Pronipoti di sua maestà il Potere

 

 

Il Manifesto del Nuovo Realismo di Maurizio Ferraris è un piccolo trattato di Politica. È uno di quei libri da tenere sul comodino, come il vocabolario. Ogni politologo dovrebbe averne una copia, e leggerla e rileggerla di tanto in tanto. Anche perché il libretto arriva al dunque senza troppi giri di parole.
Il tema centrale, nonostante il titolo, non è la realtà, o il realismo. Il tema centrale è la Resistenza, la Resistenza che il Potere incontra e non può che incontrare sul proprio cammino.
È veramente curioso che proprio adesso, in un momento in cui si chiede alla politica di sollevare la testa, e rendersi autonoma o sovrana rispetto ad altre forze o tendenze, arrivi questo libretto sulla Resistenza.
La tesi del Libretto è chiara, senza Resistenza ci sarebbe l'immobilismo. Se la Volontà Politica non incontrasse alcuna Resistenza, e potesse dispiegare pienamente il proprio progetto, se fosse in suo potere fare ciò vuole e ordinare le misure più adatte, se potesse prendere in mano le redini della situazione e considerare la realtà, per esempio il mondo della finanza e dell'economia, come infinitamente manipolabili, costruibili o decostruibili, se la politica non avesse alcun limite, se non sperimentasse alcun attrito o resistenza, non accadrebbe ciò che molti auspicano, ovvero una fuga dal manicomio economico nel quale siamo piombati. Se la politica avesse finalmente tutto il Potere che chiede e di cui si dice abbia bisogno, un potere che le sarebbe stato momentaneamente tolto o limitato da altre istanze, se tutto fosse possibile, il miracolo non accadrebbe comunque, perché senza Resistenza il potere è nullo.

Bisogna subito sgombrare il campo da un primo fraintendimento. La Resistenza non è quella di un altro potere, tale che la realtà sarebbe l'effetto di uno scontro di poteri, come si pensa avvenga oggi in economia, dove si dice che, di volta in volta, si contrappongano un potere finanziario e un potere industriale, o il potere di uno Stato, per esempio la Germania, con quello di un altro o di altri Stati.
In questo scenario alla Nietzsche non c'è alcuna Resistenza, c'è ancora l'idea che il Politico, se avesse il potere, potrebbe fare tutto ciò che vuole. Potrebbe scavalcare ogni ostacolo, abbattere ogni barriera, superare ogni momento critico.
La Resistenza è in questo caso considerata come un qualcosa di interno, come un limite interiore, come una barriera della forza alla forza stessa.
La Resistenza è qui intesa come un deficit, ma un deficit del potere – doppio genitivo.
Bisogna sgombrare il campo da questa visione Operaista. La Resistenza non è un Contro-Potere.
“A un certo punto c'è qualcosa che ci resiste”, scrive Ferraris. Ma questo qualcosa non è un altro potere, non è un altro politico, non è un Nemico, per esempio uno Stato Ostile.

Poi bisogna sgombrare il campo da un ulteriore fraintendimento. La Resistenza non è quella della Realtà.  Una realtà che avanzerebbe per la sua strada, secondo un percorso deterministico, teleologico. Non c'è alcun sol dell'avvenire, non c’è alcuna ultima istanza a rendere vana l'azione politica, non c’è alcuna società dei liberi in attesa di diventare reale. E se qualcuno crede che bisogna lasciare stare, che bisogna che gli eventi seguano il proprio corso, che bisogna attendere e attendere, perché sarà compito della caduta tendenziale del saggio di profitto, o delle crisi di sovrapproduzione, o delle forze di mercato, spazzare via il passato, si sbaglia. Non c’è alcun motore della storia che impedisce l'avanzata di un futuro radioso.
Anche in questo caso la Resistenza si risolve in Volontà Politica, in progetto e previsione, in anticipazione. Come nel caso precedente si tratterebbe di un potere che ha ancora in carico la Resistenza come sua emanazione.

Se non ci fosse Resistenza, se tutto fosse nella disponibilità della Volontà Politica, la quale vuole o desidera o aspira ad un avvenire diverso, non ci sarebbe modo di distinguere la realtà dall'immaginazione. Tutto sarebbe reale e contemporaneamente immaginario. La storia sarebbe un mito, e la politica una fucina di narrazioni alternative, una mitopoiesi, una fabbrica del racconto, della narrazione, del programma, e diventerebbe, come in effetti è diventata, un'affabulazione contro un'altra affabulazione, un racconto contro un racconto alternativo, senza ancoraggio, senza resistenza, senza vincoli, senza neanche etica, ovvero qualcosa che permetta di dire questo è giusto, questo è sbagliato; sarebbe un'arena in cui la ragione del più forte è sempre la migliore. E se in questi decenni si è assistito ad una rincorsa alla narrazione vincente, e si sono viste guerre combattute a colpi di narrativa, nelle cosiddette retoriche armate, con addirittura costruzioni epiche per dare profondità a personaggi mitologici con spessore poetico di tutto rispetto, lo si deve all'idea che non c'è alcuna Resistenza, che l'accoppiata Potere-Contropotere può giocarsi ogni partita, che tutto è in suo potere, persino la Resistenza, che tutto è favola o fabula o faber, che tutto è fabbricato da potenze contrapposte. Ci si squalifica a vicende, e ci si autosqualfica, perché ormai è tutto uguale, è tutto favola, è tutto mito, è tutto volontà e potere.
Che cos'è dunque questa Resistenza, che sfugge al potere, e persino al sapere, o meglio, che è per essi un limite, se non addirittura una chance?
Nel rendere conto di questa resistenza, che non è niente di immaginario, che non è qualcosa che ci si possa tranquillamente raffigurare, che non si lascia addomesticare da nessuna dialettica, che non ci sta di fronte come un contro-potere, che non è opposizione, o contrapposizione, che non è proprio niente, ma che si presenta e grida la sua esistenza; nel rendere conto di ciò che Resiste ad ogni volontà, Blanchot si riferisce al dolore e dice che non è in nostro potere smettere di soffrire, che la sofferenza ci appartiene, ma questa appartenenza non ci dà il potere di farla smettere.
Ferraris illustra la stessa idea con un bel passo di Wittgenstein, e che qui riporto integralmente, che descrive bene la situazione nella quale siamo piombati dopo dosi da cavallo di Politica, Geo-politica, Narrazione, Mitopoiesi, e Volontà di Potenza.

“Siamo giunti su una lastra di giaccio dove manca l'attrito, e perciò le condizioni sono in un certo senso ideali, ma appunto per questo non possiamo muoverci. Vogliamo camminare; dunque abbiamo bisogno dell'attrito. Torniamo sul terreno scabro!”

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