Geopolitica terra terra

 

La Geopolitica è la scienza che studia le relazione tra le potenze della Terra. Il quadro è quello di una scacchiera dove i pezzi sono gli Stati o le Confederazioni di Stati, e dove il fine del gioco è avere più potere.
La Geopolitica ammette una sola regola, la conservazione e l’accrescimento della potenza. Anche se in verità bisogna riconoscere che la conservazione non è mai possibile senza che vi sia un accrescimento continuo della potenza. Conservazione e accrescimento della potenza sono dunque sinonimi.
Lo Stato che cessa di aumentare la sua potenza viene conquistato da uno Stato più potente, oppure entra nella sua zona di influenza.
Come nel gioco degli scacchi, al quale la Geopolitica deve tutto, ciò che conta non è mai il valore (il valore facciale)  che un pezzo ha alla partenza, ma sempre il valore che assume in un determinato scenario.
Lo Scenario è la fotografia delle forze in campo e del loro dispiegamento tattico.
La Geopolitica non concepisce una fase di stasi. Le potenze sono addossate le une alle altre, e si reggono finché ognuna di esse non cessa di esprimere il proprio potenziale.
Anche quando una potenza dovesse abdicare alla sua missione, il ché è impossibile, perché volere il proprio suicidio politico è pur sempre un volere qualcosa, una fame di potenza, di potenza distruttrice, il suo potenziale non si perderebbe, ma si trasmetterebbe allo Scenario nel suo complesso.
Quando negli scacchi un pedone viene mangiato da una torre, la sua assenza è visibile e pienamente manifesta nel nuovo Scenario.
Quando si tratta di sacrificare un pedone, la perdita non ha mai un valore assoluto. Un sacrificio ha sempre un valore positivo. L’immolazione di un pedone ha sempre lo scopo di aumentare la potenza.
Queste norme di base della Geopolitica, le quali andrebbero corredate dalla serie di regolamenti minuziosi che governano le tattiche e il dispiegamento in campo, sono sufficienti al suo funzionamento.
Tutti possono dilettarsi nel gioco della Geopolitica, e adesso che si approssima il Natale, si può giocare anche in famiglia, magari davanti alla stufa a pellets.
Da tempo sono entrati in scena alcuni valori che hanno fortemente turbato i giocatori.
Tra essi vi sono i diritti umani. L’idea cioè che il sacrificio di un singolo pedone sia un sacrificio assoluto, una perdita netta.
Poi c’è la questione della tecnica. Una questione spinosa e vecchia come il cucco.
Cosa ne è del gioco, e della possibilità stessa di giocare, se una delle potenze in campo acquisisce un potere deterrente, se viene in possesso di un’arma con la quale esercitare un terrore che depotenzia gli altri attori in campo?
Si tratta del dilemma della bomba atomica, sollevato, a suo tempo, anche da Heidegger.
Da questo dilemma qualcuno ha concluso (per esempio Carl Schmitt nel Nomos della Terra), che il gioco è finito, che non ci sono più Stati, che non c’è più Geopolitica.
Il fatto è che gli Stati esistono ancora, e se è vero, come scrive Kairos Julius Baer SIM Spa in suo recente report, che “gli aggiustamenti di portafoglio sono automatici” e che “i trend follower e tutto ciò che è affidato ai computer” opera al di là, e in barba, all’intervento umano, arriva sempre il momento in cui sono “gli umani, più timorosi, incerti e zoppicanti” delle macchine, ad esser chiamati a entrare in scena.
Quando gli umani entrano in scena non sono disarmati.
Le armi non sono solo la statistica matematica, con la quale si cerca di acquisire un potere sull’avvenire, sono anche la filosofia, con la quale si cerca di addomesticare “lo spirito animale” che agisce, e non può smettere di agire, in economia.
La statistica, intesa come scienza di computazione dell’avvenire, e non come dottrina dello Stato,  fornisce il carattere fondamentale al ragionamento Geopolitico. Anche se, a detta del Foucault di Bisogna difendere la società, la scienza dello Stato si fonda proprio sulla Statistica e sull’Econometria.
Le argomentazioni dei Geopolitologi, come le mosse dei giocatori di scacchi, si basano proprio sulla previsione di cosa accadrebbe se l’avversario, certo dello spostamento di un nostro asset da una allocazione ottimale ad un’altra, muovesse a sua volta la sua liquidità da, poniamo, una valuta di uno Stato che ha appena eletto un presidente che sostiene il complesso industriale-militare, alla valuta di uno Stato che asseconda una svalutazione della propria moneta, pompando la domanda interna.
Se i computer sono così bravi nel gioco degli scacchi, ci sarà pure un motivo!
Proprio quando i computer lasciano il campo alla filosofia e alla scienza tattica della Geopolitica, così come suggerisce il report di Kairos spa (report, sia detto tra parentesi, redatto da un filosofo che chiama in aiuto uno psicanalista stregato da Heidegger), proprio quando i computer sono ritenuti incapaci di prevedere il futuro – come può una macchina calcolare l’incalcolabile, prevedere ciò che non è già stato previsto nelle sue routine? -, proprio in questo frangente, quando le macchine sono alla corda, devono entrare in campo gli spiriti animali. Senonché, sia detto di fuggita, tutta la storia della filosofia è un monumento al presunto cablaggio del cervello animale. L’animale, lo spirito animale, non pensa, agisce d’impulso, è mosso, appunto, da un istinto bestiale.
Arriva il momento in cui il computer deve lasciare il campo al fiuto per gli affari, all’istinto di chi è in grado di allocare gli asset proprio in quanto, sprovvisto di qualsiasi sapere tecno-scientifico, è in grado di decidere come farebbe un animale, cioè come farebbe una macchina.
Il successo intramontabile di Una poltrona per due, film del 1983 con Dan Aykroyd, Eddie Murphy e Jamie Lee Curtis, è una esemplificazione tutt’altro che banale di quanto gli analisti, strapagati dai gestori di fondi di investimento, vogliono inculcarci imbottendoci di pillole di saggezza estratte da Lacan, Heidegger e Sun Tzu.
Se questo è il quadro della Geopolitica, gli scenari che si delineano non possono minimamente essere compresi affidandosi alle regole classiche del gioco degli scacchi, della guerra o del Monopoli.
Se la Geopolitica vuole uscire dal suo secolare stato di scienza in versione Beta, deve produrre qualche hack e applicare una bella patch.
Prendiamo il caso del lavoratore che, oltre a percepire uno stipendio, accumula una parte del suo reddito in vista di una futura pensione.
Il lavoratore è convinto di aver accantonato una discreta sommetta sotto il materasso, e nello stesso tempo crede che questa sommetta conservi, perlomeno, lo stesso potere di acquisto che aveva al momento un cui è stata depositata nel fondo del letto.
Edotto sugli effetti dall'inflazione, il lavoratore rinuncia a tenere i soldi sul fondo del materasso, e li cede in prestito ad un fondo di gestione professionale del risparmio. Ad una società come Kairos Julius Baer SIM Spa, per esempio. Anche da sotto il materasso il denaro subisce gli effetti degli spostamenti di altri elementi sullo scenario geopolitico, il che lascia supporre che il denaro non può essere mai un mero simbolo, una riserva di valore, un segno. Nessun sostituto, nessun bene rifugio – oro, diamanti, opere d’arte, mattone, materia prima, contratti future, swap, eccetera – può sottrarsi all’influenza delle forze in azione sulla scacchiera geopolitica.
Il denaro, bisogna essere chiari su questo punto, non è mai perfettamente liquido. L’idea di liquidità che circola tra economisti e geopolitologi è smentita da fatti economici muniti, per esempio dalla ritrosia del denaro, in caso di trappola della liquidità, ad entrare in circolo e a scambiarsi con un controvalore, o per esempio dall’incapacità del denaro di entrare in circolo quando, in caso di crisi di sbocchi, non è assicurato un suo ritorno maggiorato di un surplus.
Oltre a queste motivazioni interne e ristrette – empiriche -, vi è una ragione più generale, mi viene da dire a priori, che smentisce l’idea di un grado zero di liquidità della moneta accantonata sotto il materasso.
I soldi possono essere distrutti, possono prendere fuoco, possono essere rosicchiati da un topo. La possibilità di non potersi trasformare in un contro-valore è una possibilità fondamentale del denaro. Il denaro è tale proprio in quanto e fintanto che può staccarsi dal suo proprietario, andare in giro, e rischiare di svalutarsi, rischiare di ridursi a niente. Su questo tema ha scritto parole definitive Derrida in Il fattore della verità.
La possibilità – e non il fatto che il potere del denaro venga rosicchiato dall'inflazione o dai topi -  costituisce un tratto fondamentale del titolo.
E sì, perché il denaro è un titolo. Entra in scena come titolo.
La possibilità è anche il potere. Il potere di trasferire il titolo.
È in questa trasferta che il titolo compie il miracolo di ex-propriare il proprio, di deteritorializzare il territorio. E sin qui Schmitt ha ragioni da vendere.
Già il deposito nel fondo del materasso è una deterritorializzzione del potere d’acquisto. Ma in ogni caso, anche nel caso estremo del baratto, dove in molti sperano/credono di non vedere più il denaro,  il valore del bene che è a portata di mano è già da sempre, preventivamente, deterritorializzato in un contro-bene con cui scambiarsi profittevolmente.
Il titolo di credito fa parte della tecnica della scienza bancaria e della scienza delle finanze. E fanno parte della stessa tecno-scienza la partita doppia, la cambiale, l’assegno circolare, il bonifico bancario, lo swap, il future, il bond, la cartolizzazione, eccetera.
Il lavoratore, nel tentativo di tenere presso di sé il potere di acquisto del suo risparmio, è indotto da ogni ragionevole accortezza economica (è costretto) a cedere quel potere ad una società di risparmio gestito (Kairos).
La società vorrebbe sinceramente restituire alla scadenza il denaro preso in prestito dal lavoratore. Per rispettare il suo impegno, e quando le condizioni lo richiedono, è indotta da ogni ragionevole accortezza economica (è costretta) a cedere quel potere ad un altro soggetto che operi in uno scacchiere dove la differenza tra tasso di crescita del pil e inflazione attesi è positiva. A trasferirlo, quando le condizioni lo impongono, in uno Stato e ad uno società concorrente di quella che eroga al lavoratore il denaro da accantonare nel fondo pensione, col risultato di rovinare il futuro pensionato sia come risparmiatore, sia come lavoratore, sia come acquirente dei prodotti da lui stesso fabbricati e di quelli fabbricati dalla società concorrente alla quale il suo risparmio è stato ceduto. E, ciliegina sulla torta, a decretare sia il default della società di intermediazione finanziaria, sia il fallimento della società concorrente.
La Geopolitica in versione Beta non è in grado di assimilare uno scenario di questo tipo. Si tratta di scenari che tolgono la possibilità di intraprendere un’azione vincente. Gli attori subiscono conseguenze negative sia che facciano una mossa, sia che facciano la mossa contraria, sia che non facciano niente.
Il quadro è quello descritto da Bateson, Jackson, Haley e Weakland nel loro studio del 1956 sul double bind.
La formula da applicare è quella del doppio legame schizofrenico.
Prendiamo il caso dei cosiddetti paradisi fiscali o giurisdizioni offshore.
Il lavoratore trasferisce il suo denaro in uno Stato offshor – in mare aperto – perché è stanco di pagare una commissione pesante sui soldi che affida a una SIM, la quale esporta legalmente il gruzzolo in Germania, e che dalla Germania viene usato legalmente per acquistare una fetta del debito pubblico italiano necessario (il debito) per pagare lo stipendio al medico che cura la sua lombalgia causata dall’intensificazione dei turni di lavoro. Intensificazione necessaria sia per pagare il differenziale (spread) tra i titoli italiani e i titoli tedeschi, sia per incamerare un dividendo grazie al quale il lavoratore riesce, da un lato, a mantenere il potere d’acquisto del suo denaro e a garantirsi una pensione sufficiente a comprare un attimo di felicità, e dall’altro, a mandare in rovina quello Stato nel quale vorrebbe godersi quella pensione. Questa è schizofrenia pura. Ma di quella descritta da Bateson.
Anche il trasferimento del denaro in una giurisdizione offshor – in mare aperto – richiede l’intervento di una società specializzata. La società deve fornire sia la garanzia che il denaro venga correttamente trasferito nel paradiso fiscale, sia la garanzia del suo potere di acquisto futuro. Non ha alcun senso trasferire denaro in un paradiso nel quale quel denaro non vale nulla. Il denaro deve poter territorializzarsi nello Stato offshor, ma all’occorrenza deve poter ri-territorializzarsi in uno Stato di terra ferma, dove ho la garanzia di far valere il suo potere d’acquisto.
A differenza di quello che crede Schmitt, la tecno-scienza bancaria non distrugge gli Stati e la Geopolitica. Se da una parte lavora alla rovina di alcuni Stati, quelli dai quali il denaro defluisce, dall’altra lavora alla costituzione e al rafforzamento di altri Stati, quelli dove il denaro affluisce. Ma siccome non ha alcun senso depositare denaro in uno stato offshor dal quale non posso prelevarlo e farlo valere nello Stato dove risiedo, la forza che si imprime sugli Stati – di terra ferma e di mare – produce conseguenza più complesse di quelle descritte da Schmitt e tanto di moda nel dibattito corrente.
Quando si dice che bisogna combattere gli Stati offshor (o gli Stati canaglia, è la stessa cosa) si  nasconde il fatto che la canaglia, il malaffare, l’offshor, prima di tutto ce lo abbiamo in casa; si nassconde che alla rovina dello Stato ci pensa qualcuno qui, sulla terra ferma; si nasconde che il rapporto tra Stato e territorio è più complicato di come lo descrive la Geopolitica, che quando ci riferiamo all’Italia, al Regno Unito, alla Francia e alla Germania, per non parlare della Cina, crediamo, supponiamo, di sapere di cosa parliamo, soprattutto quando consideriamo queste entità come dei monoblocchi.
Le esperienze quotidiane più minute ci mostrano che le entità monolitiche che la Geopolitica presuppone come auto-evidenti, oserei dire naturali, sono prive di ogni fondamento. Non esiste nessuna Germania, nessuna Italia, nessuna Cina.
Eppure siamo qui a parlare di Italia, di Francia e Germania, sicurissimi di capire a cosa si riferiscono queste parole.
Ecco una buona domanda per la Geopolitica.
Che cos’è l’Italia, che cos’è la Francia, che cos’è la Germania?

 

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