Arrêter le jour. Filippo Violi, Cronache da un campo di Battaglia

Filippo Violi
Cronache da un campo di battaglia

imprimatur, su ibs.it

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La provincia è un ente territoriale di rilevanza costituzionale. Insieme alle regioni, ai comuni, alle città metropolitane, alle università, alle scuole, alle caserme, agli ospedali, ai tribunali, alla corte costituzionale, alle sedi periferiche dell'agenzia delle entrate, ai sistemi siatel, entratel, sogei, isee, imu, tari, allo stato civile, all'albo pretorio (l'elenco è lungo), forma lo Stato.
Lo Stato non è la somma di tutti gli enti territoriali. Un insieme di province non è sufficiente per formare uno Stato. E secondo alcuni, non è neanche necessario. Potrebbero darsi Stati senza provincie, e persino Stati senza territorio. Le vicende palestinesi, sin dalla costituzione dell'OLP, ne sono un esempio.
Che cos'è allora lo Stato?
Internet, per esempio, fa parte dello Stato?
Dello Stato – si dice – fanno parte esclusivamente gli enti cosiddetti costituzionali, la burocrazia, insomma. A patto che in essa vengano compresi gli organi elettivi, e che gli eletti vengano assimilati ai funzionari.
Non c'è nulla che permetta di distinguere un funzionario da un eletto. La virtù di entrambi – direbbe Jünger - consiste nel funzionare. Ed è un bene, anche in tempi tranquilli, non farsi illusioni. Se poi c'è chi ritiene che l'eletto eserciti una funzione creatrice, in quanto scrive e vota le leggi, mentre il funzionario vero e proprio sarebbe un mero esecutore, non c'è bisogno di scomodare Benjamin per dimostrare che anche un semplice funzionario di polizia crea diritto, quando, «per ragioni di sicurezza», si rende protagonista di vessazioni brutali senza alcun rapporto con fini giuridici, o in casi di oltraggio in cui non sussiste una chiara situazione giuridica. A dimostrarlo sono sufficienti gli episodi recenti di persone detenute e torturate in ogni giurisdizione occidentale (italiana compresa), o la sorveglianza continua a cui sono stati sottoposti molti individui (persino capi di Stato e di governo) senza la garanzia di alcuna norma.
Come funziona uno Stato?
Uno Stato può funzionare senza un apparato tecnico minimale? E senza carta e penna può ancora produrre un qualche effetto?
E dove inizia e dove finisce questo apparato tecnico?
Di questi limiti ci parla il libro di Filippo Violi, Cronache da un campo di Battaglia. E per farlo ci racconta le vicende accadute ad alcuni funzionari di uno di questi enti.
Sulla copertina, sotto il titolo, l'editore ha scritto romanzo. Se lo abbia fatto con l'intento di attribuire il testo ad un determinato genere, o lo abbia fatto per smorzarne l'effetto di verità, non è dato sapere. A confondere ulteriormente il quadro, e a spostarne i margini, ci pensa uno degli attori del romanzo (o della cronaca).
Con una mossa alla Tristram Shandy, Flix (la voce narrante) si proietta fuori dal libro dicendoci che non si tratta né di cronache né di romanzo, ma di un diario.
Se Violi sia consapevole di queste operazioni di depistaggio è difficile dirlo. Nel testo ci sono numerosi indizi che lasciano pensare che tutta la macchinazione sia messa in moto per impedire di disinnescare una serie di dispositivi, di congegni, di armi e bombe a grappolo o incendiarie, disseminate qui e là in altrettante scatole degli attrezzi. Insomma, Flix (o Filippo) non può svelare tutto. È costretto a dirci che non può dirci tutto, giusto per metterci sulle tracce di ciò che ha dovuto nascondere.
E poi, le tracce lasciate non si possono mai cancellare definitivamente. Anche una cancellatura lascia delle tracce, delle tracce mute, vuote, silenziose, rimosse. C'è qualcosa nella scrittura, se non nella lingua, che permette di sfuggire ai propri limiti solo creandone degli altri.
Violi tematizza apertamente il limite del senza-limite. E lo tematizza parlandoci di un ente locale, la provincia di Crotone.
I corridoi della sede della provincia sono lunghi, senza fine. Su di essi si affacciano stanze su stanze, popolate da truppe di funzionari che sorvegliano cumuli di istanze prodotte dopo lunghe riunioni nelle quali si passa il tempo a discutere di programmi operativi, di linee di intervento e di azioni, destinate (le azioni), perlopiù, a rimenare solo sulla carta. Come il Documento Strategico Provinciale (DoSPro), rilasciato nel maggio 2007 dalla Cabina di Regia, e indirizzato alla programmazione e allo sviluppo socio-economico dell'intera provincia.
La Cabina di Regia non è una stanza come le altre. Al Cica, per esempio, è stato accordato l'ingresso ufficiale solo il 5 maggio del 2009, a seguito della delibera NUM. REG. DTDIR / 939 / 2009 REG. GEN. N. 939, Data 05-06-2009PRATICA N. DBDIR - 1027 – 2009, firmata dal Responsabile di Ragioneria e controfirmata da un dirigente incaricato, trasmessa dal Messo Notificatore, rubricata dall'Archivista Provinciale e convalidata dal Segretario provinciale in persona. L'ingresso nella Cabina garantisce un trattamento economico accessorio mensile lordo di 275 euro (se iscritti a ruolo con la categoria D), o di 516 euro (se iscritti con categoria C), erogato a titolo di indennità ad personam, comprensivo delle prestazioni di lavoro straordinario, produttività e indennità varie, con decorrenza dalla data di effettiva assegnazione alla Cabina di Regia e fino alla scadenza del mandato Presidenziale o Assessoriale, salvo revoca o recesso anticipato.
Nel 1964 Pasolini scelse come quartier generale per la troupe del film il Vangelo secondo Matteo l'Hotel Bologna, diventato poi sede della Provincia. La Palestina era troppa costosa. Meglio ripiegare su Crotone.
La bellezza dell'entroterra non ha nulla da invidiare al Medio Oriente.
Oggi, dopo più di mezzo secolo, le cose non sono cambiate. Crotone ha una disoccupazione che fa tremare la gambe, più alta di quella della Grecia, e tutto è a buon mercato, persino la dignità.
Il DoSPro  (Documento Strategico Provinciale) è al tempo stesso uno strumento, un oggetto, un Piano, un percorso e un processo per portare Crotone fuori dal pantano.
In esso si intravvede già la Nuova via della Seta Marittima, l'apertura di Crotone al Medio Oriente, all'Africa e alla Cina.
Prima che il DoSPro diventi operativo bisogna fare i conti con il bilancio dell'Ente, con i suoi piani settoriali, e con i piani e le azioni di altri soggetti, con le loro leggi e i loro regolamenti. Bisogna valutare l'impatto del FEARS (Fondo per lo sviluppo rurale), del FdC (Fondo di Coesione), dell'FSE (fondo sociale europeo), del FESR (Fondo Europeo di Sviluppo Regionale), del FEP (Fondo Europeo per la Pesca), del GECT (Gruppo Europeo di Cooperazione Territoriale), delll'IPA (Strumento di Assistenza Pre-adesione), bisogna fare i conti con il QSN  (Quadro Strategico Nazionale). Bisogna valutare ogni cosa, salvo poi constatare che ogni strumento, ogni oggetto, ogni Piano, nella Provincia di Crotone finisce per rimanere sulla carta. E che ogni partita, nell'Ente, si gioca sulla carta e per la carta, come in quegli Hotel dove a pranzo ai clienti viene servito il menu.
Ma prima di arrivare alla carta il DoSPro deve passare per Delisa, un sistema informatico che alimenta e governa la pubblica amministrazione. Prima di diventare carta (nuova carta), l'iniziativa, il progetto, l'idea, anche quando si presenta sotto forma di carta (carta vecchia) deve diventare processo amministrativo e passare attraverso Delisa.
Delisa è anche il nome di una società, la Delisa Sud Srl, un polo di riferimento per  il Sud Italia, come si legge sull'omonimo sito.
Delisa sud s.r.l. nasce nella primavera del 2000 dalla fusione di Soluzione Informatica P.S. Coop.ar.l., un importante gruppo privato attivo sul territorio siciliano dal 1996, e Delisa S.p.A., software house operativa sull’intero territorio nazionale, specializzata nello sviluppo di soluzioni rivolte alla P.A.
Sul finire del 2001 Delisa sud entra a far parte del Gruppo DeltaDator SpA, una tra le più significative aziende italiane attive nel mercato dell'Information Technology. Nel frattempo DeltaDator SpA diventa Dedagroup Spa, azienda che sviluppa app che hanno a che fare con i Servizi Demografici, gli Affari Generali, la Gestione del Protocollo informatico, la Gestione iter della pratica, la Vigilanza Urbana, la Gestione Risorse Umane, i Tributi e l'Autonomia impositiva, le Risorse economiche, l'Ufficio Tecnico, la Gestione Cartografica del territorio, lo Sportello unico per le Imprese e per i Cittadini, il Controllo di Gestione: la pubblica amministrazione, insomma.
Queste informazioni le ho copiate pari pari dal sito delizia.it, dove sono impaginate con frame, come si usava una ventina di anni fa, in barba ad ogni minima regola di accessibilità. E siamo sul sito di una software house!
Come molti altri protagonisti del settore, e se ne incontreranno molti, Delisa ha operato anche nell'ambito del PON 2007-2013, inserendosi nel progetto SIGMA (Sistema Integrato di Sensori in ambiente cloud per la Gestione Multirischio Avanzata).
Investiamo nel vostro futuro, si legge su una paginetta web ospitata sotto il dominio unict.it, dove il progetto SIGMA, rigorosamente copyright, anche se diffuso su piattaforma GPL, viene presentato al mondo, ma soprattutto agli sponsor, ovvero al FESR, al MIUR (ministero dell'istruzione dell'università e della ricerca) e al MISE (Ministero dello sviluppo economico).
Tra i partner operativi di SIGMA ci sono Selex ES Spa (capofila del progetto, partecipata da finmeccanica), Università di Messina (MIUR), Università di Catania (MIUR), ST-Microelectronics Spa (partecipata dal MISE e da Cassa depositi e prestiti), CNR, CENSIS, CNIT, CINFAI, e Delisa.
Il PON (Programma operativo nazionale) e il POR (Programma Operativo Regionale) definiscono le linee per la ripartizione dei fondi strutturali europei, quelli destinati dall'Unione a progetti di sviluppo all'interno del suo territorio.
Non stiamo parlando di una struttura piramidale, al vertice della quale ci sarebbe la UE, e alla base una miriade sterminata di enti, di pubbliche amministrazioni, di società partecipate da comuni, provincie, regioni e ministeri, di industrie private che lavorano su commesse delle pubbliche amministrazioni, di enti collaterali, municipalizzate e via discorrendo. Il sistema non è organizzato come una piramide. Non ha una cupola. Non ha una logica sistemica. Non è neanche un sistema. Si presenta come un rizoma. E il quadro che ne emerge non è definitivo, dato che ogni singola entità viene definita dalle posizioni relative di ogni altra.
Il quadro che ho ricostruito sin qui non è completo, forse non è neanche plausibile, visto che cerca di chiarire alcuni lati oscuri di un romanzo, che forse non è un'opera di fantasia (e forse neanche un romanzo), ma che si scosta moltissimo, direi in maniera netta e decisiva, da certi modelli divenuti di moda in questi ultimi anni.
Il riferimento è a Saviano, a programmi televisivi come Report, a certe uscite della Società Anonima Scrittori (S.a.s.), ad un certo moralismo di giornali come il fatto quotidiano, a prese di posizione isolate di giornalisti-attori, eccetera. Nei testi e nelle opere di questi autori si denunciano una serie di storture e ingiustizie insopportabili. Si mostra la crudeltà del crimine e del malaffare, la devastazione dell'ambiente, delle comunità locali, eccetera.
C'è sempre più bisogno di queste denunce. C'è bisogno che qualcuno si alzi la mattina e dica che non va bene per niente. Che tutto deve cambiare. Che qualche testa deve cadere. Che qualcuno deve pagare. Che lo stato di diritto deve essere ripristinato. E così via.
Tra questi autori della restaurazione e Filippo Violi c'è una certa distanza.
Anche loro cercano di entrare nelle stanze dove si decide il destino di interi segmenti sociali per mostrare il lato osceno, depravato, corrotto, decadente del potere. Ma mentre per i primi si tratta di sostituire un ordine cattivo con un ordine buono, di sostituire uno Stato con un altro Stato, in Filippo Violi si tratta di tutt'altro.
Se volessimo usare una distinzione di Sorel cara a Benjamin diremmo che i primi si impegnano in uno sciopero generale politico. Lottano per il ripristino dello stato di diritto, per un rafforzamento degli apparati dello Stato ed un ritorno della legalità. Mentre Violi si impegna in un sciopero generale proletario. Dove non c'è più posto per i sociologi, per gli amanti delle riforme sociali, e per gli intellettuali che hanno scelto la professione di pensare al posto della gente.
La differenza tra questi autori e Violi diventa evidente quando nel diario compaiono le figure di Walter Benjamin e Carl Schmitt. L'accostamento non è casuale. Il legame tra i due è rappresentato dal saggio sulla violenza scritto da Benjamin nel 1921, e accolto con entusiasmo dal Schmitt, e lodato in alcune lettere private che il giurista tedesco inviò a Benjamin.
Mentre gli autori della restaurazione impegnano tutto il loro essere per rimettere in sesto la macchina dello Stato e renderla operativa ed efficiente al 100%, Violi decide di buttare nei suoi ingranaggi pugni di sabbia di mare.
La macchina dello Stato, la crudele macchina burocratica, serrata nella sua cieca brutalità, “soddisfa i suoi ottusi meccanismi a scapito della generale utilità – scrive Filippo Violi -. Tende a riprodurre continuamente i suoi metodi, anche quando sono inutili o nocivi, come se fossero necessità inderogabili e impenetrabili a ogni considerazione di praticità e di buon senso”. Si muove divorando denaro pubblico. Anche se a guardarla da vicino sembra ferma. Ed è ferma. Immobile. Quieta. Come è immobile, o immobilizzato, tutto ciò che tocca, che macina, che stritola nelle sue ganasce.
La macchina amministrativa “è un mostro gigantesco dai tratti pachidermici che dorme beato su ingenti salvadanai pieni di foglie d'oro. Esempio animalesco che denuncia uno stato di cose che dura da mezzo secolo, fin dalla sua nascita avvenuta ai tempi del dopoguerra.”
Un mostro-macchina “che consuma tonnellate e tonnellate di carta e di toner all'anno, col fine di lasciare il mondo dov'è, nella sua traballante mediocrità, staticità”.
La macchina della provincia ruota su se stessa, “con una meccanicità che ignora persino i suoi scopi”. Gira “in quelle stanze, in quei corridoi, in quelle strettoie lunghe e diritte che sembrano piste da bowling, beatamente asfittiche e ammuffite”.  E sputa delibere, regolamenti, protocolli e riunioni prontamente riversate nel sistema Delisa da un esercito regolare di funzionari entrati nel congegno strisciando il badge la mattina.
I funzionari si muovono tutti dentro la pancia “dell'abnorme mostro preistorico che si nutre di carta e cartucce da copisteria. E di soldati. Arruolati senza un perché e per lo più senza divisa. Sempre in fila. Compatti dietro un orologio. Abili a strisciare, e che aspettano il suono delle 14.00 come il suono della campanella quando andavano a scuola. Li vedi percorrere i corridoi da una stanza all'altra come fugaci topi delle fogne di periferia. Ammaestrati e servili. Sembrano scimmie plastificate. Mummie pietrificate. Uomini e donne senza distinzione di sesso, di religione o di razza. Abituate a tacere per mangiare un misero panino offertogli dal superiore. Sembrano conigli che sgranocchiano carote in minuscole gabbie metalliche”.
Quando i funzionari non sono attaccati a Delisa, sono presi nella rete del SUAP.
Il SUAP è lo sportello regionale per le attività produttive. È l'interlocutore unico dell'imprenditore per qualsiasi procedimento amministrativo che possa interessare l’attività economica e produttiva, i locali e gli impianti.
Il SUAP semplifica e garantisce la conclusione delle pratiche in tempi rapidi e certi. L’imprenditore ha il vantaggio di fare tutto telematicamente, può aprire una SCIA o una DIA senza alzarsi dalla sedia del suo ufficio.
Il CalabriaSUAP è un progetto del POR CALABRIA FESR 2007-2013, Linea di Intervento 7.1.1.2, azioni per semplificare gli iter procedurali connessi alla localizzazione e all'operatività delle imprese (SUAP),  ASSE VII – SISTEMI PRODUTTIVI.
Il SUAP ha sicuramente a che fare con FINCALABRA SpA, una società in house della Regione Calabria (controllata al 100%), attiva sul fronte dell'intermediazione finanziaria specializzata, al servizio delle imprese calabresi, con un apporto tecnico di elevata qualificazione che si concretizza attraverso la strutturazione ed attivazione di articolati ed evoluti strumenti di finanziamento. FINCALABRA SpA favorisce lo sviluppo del sistema socio economico regionale e contribuisce all’attuazione di iniziative che interessano i servizi di pubblica utilità e il settore delle infrastrutture. Questo è quanto riporta il sito fincalabra.it.
Fincalabra Spa controlla direttamente Fincalabra Servizi Srl in liquidazione, Calabria Impresa & territorio in liquidazione. È collegata a Cellulosa 2000 Spa in fallimento, Conserim Scrl, Gias Spa, Lamezia europa Spa, Mediang Srl, Mediterranea Sviluppo in liquidazione, MMS Multimedia Srl,
POLI Sud Srl in fallimento, TESI Spa in fallimento. Ha rapporti con Altre imprese (sic!): Colpark Scpa, Consorzio industriale della provincia di Catanzaro, Consorzio industriale della provincia di Vibo Valentia, Crati Scrl, Crotone sviluppo ScpA, Casabianca Srl in liquidazione, Le ceramiche di Squillace Scrl, Met Sviluppo Srl in amministrazione straordinaria, Promem Sud-Est Spa, Sviluppo Italia Calabria ScpA in liquidazione.
Il SUAP è un progetto regionale con ramificazioni provinciali, comunali ed extra-amministrative.
Il servizio è reso operativo da un software fornito da sardegnaIT (dove IT sta per information technology).
Sardegna IT S.r.l. è una società in-house della Regione Sardegna, costituita il 22.12.2006 dalla Regione Autonoma della Sardegna e dal Centro di Ricerca, Sviluppo e Studi Superiori Sardegna (CRS4). Dall'autunno 2009 la Regione Sardegna detiene il 100% delle quote ed esercita il controllo sulla Società attraverso la Direzione Generale degli Affari Generali e della società dell'informazione dell'Assessorato degli Affari generali, personale e riforma della Regione.
I confini dell'Ente (della Provincia) si spostano continuamente. I corridoi e le stanze si aprono su altre stanze, più o meno virtuali, permettendo ad altri soggetti di accedere al processo amministrativo. Dire dove inizi e dove finisca l'Ente diventa quasi impossibile. Persino la distinzione tra pubblico e privato perde ogni rilevanza. E con essa perdono di importanza tutte le lotte di quei partiti, di quei sindacati, di quei cittadini, di quei consumatori, di quegli utenti e di quei professori (per non parlare di medici e infermieri) che si sono attivati e hanno lottato affinché certi servizi, certe attività, un coacervo di enti, non fossero toccati, infestati, contaminati, parassitati dall'azione di altre entità di diritto privato.
Il pachiderma della provincia è invasato da “uomini mandati dalla politica, ingrassati dalla sete e dalla fame di denaro, viscidi ippopotami imbalsamati. Consulenti da 150 mila euro. E sono lì, come cani da rapina, sempre pronti. Con le loro ventiquattro ore e i loro notebook di ultima generazione. Parassiti di lungo corso provenienti dall'Università della Calabria. Non sanno che cos'è lo stile e la spontaneità, abituati a giostrare in un mondo di balordi e infami, vivono nel timore dell'inganno perché solo questo conoscono. E poi ci sono le lucciole di contorno. Ragionieri e controllori. Donne in divisa arruolate per laute e infinite ricompense. Donne dal grande e dal piccolo portamento, eleganti e colorate in volto si massacrano la muscolatura indossando trampoli affilati che ne slanciano la silhouette: hanno dedicato la vita a tirarsi la pelle, abbronzarla, idratarla, rassodarla, depilarla e truccarla ma se le porti in un prato o al mare, a piedi nudi, non sanno camminare.”
E mentre loro fanno a gara a svuotare i salvadanai della provincia e della regione, il funzionario èi costretto a registrare nel sistema le loro fatture, le loro bollette, le minute cartuzze che dovrebbero giustificare il salasso. “E annoti - scrive Flix - i soldi dilapidati con incentivi a fondo perduto. Per costruire poi cosa? Un niente! Porti e aeroporti utili ai consigli di amministrazione per spalmare i costi di gestione a botte di gettoni di presenza. E poi le voragini, i buchi, i conti di bilancio che ingoiano fallimenti e socializzano le perdite. Barcollo ma non mollo. Saltello e respiro.” Tutto mentre Flix vede sfilare “taglieggiatori, saltimbanchi analfabeti e ballerine. Pronti e uniti come non mai a spolparsi come iene i resti di mamma regione. Sono cani da rapina che puzzano sempre più di carne morta. Si trasformano in borsaioli a caccia di corsi, consulenze e miele di nuova programmazione. E io barcollo ma non mollo”.
Il confine è mobile. Ma ciò non vuol dire che non bisogna mobilitarsi contro tutto ciò che mina una certa idea di Stato e di pubblica amministrazione. A maggior ragione quando gli attacchi vengono da lontano, comandati a distanza, e viaggiano sulle fibre ottiche, si appoggiano ai server delle borse e delle banche centrali, delle banche di investimento, dei fondi di investimenti, del private equity, dei fondi pensione, degli hedge fund, eccetera. Bisogna mobilitarsi, oggi più di ieri, visto che l'attacco arriva anche come promessa. Promessa di credito, di spesa, di finanziamento che diventa debito sovrano telecontrollato; che diventa sovranità sempre più foglia di fico di una giurisdizione dislocata, invasata, parassitata da ciò che appare come l'impolitico stesso.
Se vi è una guerra e un transito della forza, ciò non avviene sui fronti tradizionali (ammesso e non concesso che ciò sia mai avvenuto). La forza non si applica nemmeno sugli individui, “ma transita attraverso essi, in ogni settore della vita sociale. Ed è la guerra a costituire il motore delle istituzioni e dell'ordine. Un fronte di battaglia attraversa tutta la società, transita attraverso rapporti di forza dispiegati su un campo sociale. Diventiamo necessariamente avversari di qualcuno. In gioco ci sono interessi dell'uno contro l'altro: un lavoro da difendere, un tetto su cui abitare, una tassa da pagare, un danno da riparare, un euro da conquistare. La guerra è continua e permanente. Non limitiamoci a descrivere il reale, produciamolo. Quando la ragione si fa con la canna del fucile [e, all'occorrenza, con la bic, o con un click (e un boom)] non esiste più limite. Non esiste margine. Non c'è differenza. Ogni tanto si sentono segnali confortanti, ma è tutto un bluff!”
“Ma nonostante tutto, qui in Calabria è una bella giornata.”
Bevi un caffè, e vieni risucchiato dal pachiderma. E “mentre i superbi dipendenti pubblici compilano il test d'ingresso al corso di giornata, legandosi come anelli di una catena burocratica di montaggio, noi combattiamo su tre fronti. L'oggetto del contendere è sempre lo stesso: il lancio in orbita della piattaforma informatica”.
Anche questo, come ogni lancio, richiede una mole sterminata di registrazioni, di pezze di appoggio, di ricevute di pagamento del parcheggio, del pedaggio autostradale, del trasporto in taxi e in treno, dei voli aerei e dei pernottamenti, di cene e pranzi, di cancelleria, eccetera, tutti pagamenti riversati a mano nel sistema Siurp, il sistema di contabilità regionale informatico centralizzato, messo a disposizione dalla regione Calabria.
Il lavoro dell'esercito dei funzionario non è certo facile. “È una vincita al lotto solo riuscire ad entrare nel Siurp. I consulenti, pagati a peso d'oro, che dovrebbero fare il controllo di primo livello e dare avvio all'avanzamento di spesa, cambiano in continuazione, si mascherano, si sdoppiano, scompaiono, si moltiplicano. Non si sa mai chi è il tuo referente o il tuo interlocutore privilegiato e poi, quando finalmente lo capisci, cambia di faccia e di nome.”
“I funzionari e i dirigenti provinciali sono stati divinamente ammaestrati. Tutti parlano lo stesso linguaggio. Tutti seguono le stesse indicazioni”. Tutti hanno letto il manuale utente. Ognuno sfoggia orgogliosamente al collo il tesserino, quello stesso tesserino che li promuove all'esistenza di funzionari pubblici. E in una provincia dove non si capisce in cosa si arrabatti il tuo vicino per mettere insieme il pranzo con la cena, avere una cordicella al collo, con tanto di foto, non è roba da poco.
“Noi ci difendiamo. Resistiamo. E quando possiamo vomitiamo. Il paese sta crollando, siamo nella fase dell'estrema unzione, e noi veniamo trascinati quotidianamente in lavori dequalificanti. Mentalmente usuranti.”
Il fantastico sistema informatico è pronto per il lancio. Abbiamo partecipato “all'assemblaggio del procedimento amministrativo”, siamo stati catturati dal “lavoro burocratico, meccanico, altamente noioso e ripetitivo”.
E mentre si riversa la vita nel Siurp, o nel Suap, e si verificano le compatibilità del POR, eccetera, la burocrazia dirigenziale chiede di scaricare gli scontrini del gratta e vinci e della lap dance.
C'è forse un vuoto d'élite?
Peggio!
Siamo in Calabria. E siamo in presenza di un “potere borghese corrotto, feticista, fascista, depravato, che, nella sua regressiva esistenza, descrive il modello di una regione, quale la Calabria, sempre più periferica, declinante, marginale. Un conclave vizioso, un coacervo spregiudicato di anime che si alimentano attraverso riti propiziatori, che vengono consumati nelle organizzazioni di eventi a immaginario ma reale voodoo”.
Se non siete mai entrati nella pancia del pachiderma non potete immaginare quali battaglie si combattono ogni giorno. Se la macchina si muove e produce il processo amministrativo è perché c'è vita, c'è guerra. Una guerra a bassa intensità, combattuta con armi non convenzionali.
Tutti si muovono freneticamente per lasciare che le cose rimangano come sono.
Quando vedi i funzionari scendere in piazza nel plotone sindacale, li guardi e pensi, Ecco, è per oggi, è oggi il giorno giusto. E invece niente. Non succede niente. Nella pubblica amministrazione non succede mai niente.
Il niente è una dimensione ontologica che leggi negli occhi dell'impiegato allo sportello quando il processo amministrativo si inceppa. Quando chiedi spiegazioni e ti viene detto che non è colpa loro. Che loro sono semplici impiegati. Che bisogna prendersela con quelli che comandano. Che loro non contano niente. Che loro non decidono niente.
Loro non decidono niente, non decidono mai. La follia della decisione non li sfiora mai. Loro sono bravi a far girare le rotative che producono la continuità del quotidiano. E se li vedi impegnati nella lotta, si tratta “solo di piccole battaglie tra pari livello per misere rivendicazioni. Femmine, maschi, dipendenti pubblici che noti spesso silenziosi ma che nella competitività lavorativa sono arcigni e spietati. Le mansioni sono spesso elementari e nulla lasciano alla creatività e all'iniziativa individuale, eppure riescono a ricavare, con sotterfugi tipici da dispetti condominiali, una «sudata» meritocrazia che nemmeno la dirigenza più ossequiosa ha mai preteso. Vivono aggrappati a un niente praticando la lotta dei poveri. S'azzuffano se un collega partecipa a un piano di lavoro o a un progetto obiettivo autorizzato dalla Direzione. O se la busta paga un mese risulta inferiore rispetto al collega di pari livello. Cercano sempre di dimostrare ai superiori di essere i migliori, non si accontentano di bruciare o mandare al macero durante l'anno tonnellate di carta, di testine e di toner. La loro salubre non-coscienza gli permette di tenera a bada la bipolarità, anche a costo di adoperarsi in un angosciante livellamento verso il basso”.
Il funzionario di basso livello è un minuscolo tapino, serrato nel suo misero regno neutrale. La sua stanza è una piccola Svizzera. Quando gli chiedi spiegazioni sfodera la sua collaudata teoria leninista. Bisogna decapitare il pachiderma, bisogna tagliare la testa a chi comanda, a chi detiene il potere.
Ma il potere non transita dall'alto verso il basso. Il potere è orizzontale, è democratico. E “non ci sono soggetti neutrali, siamo sempre e necessariamente l'avversario di qualcuno. Il potere non reprime ma sollecita. S'infiltra nei corpi, nelle anime, nelle vite, attraversa le molecole dell'intero corpo. Un fronte di battaglia attraversa tutta la società, transita dal nostro corpo, è il nostro corpo”.
Il livellamento verso il basso: è questa la verità della pubblica amministrazione. È dire No a qualsiasi cosa, è dire No alla vita, alla forza, è rassegnarsi, è piegare la testa e andare avanti come topi di fogna di periferia, come scimmie plastificate, viscidi ippopotami imbalsamati, lucciole di contorno, cani da rapina che puzzano sempre più di carne morta, bradipi che mangino cinghiale, vermi e parassiti, maiali e pipistrelli, animali da zoo, un barbuto pachiderma che sembra barrire, piccole mosche che la notte nei loro nascondigli segreti depositano le uova di giornata e poi volano via a prima mattina verso un lavoro improduttivo e parassitario, grilli e cavallette, gli avvoltoi e le serpi, i tentacoli di un animale marino, formiche a caccia di briciole di pane, abili caimani, un orso in ribasso, serpi, insetti e scarafaggi, i coccodrilli, un mamba nero, i pigs, il mostro di lochness, un condor concentrato a spolpare la carcassa della Grecia ormai prossima alla decomposizione, i piranha, una iena che scruta piccole ferite, luridi squali che divorano i resti dei piccoli pesci dopo averli catturati, bacilli da debellare ad ogni costo, vermicelli speranzosi, gufi e corvi neri, le formiche che verranno sotto terra a raccontarci come è andata a finire.
Sono tanti gli animali inventariati da Flix in questa zoo-buro-crazia.
Anche quando senti che puoi dire si, che devi dire sì, che  non devi reagire, che devi andare dritto per la tua strada e dire “Si! Quando lavori senza sosta. E passi le giornate senza fare pausa, occupato quasi ininterrottamente, per il solito misero salario, e lo fai perché sei animato dal senso nobile di appartenenza al tuo territorio, che ti chiede una mano per progredire e uscire dal quel pantano in cui lo hanno relegato le abitudini e la sua storia”. Anche quando dici si, e ti impegni dalla sera alla mattina nella scrittura del Piano strategico, tutto ciò che ti circonda, il branco di cani, di caimani, di serpenti, di polipi, di coccodrilli, ti afferra e ti trascina verso il basso, ti costringe alla reazione, ti afferra, ti abbraccia, più spesso ti seduce, sino a farti cambiare verso, fino a farti diventare come loro, fino a farti dire No!, “non me ne fotte più niente, se vogliono il mio sapere, questa volta lo devono pagare!”
Non c'è ragione di continuare a resistere, visto che “il Piano strategico è servito a regalare, per anni,  un cospicuo stipendio a una pletora di ingegneri e architetti che, partendo da quel documento di programma, sono stati chiamati per redigere il piano territoriale di coordinamento”.
“La storia della pubblica amministrazione in questi quattordici anni, per tutto ciò che mi riguarda, è stata un lungo percorso condito da seduzione, sfruttamento e infine abbandono. Ora, questo vuoto che ti appartiene lo senti non appena varcato il portone d'ingresso”.
“Mi guardo in giro e noto che c'è tanta sofferenza”. Ognuno ostenta un finto benessere, giusto per non darla vinta agli altri, gli altri che si suppone se la passino alla grande, mentre invece fingono. Mi guardo in giro e noto che c'è tanta sofferenza. Esco dalla stanza, saltello, e finalmente respiro.
Dovrei citare ogni riga di questo libro. Perché dice quello che non siamo, quello che non volgiamo. E mentre lo dice ci emoziona, ci angoscia, ci carica di rabbia, ci invita alla decisione. Non prima di aver constatato che “siamo solo autentici mattacchioni, buoni a lamentarci per poi subito consegnarci all'opportunista di turno”.
Bisognerebbe interrogare a lungo questo libro. Interrogare tutti gli animali che vi compaiono come protagonisti (il pachiderma), o come messaggeri (le formiche), o come ospiti di animali più grandi (i parassiti e i bacilli). E capire se hanno a che fare con gli animali di cui parla Adorno, oppure con quelli di cui parlano Hobbes e Schmitt.
Gli animali abitano l'Ente. Sono l'Ente. Quando non gli camminano sul collo o non lo punzecchiano al deretano, lo divorano dall'interno. Più spesso agiscono da fuori. Non sono figure del burocrate. Sono il burocrate stesso. Sono il funzionario che non conosce la lingua, e allora grugnisce, abbaia, squittisce, azzanna, si acquatta e obbedisce.
Il funzionario non pensa, non decide, reagisce agli stimoli. Vive uno stato di non-coscienza. Ha sete, ma non di potere. Il potere lo attraversa come mero flusso vitale, come intensità, come differenziale. Il funzionario percepisce la forza, ma il gesto rimane muto.
“L'animale – scrive Adorno – non ha concetto. Non ha parola per fissare l'identico nel flusso di ciò che appare. Nel flusso non c'è nulla che sia determinato come permanente, eppure tutto rimane identico”.
Siamo in presenza di “un grumo di illetterati – annota Flix sul diario – difficile da trattenere con conversazioni intelligenti e interessanti. Persino il ceto più abbiente non si eleva al di sopra della volgarità”.
Il più capace non riesce a mettere insieme due frasi senza un anacoluto. La lingua è un casino. Non solo la lingua scritta, ma anche la lingua parlata. Non c'è comprensione. C'è routine ed esecuzione del programma, c'è persino il calcolo, ma nulla avanza di un passo, tutto si ripete identico.
Il procedimento è quello dell'addizione, dove i fatti sono sommati ai fatti, tale da riempire un tempo omogeneo e vuoto.
Bisognerebbe aprire qui un lungo capitolo sulla bestialità di una para-burocrazia meridionale e calabrese, improvvisatasi intermediaria della bestialità muta di una popolazione resa prigioniera di una prima lingua squalificata, il calabrese, resa minorenne, incapace di dire il vero, una lingua senza letteratura, senza evidenze scritte, se si escludono poche raccolte di aneddoti, di proverbi e motti spirito. Una lingua minore, una lingua domestica, locale, fragile, senza grammatiche, senza libri e senza carta, con l'eccezione di un dizionario compilato da un tedesco.
Bisognerebbe scrivere un libro intero, forse anche un'enciclopedia, o un bestiario, per catalogare le figure bizzarre, certamente mostruose (nel senso di Hobbes) che popolano il meridione e la Calabria, e che si aggirano come vampiri, come caimani, come coccodrilli, e che talvolta sembrano delle vere e proprie scimmie ammaestrate, e che con le loro borsette, le cravatte e le scarpe da ginnastica ci rendono edotti sulle misure, e le contromisure, da adottare per interloquire con questo e quest'altro ufficio della pubblica amministrazione, e che ci spillano gli spiccioli per spiegarci o regalarci il sussidiario, la letterina, la ricetta, la prognosi, e in casi rari anche la soluzione a questo o quel problema, problema vero o inventato, inventato da loro stessi, allo scopo di perpetuare uno strapotere, un controllo, un dominio sulle anime, sui corpi, sulle menti, un dominio che non ha alcuna ragione di continuare ad esistere.
Non è solo questione di lingua. Non è che questi intermediari para-burocratici siano gli interpreti della lingua ufficiale. Lo strapotere non passa solo attraverso la lingua. Ha altri canali. Si forma anche attraverso una espropriazione originaria. Ma nella lingua trova un campo di battaglia facile.
La ragione migliore è quella del più forte. E il più forte impone la sua lingua. Impone una lingua ufficiale infarcita di acronimi, di rimandi, di citazioni, di tropismi, di tecnicismi e esotismi.
È facile mettere in crisi un funzionario di basso livello. È facile baloccarsi di un dirigente di alto livello con un po' d'inglese d'aeroporto, con un po' di informatichese speso nella lingua burocratica per eccellenza, l'inglese, la lingua che oggi cerca di annichilire ogni altro idioma con i cannoni e le mitraglie della scienza, della tecnica, e persino, anzi soprattutto, del diritto e della letteratura, per non parlare della musica, del cinema e della logica.
Come è facile per un avvocato, per un medico, un insegnante, un assistente sociale o uno psicologo, un commercialista, un ingegnere, e persino un direttore di un ufficio postale o di una banca, raggirare un bifolco, un bracciante, un operaio, un misero custode del cimitero!
È risaputo che in molti paesi, compresa l'Italia, la fondazione degli Stati è stata sempre accompagnata dall'imposizione di una lingua a minoranze etniche raggruppate sotto una giurisdizione statale.
Il bifolco, l'illetterato, la bestia, il mostro sono confinati ad una fissità dell'innato, del cablaggio o del programma innato, si muovono, si agitano, reagiscono agli stimoli, provano anche dei sentimenti, ma non rispondono, non decidono, non si decidono mai a cambiare il proprio destino. E anche quando agiscono, i loro atti consistono semplicemente nell'applicare una regola, nello svolgere un programma o nell'effettuare un calcolo, e questo calcolo, o questo adeguarsi alla regola o alla norma, lo si dirà forse legale, conforme al diritto, conforme alla logica, ma non sarà mai giusto, frutto di una scelta, di una decisione.
Alla fine i conti tornano, e il risultato emerge come una conseguenza logica posta nelle premesse – senza scarto.
Davvero siamo in presenza qui del gesto classico e tradizione che vede costituirsi l'idea di uomo come distinzione dall'animale?
Accostando i burocrati agli animali davvero Flix vuole iscriversi in una lunga e gloriosa tradizione “predicata con costanza e unanimità da tutti gli antenati del pensiero borghese, tanto da apparire  ormai, come poche altre idee, al fondo inalienabile dell'antropologia occidentale”?[Adorno]
Davvero Flix definisce il proprio dell'uomo per differenza con l'animale?
Davvero l'animale, privato di libertà e autonomia, non potrebbe diventare soggetto di diritti e di doveri, secondo una tradizione antica che si ripete in Cartesio e in Kant?
Davvero l'animale appartiene all'ordine dell'esperienza puramente sensibile, ed è privato, come pensa e scrive Kant, della soggettività e dunque della dignità?
Davvero anche qui si ripete il gesto – come scrive Adorno a proposito di Kant – di padronanza sulla natura, che vorrebbe dominare la natura con la scienza e la tecnica con una guerra, un odio, un'animosità senza pari nella storia del mondo?
I segni di un tale indirizzo ci sono. Un certo richiamo all'io parlo che accompagna tutte le mie rappresentazione e al cielo stellato sopra di me ci sono. E sono, anche con una certa sistematicità, opposti a ciò che, dall'altra parte, rappresenta la non-coscienza, la posizione prona, la bestialità sessuale, soprattutto delle donne, la ripetizione ottusa e la routine, la replica e la stampa di montagne di carta, eccetera. C'è anche il riferimento alla dignità. Senza dignità non si ha accesso alla legge. Si rimane prigionieri della norma – si è e si diventa normalizzati.
La scena è chiara. Da una parte ci sono i funzionari-animali che strisciano senza dignità. Ai quali è preclusa ogni possibilità di decidere autonomamente del proprio destino. Se gli si rivolge la parola non rispondo, reagiscono e basta. Si agirano per i corridoi e sniffano l'aria che tira, puntano una stampante e una risma di carta, e la marcano con una pisciatina, come cani. Dall'altra parte c'è Flix “libero da ogni rappresentazione, da ogni ripetizione, da ogni sottomissione”.
Questo libro gira intorno all'idea di sovranità, alla possibilità di avere in pugno il proprio destino. E se a tratti si affaccia in esso un certo sadismo, la voglia di ritirarsi dal mondo, di rifiutarsi al mondo, questo sadismo non va inteso ingenuamente come un volere tenere e schiacciare sotto di sé il mondo intero.
La solitudine infinita del protagonista, che appare a tratti qui e là, non è il sintomo della disperazione, della tristezza. Anche l'angoscia che si respira in alcune pagine non è il sentore di una sottomissione allo stato della cose, un cedere agli eventi. Al contrario. È il sintomo dell'esplosione imminente della collera sovrana, della voglia di non voler nulla, all'infuori della sovranità, della voglia di non voler dipendere da nulla all'infuori di sé.
“Dovrò essere a filo, perfetto, senza esibizionismi – scrive Flix sul diario - devo resistere e stare silenzioso, aumentare le dosi immaginarie di morfina, accettare ogni cosa per non prestar il fianco a richiami disciplinari, assistere passivamente annuendo con forza fino a raggiungere l'estasi, la beatitudine della produzione burocratica”.
Poi invece la collera esplode, senza controllo, senza misura, senza pietà, senza guardare in faccia nessuno, violenza cieca, come è cieca la violenza della giustizia, violenza senza ritorno, senza calcolo.
“Quando li vedo seduti di fronte a me non mi raccapezzo più, non trovo alcuna ragione, alcuna giustificazione”.
Non c'è alcuna giustificazione per rimanere in quelle stanze in silenzio.
La collera monta ed esplode, senza ragione, senza calcolo. Esplode senza preavviso. Ha la stessa potenza fondatrice della collera di cui parla Benjamin nel saggio sulla violenza.
“Così – scrive Benjamin – per ciò che è dell'uomo, la collera lo travolge agli scoppi più aperti di violenza, che non si riferisce come mezzo ad uno scopo prestabilito. Essa non è mezzo, ma manifestazione”.
Nella collera non si esercita una forza brutale per ottenere questo o quel risultato. La collera non è il mezzo in vista di un obiettivo che ci si è prefissati. Scoppia senza preavviso, sorprenderono persino chi gli da sfogo. È una violenza che esplode all'interno di un ordine dato, di un ordine giuridico per esempio, risucchiando nell'abisso tutto il sistema, compreso ciò che legittima le norme e le procedure.
La collera non ha alcuna giustificazione - dice bene Flix. Non si poggia su niente, se non su se stessa. Esplode, e mette a nudo la violenza costitutiva dell'ordine giuridico.
La collera non fa parte di quel genere di violenza che mira ad uno scopo, come fa invece la violenza  del rapinatore, il quale infrange il diritto per un tornaconto piccolo o grande.
Il ladro, anche il grande ladro, è un trasgressore, rimane sempre impigliato nell'ordine, quando non è lui stesso a ripristinare l'ordine appena infranto, giusto per fornire una garanzia giuridica al bottino appena estorto.
“Se la violenza – scrive ancora Benjamin – fosse semplicemente il mezzo di assicurarsi direttamente quella cosa qualunque a cui si mira, essa potrebbe assolvere al suo scopo solo come violenza di rapina. E sarebbe affatto inetta a fondare o modificare rapporti in modo relativamente stabile”.
Nel diario di Flix c'è un elogio spudorato della violenza criminale, e a nche se certi suoi atteggiamenti in seguito alla cacciata dalla cabina di regia e al ritorno alla funzione di soldato semplice del battaglione burocratico sembrano annunciare una resa strisciante verso il cartellino, non è così.
C'è violenza e violenza.
C'è la violenza di rapina del “tipico opportunista sgusciante – scrive Flix – che avanza insinuandosi a zig-zag fra le macerie, seguito da un codazzo di vermicelli speranzosi”.
È la violenza, per esempio, di quelli che negli anni Novanta del secolo scorso “si facevano ancora chiamare «autonomi», e che erano figli di banchieri e grossi amministratori e occupavano edifici dismessi per costruire le loro attività più lucrose”. Qui le virgolette hanno il loro peso.
E poi c'è la violenza del grande criminale, del fuori legge.
“La violenza – scrive Benjamin – quando non è in possesso del diritto di volta in volta esistente, rappresenta per esso una minaccia, non a causa dei fini che essa persegue, ma della sua semplice esistenza al di fuori del diritto. La stessa supposizione può essere suggerita, in forma più concreta, dal pensiero di quante volte già la figura del «grande» delinquente, per quanto bassi potessero essere i suoi fini, ha riscosso la segreta ammirazione del popolo. Ciò non può accadere per le sue azioni, ma solo per la violenza di cui esse testimoniano. Qui pertanto la violenza, che il diritto attuale cerca di togliere al singolo in tutti i campi della prassi, insorge davvero minacciosa, e suscita, pur nella sua sconfitta, la simpatia della folla contro il diritto”.
Il grande criminale, sfidando la legge, mette a nudo la violenza dell'ordine giuridico.
E il grande criminale, nel diario di Flix, è Max Caciapane.
L'ammirazione per Max è totale.
“Il ricordo  - annota Flix nel diario - appartiene su per giù a 20 anni fa, eppure sembra ieri. L'immagine di Max che commette il grande crimine è ancora lì, ce l'ho bene impressa nella mente, la porto per così dire dentro. Il ricordo è intatto, vivo, come se fosse accaduto ieri. Io ero dentro, dove tutto stava per accadere, ero fermo, immobile, dritto come una corda tesa”.
Sembra che Filippo Violi stia sceneggiando il testo di Benjamin. Nel diario sono presenti tutti gli attori del saggio sulla violenza. C'è persino l'anarchico infantile – leo santoro – anche lui affascinato da Max, ma che a differenza del grande Criminale crede, come l'anarchico infantile appunto, di poter esistere al di fuori di qualsiasi ordine, di qualsiasi legge, di qualsiasi Stato, di qualsiasi diritto. Crede di poter contestare l'autorità dello Stato in nome del tiramento personale, e agire come se nel sentimento di ciò che tira o non tira non risieda un valutare, una legge di ragione, una routine, una ripetizione, una costrizione, una norma.
“È anche vero – scrive Benjamin - che una critica della violenza creatrice del diritto non può essere realizzata (se non si voglia proclamare un anarchismo addirittura infantile), rifiutando ogni coazione nei confronti della persona e dichiarando «essere lecito quel che piace». Un principio del genere non fa che eliminare la riflessione sulla sfera storico-morale, e quindi su ogni significato dell'agire, ma anche su ogni significato del reale”.
Bisogna ritornare su queste considerazioni di Benjamin a proposito dell'anarco-infantilismo.
Flix subisce il fascino del grande criminale. Guarda Max mentre si muove con scioltezza ed eleganza tra le corsie di un supermercato, lo guarda superare la barriera delle casse senza pagare e col carrello stracolmo, lo ammira mentre saccheggia i premi della raccolta punti e si porta a casa oggetti generalmente superflui, inutili, persino dannosi. Ma è proprio quest'ultimo gesto, gesto insensato e folle, ingiustificabile, e ancora più rischioso del passaggio della barriera delle casse, che manda in estasi Flix.
È questo il momento sovrano, il momento in cui il diritto viene ignorato e la forza del forte resta come sospesa nel vuoto o al di sopra dell'abisso, fuori da ogni grazia, da ogni ragionevole considerazione, lontana dal buon senso che consiglierebbe di lasciar perdere, di fermarsi, di accontentarsi, di prendere qualche minima precauzione, di rendersi conto del luogo dove ci si trova, delle telecamere che registrano ogni mossa e della forza bruta del diritto che sorveglia e punisce.
È questa interruzione radicale, è proprio questo black-out generale che lascia Flix senza parole.
Un interesse “orientato alle questioni della vita di ogni giorno e degli affari ordinari posto di fronte al caso estremo rimane senza parole”. Qui, finalmente, entra in scena Carl Schmitt, con il suo saggio sulla Definizione della sovranità scritto nel 1921 (lo steso anno del saggio di Benjamin sulla violenza).
La sovranità è un altro tema centrale nel diario di Flix.
Max decide di agire. È così – scrive Schmitt -  “che la forza della vita reale rompe la crosta di una meccanica irrigidita nella ripetizione”.
La decisione di Max non muove da un calcolo. Se avesse fatto bene i conti, se avesse calcolato tutte le conseguenze, se avesse valutato il luogo e le circostanze, la pena che si commina per un tale crimine, se avesse considerato tutto ciò non avrebbe agito. Se ha agito, vuol dire che non ha pensato, o che su di lui non hanno avuto alcun effetto considerazioni, per così dire, ragionevoli.
Nella decisione anche la ragione viene messa tra parentesi.
“La decisione – scrive Schmitt – è nata da un nulla”.
Il nulla dal quale muove la decisione, la rende autonoma, sovrana. “Essa non si spiega con l'aiuto di una norma”. Non si spiega col ricorso alle leggi della ragione, alle leggi della psicologia o della fisiologia. Non si spiega nemmeno col ricorso al contenuto della decisione.
Non sarebbe una decisione sovrana quella decisione che si porrebbe come scopo il raggiungimento di un fine, come può essere, ad esempio, il portare a casa un carrello stracolmo di prodotti. La decisione è sovrana se decide per cose inutili, di nessun valore. È sovrana se il valore non è il movente dell'azione. E qui valore va inteso in senso ambio, sia come valore di scambio, sia come valore semiologico, valore morale, valore ideale, eccetera.
“Ogni concreta decisione – scrive ancora Schmitt  - contiene un momento di indifferenza contenutistica”.
Se il movente dell'azione è, per esempio, l'occupazione di uno stabile dismesso per allestire uno spazio di divertimento, l'azione non può certo dirsi autonoma – come giustamente nota Flix.
La vera azione autonoma, capace di contestare il continuum dell'ordine giuridico, del potere costituito, eccetera, non si giustifica mai. Non si giustifica con il ricorso alla psicologia, alla fisiologia, alla sociologia, all'economia, non si giustifica con il ricorso a qualsiasi fatto empirico, né tanto meno si giustifica con la bontà dei fini o dei mezzi, eccetera. Non si giustifica nemmeno con la geografia, alla maniera di Montesquieu.
“La circostanza che una decisione è necessaria – scrive Schmitt – resta un momento determinante di per sé. Non si tratta della nascita causale e psicologica della decisione”.
Una decisione deve sottrarsi all'ordine del possibile, del programmabile, del calcolabile, deve essere incosciente, irrazionale, oserei dire bestiale.
Una decisione si sottrae anche alla storia. È un'estasi del tempo, una sua interruzione. Se così non fosse, e deriverebbe la sua forza (o la sua debolezza, è lo stesso) da una causa che la precede, o da un movente che l'aspetta nel futuro, non sarebbe sovrana.
Si potrebbe dire che la decisione è all'origine del tempo, se non fosse che il termine origine ha una forte connotazione temporale, dipende ancora dal tempo, è, rispetto al tempio, qualcosa di derivato, di successivo.
La decisione ha la stessa forza creatrice di un performativo. Anzi. Ha soltanto la forza del performativo. Perché anche la creatività emana una puzza tipicamente cartesiana.
Il rappresentante classico della decisione sovrana, del performativo che istituisce l'ordine sovrano statale è, secondo Schmitt, Hobbes. È lui che ha formulato il principio secondo cui «Auctoritas, non veritas facit legem».
Il performativo che decide della istituzione di un ordine giuridico sovrano non ha il suo referente fuori di sé o, in ogni caso, prima di sé o davanti a sé. Ma qui la parola referente non va bene. Perché il performativo, così come lo intende Austin, non descrive qualcosa che esiste fuori o prima dell'atto che si decide per l'azione. Non ha un valore di svelamento di quello che è nel suo essere o di adeguazione tra un enunciato e la cosa stessa. Il performativo produce una situazione.
La decisione performativa, in quanto decisione sovrana, è sottratta all'opposizione vero/falso.
Non c'è nulla di vero o di falso in una decisione.
Una decisione è efficace anche se è falsa.
Come nota correttamente Schmitt “anche la decisione non giusta e difettosa ha una sua validità giuridica”.
E qui il circolo della zoo-politica si chiude. Gli estremi si toccano. La bestia, il criminale e l'autonomo (senza virgolette) sono tutti e tre fuori legge, sono tutte e tre, a modo loro, sovrani.
Il divenire autonomo e sovrano di Flix passa per il divenire bestia. Senza bestialità, senza l'imbestialirsi dell'uomo, non si accede alla sovranità.
Per accedere alla sovranità bisogna che vi sia un attimo di non-coscienza.
La coscienza lega il gesto alla cosa, al tempo, alla ragione, al calcolo e alla routine, rendendosi incapace di porre da sé e in modo autonomo la propria legge.
Il gesto sovrano è sempre un gesto fuori-legge.
“La tracotanza, la supponenza subite dal dirigente capo – annota Flix nelle ultime pagine del diario - mi hanno accecato e fatto smarrire l'equilibrio e la ragione. Se mi fossi guardato allo specchio, di sicuro in quel momento avrei visto che sui miei lineamenti viaggiava una carovana indecifrabile. Occhi piccolissimi e penetranti come quelli di certi cani”.
La bestia e il sovrano (e il criminale) rappresentano due modi di essere al di fuori della legge, due modi che possono sembrare eterogenei.
Eppure c'è somiglianza.
Tra la bestia e il sovrano c'è addirittura alleanza.
La bestia ignora il diritto.
Il sovrano ha il diritto di sospendere il diritto, di collocarsi al di sopra della legge che egli è, fa, istituisce, di cui decide sovranamente.
L'accesso alla decisione sovrana che istituisce la legge, il porsi fuori e prima della legge, passano per un diventare animale, passano per un accecamento della ragione.
Bisogna diventare cani, bisogna che l'occhio troppo umano lasci il campo all'occhio piccolissimo e penetrante del cane, ad un occhio che ignora il diritto, che ignora le gerarchie, che ignora persino dove si trova, che agisce per istinto, per l'impulso di una forza bruta.
La bestia che è fuori legge, e che da questo fuori pone la legge, non parla. Soprattutto non risponde. Non ha accesso alla lingua e al linguaggio.
Come nota Hobbes nel Leviatano, “fare patti o contratti con le bestie brute è impossibile, perché non comprendono il nostro linguaggio, non intendono né accettano alcuna traslazione di diritto, né possono trasferire alcun diritto ad altri e, senza una accettazione reciproca, non c’è patto.”
Non è il caso qui di rimarcare che ciò che Hobbes dice a proposito degli animali è errato. Che è errato dire che gli animali non hanno linguaggio, che non rispondono, eccetera. Non c'è bisogno di ricordare come molte cosiddette bestie hanno una comprensione raffinata del linguaggio umano. Non c'è nemmeno bisogno di ricordare che non sempre i patti umani che sono all'origine degli Stati assumono la forma di contratti letterali, discorsivi e scritti, con accordo reciproco e razionale dei soggetti coinvolti. Flix lo ricorda in continuazione. Ricorda come la costituzione di un super-stato europeo si stia mangiando la sovranità dell'Italia senza che nessun cittadino sia interpellato, senza che vi sia una decisione, una votazione, una parvenza minima di legalità.
Ma ciò che è più importante ricordare è che ciò che viene attribuito all'uomo, che è ritenuto proprio dell'uomo (il linguaggio, per esempio) appartiene anche ad altri esseri viventi, e che, al contrario, ciò che viene attribuito al proprio dell'uomo, non gli appartiene in modo totalmente puro e rigoroso.
Non c'è bisogno, insomma, di dire che questa posizione di Hobbes è dogmatica.
Una volta fatte queste premesse si può dire che la considerazione di Hobbes a proposito della non-risposta della bestia fornisce una definizione profonda della sovranità assoluta.
Il sovrano non risponde, ha sempre il diritto di non rispondere delle sue azioni. È al di sopra della legge. Non deve rispondere ad una camera di rappresentanti, non deve rispondere di fronte ad un giudice. Concede la grazia dopo che la legge ha fatto il suo corso. Ha il diritto ad una certa irresponsabilità. Sopratutto, se decide di giustiziare qualcuno, non ha bisogno di fornire ragioni, di giustificarsi. Il giudice non deve (in realtà non può) giustificare la sua decisione.
Tutto ciò ricorda molto da vicino le vicende di Franz K nel Processo, o le traversie dell'uomo di Campagna nel racconto di Kafka Davanti alla legge (1919).
Se la bestia non risponde, come fa la decisione sovrana a diventare sentenza, a diventare diritto, a diventare nomos?
Poi arriva quel momento unico, singolare, irripetibile, in cui Flix decide di scrivere il diario. Il momento arriva a pagina 160, proprio nell'attimo in cui la tracotanza e la supponenza dei capi ufficio gli fanno perdere la testa.
I capi lo fanno imbestialire sino al punto da farlo sentire un morto che cammina.
Con la morte addosso Flix decide di accendere il computer e ripetere sullo schermo quello che nella testa gli appare come già impresso sulla carta.
La guerra di posizione per la difesa di una stampante, il fronte della carta, l'incendio di libri e tutto il resto, sono solo premonizioni del libro che sta per venire, della decisione che incombe.
Bisogna arrivare a pagina 160 perché Flix decida di scrivere il diario.
Abbiamo dovuto pazientare 159 pagine, aspettare che Flix perdesse la testa, che vivesse la morte, per avere tra le mani il diario, il libro.
“Vedevo sfilare la gente, salutando come se portasse il lutto per te”.
E anche Filippo ha dovuto aspettare pagina 160, ha dovuto attendere sino a che il giorno si fermasse, il continuum si arrestasse, ha dovuto sentirsi mancare l'aria, ha dovuto sentire un vuoto, un'assenza, un'assenza che il libro ha supplito, ripetendo anzitempo ciò che io sto ripetendo a mia volta.
La bellezza del Libro di Violi è tutta in questi contrattempi, nei molteplici depistaggi e dislocamenti che impediscono di costituire delle identità rassicuranti intorno alle partizioni Pubblico/Privato, Autonomia/Eteronomia, Creazione/Ripetizione. Queste partizioni sono state sottratte ad una semplificazione rassicurante.
Il confine tra ente pubblico e aziende private non è così netto.
Non ci sono battaglie contro il privato che non siano anche delle battaglia contro certi rami dell'ente pubblico.
Il fronte non è lineare. E chi ci fa credere che di qua ci sono tutti gli amici e di là tutti i nemici ci sta già debellando.

 

 

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Il testo di Benjamin sulla violenza (Per la critica della violenza) è contenuto in Angelus Novus, Einaudi.

Il testo di Schmitt sulla Sovranità è contenuto in Le categorie del politico, il Mulino.

La citazione di Jünger si trova in Oltre la linea, Ernst Jünger, Martin Heidegger – Adelphi.

Il testo di Adorno sugli animali si trova in Dialettica dell'illuminismo, Einaudi

Infine, nella recensione ci sono troppi riferimenti (anche espliciti) a molti dei testi cosiddetti politici di Derrida, un elenco sarebbe comunque corto. Tra tutti, i debiti maggiori sono con Forza di legge, boringhieri, dove viene commentato il saggio di Benjamin.

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