scrittura, dice Derrida, è impensabile senza la rimozione. Se non ci fosse che percezione, tutto sarebbe scritto, ma nulla sarebbe registrato. Nessuna scrittura si produrrebbe, e non sarebbe ripetuta come leggibilità. Se qualcosa è in noi leggibile, dice Derrida, è perché c’è qualcuno che scrive. Ma questo qualcuno non è un soggetto puntuale, sovrano, presente. Il soggetto della scrittura è un sistema di rapporti a più strati. A scrivere sono le facilitazioni, a scrivere è la resistenza. Ma la resistenza non è una coscienza, non è un soggetto, non è una presenza, è una forza. E una forza non è ancora niente se non si misura con un’altra forza.
Bisogna sottolineare, dice Derrida, che non c’è una vita presente in primo luogo, che in seguito arriva a proteggersi. All’inizio si danno le facilitazioni, le resistenze, le tracce, le differenze. Sarebbe inadeguato definire la vita un campo di forze [Deleuze, Nietzsche], giacché un luogo, un campo di forze o un campo di battaglia, non esistono di per sé. Non c’è quantità di realtà – di realtà vivente -, ma ogni realtà vivente è già quantità di forze.
Ecco perché, dice Derrida, la scrittura psichica, per esempio quella del sogno, che segue antiche facilitazioni, non si lascia leggere a partire da un codice. Certo, essa opera con un gran numero di elementi codificati nel corso di una storia individuale e collettiva. Ma nel suo lessico e nella sua sintassi resta irriducibile un residuo puramente idiomatico. Colui che sogna, aggiunge Derrida, inventa la propria grammatica. Per questi motivi il metodo di decifrazione e i cifrari si mostrano totalmente inutili nella interpretazione dei sogni.
La traduzione realizzata con il codice presuppone un testo fisso e leggibile, Presente altrove, rimosso e relegato nell’inconscio, dal quale penetrerebbe in un altro luogo, nella coscienza. Ma le cose non stanno così. Freud deve riconoscere che Quando diciamo che un pensiero inconscio tende alla traduzione nel preconscio per poi penetrare nella coscienza, non intendiamo dire che debba formarsi un secondo pensiero situato in un altro punto, una trascrizione per così dire, accanto alla quale continua a sussistere l’originale.
Non c’è alcun originale.
Non c’è una verità inconscia – non c’è una verità dell'inconscio – da ritrovare in quanto sarebbe scritta altrove. Non c’è un testo fissato e presente altrove. Ci sono solo tracce. Non c’è, dice Derrida, testo presente in generale. E non c’è neppure testo presente-passato, un testo passato come essente stato-presente [Heidegger]. Il presente significato è sempre ricostruito a posteriori, in un secondo momento, in modo supplementare. Il supplente – o il supplemento – aggiunge sempre quello che manca. Il testo che viene chiamato presente, dice Derrida, si decifra solo nel post-scriptum. Che il presente in generale non sia originario ma ricostituito, che non sia la forma assoluta, pienamente vivente e costituente dell’esperienza, che non ci sia una purezza del presente vivente, è questo il tema formidabile per la storia della metafisica, che Freud ci invita a pensare.
Il passaggio alla coscienza, dice Derrida, non è una scrittura derivata o ripetitiva, una trascrizione che duplica la scrittura inconscia, esso si produce in modo originale e, nella sua stessa secondarietà, è originario e irriducibile.
Nel caso dell’Uomo dei lupi, un bambino, scrive Freud, ad un anno e mezzo riceve un’impressione a cui non può reagire adeguatamente. Solo 4 anni dopo, rianimandola, la intende e ne è colpito. E solo altri due decenni dopo è capace di concepire con un’attività mentale cosciente quanto era accaduto allora.
Il post-scriptum che costituisce il presente-passato come tale non si accontenta, dice Derrida, come forse hanno potuto pensare Platone, Hegel e Proust, di risvegliarlo o di rivelarlo nella sua verità. Esso lo produce.
La traccia deve ripetersi nel post-scriptum. Ed è a partire dal post-scriptum che diventa traccia. E il post- del post-scriptum, a sua volta, deve riprendere e lasciarsi ripetere dalla traccia.
Forse, dice Derrida, bisognerebbe leggere Freud come Heidegger ha letto Kant - come l’io penso, l’inconscio è intemporale solo rispetto a un certo concetto volgare del tempo. 

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